Chitarra acustica Herda SJ Cutaway Custom

(di Roberto De Luca) – Come gli assassini, anche i chitarristi tornano spesso sul luogo del delitto. Sospinti da un’assurda voluttà, passeggiano ostentando indifferenza, fingendo di contare i mattoni del selciato. Ogni tanto lanciano sguardi furtivi. Si credono al sicuro, sempre e comunque. Il castigo li attende dietro l’angolo. Certo, ci sono quelli che «una chitarra è per sempre…» e che poi nascondono le ‘vittime’ nell’armadio, lontano da occhi coniugali indiscreti. Questa diabolica pulsione ha spinto un nuovo strumento tra le mie mani. Forte è il desiderio di condividere il mio senso di colpa. Passo dunque all’azione.

Herda SJ Cutaway Custom

Herda SJ Cutaway Custom

Herda: abbiamo già incontrato questo nome nel numero di luglio-agosto del 2012, al quale ovviamente rimandiamo il lettore. Inutile perciò dilungarsi sulla presentazione di un marchio praticamente sconosciuto (e privo di distribuzione) qui in Italia. Basterà solo un doveroso richiamo alla serietà con la quale, in una cittadina immersa nel verde nel cuore dell’Europa, una giovane coppia neanche trentenne si dedica già da qualche anno alla fabbricazione di un limitatissimo numero di chitarre di pregio, eseguendo ‘in casa’ con amore e professionalità ogni passaggio progettuale e costruttivo.
Mosso dal desiderio di uno strumento capace di coniugare dolcezza, definizione sonora e volume, mi trovo nuovamente di fronte a una Small Jumbo impreziosita da una spalla mancante veneziana. Nel catalogo Herda, questo modello affianca gli altri due classici shape Dreadnought e Orchestra Model. E, come in passato, anche qui colpisce l’originalità delle customizzazioni, tali da rendere lo strumento molto interessante sotto molteplici punti di vista.
Primo elemento: la combinazione cedro/ovangkol, ampiamente sperimentata da altri marchi, ma certo non così diffusa e popolare. La tavola, sottile e dalle venature regolari, si presenta in un delizioso colore ambrato e regala calore a prima vista. La tradizionale perfilatura in abalone che incornicia la buca è particolarmente gradevole nel contrasto con la tonalità cromatica accesa del piano armonico. L’elemento sicuramente più evidente, per alcuni aspetti disorientante, è la presenza dell’imponente armrest in ebano, che modifica la silhouette della cassa e introduce un elemento di apparente disarmonia, che può far storcere il naso a qualche purista, sebbene questa scelta stia progressivamente prendendo piede da più parti. In realtà, l’equilibrio estetico e cromatico si ricompone magicamente grazie al binding alla cassa, anch’esso in ebano, completato da un sottilissimo inserto in acero. L’impressione d’insieme è quella di grande eleganza. L’ampiezza massima dell’appoggio è di 3 cm, mentre l’angolazione rispetto al piano del top è di ben 40°. Insomma, nessuna concessione all’estetica; siamo di fronte a una soluzione che regala all’avambraccio destro un’ergonomia davvero particolare. Discorso a parte meritano fondo e fasce. Confesso che alcune scelte di listino compiute da marchi blasonati hanno contribuito negli anni ad alimentare in me una spiacevole quanto errata percezione dell’ovangkol quale legno di ‘ripiego’, quasi ‘parente povero’ del palissandro. Quello che ho davanti è invece uno spettacolo della natura. Le figurazioni del legno, color crema e nocciola, sono davvero molto belle, valorizzate da una verniciatura nitro, compatta ma non eccessiva. Proprio alla sommità della spalla superiore si apre una minuscola soundport che lascia intravedere la struttura interna finemente realizzata, a partire dalla lavorazione impeccabile della leggera catenatura in abete. Il manico è un monoblocco in mogano sapele; ebano per il ponte e la tastiera, come anche per il riporto alla paletta, quest’ultima dalla forma aggraziata ed elegante, sulla quale spicca il logo madreperlato della casa. Le meccaniche sono Schaller M6 (ratio 1:16) dal funzionamento morbido e progressivo, abbellite da graziose palettine anche esse in ebano. Tasti dalle dimensioni contenute, sella e capotasto in osso completano uno strumento davvero curato, giustamente affidato alla protezione dell’immancabile Hiscox rigida.

