Bryan Sutton – Il presente e il futuro del flatpicking

I ‘nuovi padri’ del country-bluegrass

(di Andrea Carpi) – Bryan Sutton, a sua volta nato a dieci anni di distanza da David Grier, è il più giovane della compagnia che ha dato vita alle Acoustic Night di quest’anno. E in effetti è il punto di riferimento attuale, il chitarrista tecnicamente più avanzato nell’ambito del flatpicking odierno. A differenza di Grier, che raccoglie in modo particolare l’eredità dei Kentucky Colonels di Clarence e Roland White, lui si muove principalmente sulla scia del proprio conterraneo Doc Watson. È anche un insegnante prestigioso, soprattutto attraverso il suo corso virtuale, la Online Bluegrass Guitar School with Bryan Sutton. Inoltre, come Pat Flynn, anche lui ha sviluppato una carriera molto importante come session man. E attualmente, come molti suoi giovani colleghi turnisti di Nashville, cerca di superare la dimensione esclusiva dello strumentista, che rischia di portare spesso a un personale ‘occultamento’ dietro il proprio strumento, per esplorare più a fondo la propria anima musicale nel suo complesso, attraverso la scrittura di canzoni e il canto, nel filone del genere Americana.

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Bryan Sutton – foto di Giovanna Cavallo

Tu sei nato nella Carolina del Nord, che mi sembra essere una terra importante per la tradizione bluegrass.
Sì, ci sono nati anche Doc Watson e il banjoista Earl Scruggs.

E nel tuo sito scrivi che la Carolina del Nord è l’ambiente ideale per crescere come musicista. Intendi come musicista in generale, o come musicista bluegrass?
Buona domanda… Direi principalmente per il bluegrass e, in termini più generali, per la musica tradizionale americana, la musica folk e la musica old-time. Per quanto mi riguarda, in particolare, le ragioni sono state diverse, ho avuto un’esperienza familiare particolare: mio nonno suonava il fiddle e mio padre è un grande musicista.

Cosa suonava tuo padre?
Principalmente la chitarra. Ma direi che sono cresciuto in una comunità, con molte persone nella nostra comunità e tra i nostri amici che suonavano: c’era sempre della musica intorno.

Come mai hai cominciato a suonare anche il mandolino, il banjo e la chitarra elettrica? È una consuetudine tra i musicisti bluegrass suonare diversi strumenti?
Sì, penso che sia abbastanza comune tra i giovani musicisti bluegrass essere polistrumentisti e suonare anche il mandolino, il banjo… Mio padre stesso è un polistrumentista e un appassionato di blues, quindi in casa avevamo anche una chitarra elettrica.

Che tipo di chitarra elettrica?
Era una Gibson ES-345, come quella di B.B. King, una chitarra da blues. Io allora ero un bambino ed ero entusiasta della musica, così ho avuto un sacco di opportunità per suonare e le ho raccolte.

Ho letto che hai anche studiato chitarra jazz e avevi pensato di andare al Berklee College of Music, ma non ne hai avuto il tempo perché hai iniziato presto a lavorare come session man. A parte la consuetudine di suonare insieme agli altri nella tua comunità, hai avuto anche esperienze di studio formale della musica?
Quand’ero bambino suonavo anche il piano, leggevo la musica e suonavo la tromba nella concert band, nella banda di ottoni della scuola, con sassofoni, clarinetti, flauti.

Che tipo di musica suonavate, arrangiamenti di brani classici, evergreen?
Esatto. Quindi in quel contesto ho avuto un’istruzione più formale, anche per quel che riguarda la chitarra classica e la chitarra jazz, e questo mi ha fatto pensare di andare al Berklee College. Ma in realtà, già quando avevo sedici-diciassette anni, avevo voglia di andare a Nashville per lavorare come turnista negli studi di registrazione.

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Grier, Sutton e Gambetta – foto di Michael Schlueter

Successivamente hai suonato in particolare con i Kentucky Thunder di Ricky Skaggs e con gli Hot Rize, che sono delle band bluegrass, ma nel tuo primo album da solista, Ready to Go del 2000, accanto ad alcuni strumentali bluegrass si trovano due pezzi hot swing, dei brani più lirici e una cover degli U2. Poi, nel tuo secondo album Bluegrass Guitar del 2003 torni agli standard del bluegrass tradizionale… Pur essendo il più giovane dei tre che hanno suonato quest’anno all’Acoustic Night con Beppe Gambetta, sembri essere a metà strada fra tradizione e innovazione…
Sì, forse sì, ma noi tre che siamo qui quest’anno siamo tutti tradizionali e innovativi allo stesso tempo. Guarda Pat Flynn, è il meno giovane ed è molto rock’n’roll! Tutti e tre siamo interessati a diversi stili, e penso che sia questo a rendere genuino un musicista. Ascoltare un po’ di tutto e stare attenti a quello che fanno gli altri musicisti, anche in altri generi musicali, è una cosa fondamentale.

Un passaggio importante è stato il tuo terzo album, Not Far from the Tree del 2006, in cui duetti con tutti i grandi nomi della scena bluegrass. In particolare, puoi raccontarci qualcosa del tuo duetto con Doc Watson, “Whiskey Before Breakfast”, che ha ottenuto un Grammy Award come miglior strumentale country? Sembra che lo abbiate registrato in un hotel…
Sì, non avevo intenzione di portare quei grandi artisti in uno studio, ma avevo organizzato uno studio itinerante con cui andare a trovarli nelle loro case. Però non riuscivo a mettermi d’accordo con Doc Watson, così un giorno – visto che suonavamo entrambi nello stesso festival in Colorado – ho sistemato il mio registratore e tutti i miei microfoni in una stanza dell’albergo dove alloggiavamo e abbiamo registrato lì. È stata una grande esperienza, abbiamo avuto l’occasione di parlare molto insieme.

È curioso, la storia di questo disco di duetti ricorda un po’ la storia del primo disco di Gambetta, Dialogs del 1989… Ma parliamo ora del tuo ultimo CD, The More I Learn.
Beh, una parte del mio viaggio di musicista – come abbiamo visto – è consistita nel suonare a Nashville come session man, con Ricky Skaggs e tanti altri musicisti. Ero più una ‘spalla’, venivo chiamato per suonare la musica di altri. Poi, continuando a suonare e incidere album, è iniziata un’altra parte del viaggio, caratterizzata dallo scavare più a fondo nel mio cuore di musicista, nella mia anima, e scoprire più cose su quello che faccio, sulla mia vera ‘voce’ come musicista. Perciò negli ultimi anni ho scritto più canzoni, anche con le parole, e le ho cantate, il che è una cosa nuova per me. Questo album rappresenta così il punto in cui mi trovo adesso nel mio viaggio come artista, impegnato a cercare di capire qualcosa di più sulla mia voce – anche letteralmente [ride] rispetto al mio modo di cantare – e circa la mia voce sulla chitarra, o come autore di canzoni. E questo fa un po’ paura, ti rende vulnerabile, perché devi imparare a condividere le tue emozioni con la gente; il che non è una cosa facile da fare, soprattuto quando sei abituato a nasconderti dietro la chitarra.

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Sutton e Gambetta – foto di Michael Schlueter

Certo, ma vedo che molti turnisti di Nashville stanno provando a fare quello che tu stai facendo adesso, a esprimere i loro sentimenti…
A essere onesti!

Il genere Americana forse è solo un’etichetta, ma penso che sia anche come un movimento in questa direzione…
Sì, lo penso anch’io.