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Estraggo la chitarra dalla custodia e resto sorpreso: la massa dei legni non la rende propriamente un peso piuma, ma una volta seduto l’equilibrio è perfetto. L’avambraccio destro si posiziona sull’armrest con grande naturalezza; evidentemente il calcolo dell’angolazione è studiato con attenzione e la comodità si fa subito sentire. Lo strumento è settato ad arte: il diapason da 650 mm mi è particolarmente familiare; i 44 mm. di nut e il profilo regolare del manico sembrano andare incontro alle esigenze di mani piuttosto piccole come le mie. La prova del suono mette subito in evidenza il volume molto generoso e un timbro caldo e chiaro. I bassi ci sono tutti, ma non sono esplosivi, piuttosto ben equilibrati e definiti; i medi sono in bella evidenza senza essere ‘mediosi’ (passatemi il gioco di parole), mentre i cantini hanno quel qualcosa in più: aerei, brillanti, trasparenti e fortemente riverberati. È una jumbo e si sente dalla profondità dell’insieme, ma ogni frequenza è al proprio posto. Come ho notato altre volte in strumenti dal top in cedro, lo spostamento della mano destra dal ponte verso il manico produce un’evidente differenziazione timbrica: secca e brillante in partenza, diventa progressivamente calda e cremosa, raggiungendo il suo ‘punto G’ di dolcezza in corrispondenza della parte alta della buca, appena sotto la tastiera. Il lavoro della soundport, quasi un piccolo tweeter, è molto discreto ma godibilissimo, e regala alle note un pizzico di aria e di ‘frizzantezza’; se ci si sporge appena oltre la verticale del piano armonico, si percepiscono distintamente due diverse sorgenti di emissione sonora. Passo infine alla prova del nove e inforco il capotasto. La fiducia non viene tradita. Non solo la chitarra non perde volume, ma il sound generale si addolcisce ed elargisce armoniche in grande quantità. Il suono è ancora più definito, le frequenze ben bilanciate. Era il risultato a cui tenevo di più.

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In conclusione, ribadisco la mia antica convinzione a proposito di chitarre dal top in cedro, capaci di tracciare una linee nettissima tra amore e odio. Questa Herda SJC non fa eccezione ed è pronta a regalare tanta dolcezza, ma anche a pretenderla. Le dimensioni del corpo la rendono una chitarra estremamente duttile e polivalente, ma sono del parere che il meglio del suo carattere venga fuori grazie a un tocco leggero. Gli heavy strummers sono avvisati. La chitarra supporta senza ‘slabbrare’ anche un approccio energico, ma è agli amanti degli arpeggi celestiali, delle open tunings, delle atmosfere evocative che questo strumento sembra guardare. Una chitarra destinata a chi non si lascia spaventare da soluzioni innovative, ma che anzi è spinto dalla curiosità e dalla continua ricerca. In questo caso, buon per me, davvero ben ripagata.
Il valore del modello base è di 1950 euro, che sale intorno ai 2350 considerando gli optional presenti. Doveroso ricordare che si tratta comunque di prezzi di listino. Le chitarre Herda sono visibili sul sito www.herdaguitars.eu.

Roberto De Luca

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SCHEDA TECNICA
Tipo: chitarra acustica
Costruzione: Slovacchia
Distributore: Herda Instruments s.r.o.
Slatinské lazy 110
962 25, Slatinské lazy
Slovensko
Top: cedro
Catene: abete
Fasce e fondo: ovangkol figurato
Manico: mogano sapele
Tastiera: ebano
Ponte: ebano
Binding: ebano e acero
Meccaniche: Schaller M6 (16:1)
Amplificazione: no
Larghezza al capotasto: 44 mm
Scala: 650 mm
Tasti: 20

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 02/2014, pp. 38-40

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Redazione

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