In particolare, ieri hai suonato il pezzo che dà il titolo all’album, “The More I Learn”, e ne hai illustrato il testo. Quali sono le tue idee per scrivere canzoni? Usi un metodo particolare per comporre?
Per il momento non ho un vero metodo. Sai, le cose mi arrivano addosso e tengo tutti i miei lavori qui nel mio smartphone, un sacco di appunti, un sacco di pezzi di canzoni. Poi cerco di trovare il tempo per finirli, almeno quelli che sembrano degni di essere finiti. Direi che è questo il mio metodo, provare a salvare tutti i miei piccoli pezzi di canzoni…

Intendi dire sia pezzi di musica che pezzi di testo?
Sì, ma principalmente pezzi di testo, magari ispirati da qualcosa che ho letto. Non me ne posso occupare molto quando sto suonando in giro, perché ci sono molte distrazioni e non mi posso concentrare. Ma la parte più difficile è cercare di continuare a scrivere canzoni che siano vere per me stesso, che mi appartengano. Vorrei continuare a sentire che sto scrivendo le mie canzoni e non quelle di qualcun altro, non quelle che potrebbe cantare qualcun altro. Vorrei essere onesto, sincero con me stesso.

Nella seconda canzone dell’album, “Don’t Look for Me”, mi sembra che la parte della chitarra sia in fingerpicking: sei tu che suoni?
Sì, sono io. Ma in realtà suono in hybrid picking, con plettro e dita.

Tornando al lavoro negli studi di registrazione, c’è qualcosa che vuoi ricordare in particolare, qualche esperienza o storia particolare?
Ce ne sono tante! Ma essenzialmente vorrei parlare della mia esperienza. Essere un session man è stata una buona cosa per me, perché non mi piace troppo viaggiare. Mi piace suonare ed esibirmi per altri artisti, ma non mi trovo molto a mio agio a viaggiare. Non mi piace lasciare la mia casa, mi piace avere intorno a me la mia famiglia, mia moglie, le mie figlie, il mio cane. E quindi i turni di registrazione a Nashville hanno rappresentato per me una buona opportunità, per costruirmi una carriera nel mondo della musica e suonare con tanti musicisti diversi senza dover per questo viaggiare più di tanto. Poiché non sono soltanto un musicista bluegrass e m’interessano anche altre cose, mi è piaciuto molto poter suonare per esempio con alcuni dei più grandi batteristi del mondo, o con alcuni tra i migliori tastieristi e chitarristi elettrici. Questa è stata la parte migliore della mia esperienza come turnista: trovarmi a contatto con alcuni dei migliori musicisti del mondo, che suonavano altri strumenti e altri stili.

Nei turni di registrazione a Nashville, si usa ancora il Nashville Number System?
Sì, quasi sempre.

E qualche volta capita di dover leggere la musica?
Qualche volta sì. Anzi, si usa molto a Nashville, ma in un altro tipo di turni di registrazione. Di solito io lavoro nelle sezioni ritmiche, con chitarra, basso e batteria. In questi casi si usa principalmente il sistema numerico, ma parliamo di musica country. Comunque sono tuttora capace di leggere la musica. Non sono così bravo, ma è un’utile abilità aggiuntiva.

In effetti per i chitarristi non è facile leggere a prima vista.
Sì, è vero, soprattutto quando stai usando un capotasto.

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Bryan Sutton – foto di Michael Schlueter

Tra i tuoi lavori in studio, mi ha sorpreso la tua collaborazione con i Chieftains!
Be’, sai, c’è un grande legame tra il bluegrass e la musica irlandese. Ed è stata un’esperienza fantastica, una grande seduta di registrazione. Ho suonato in tante sessioni a Nashville, e quando suoni la chitarra acustica spesso ti ritrovi in una stanza molto piccola; qualche volta non riesci nemmeno a vedere gli altri musicisti. Invece con i Chieftains eravamo tutti insieme in una grande sala, per diversi giorni, con diversi cantanti e artisti che venivano a suonare con noi. Io ero nella band americana che suonava insieme ai Chieftains, ed è stato come una grande festa, davvero bella!

Hai anche prodotto diversi album. Qual è il tuo modo di lavorare come produttore?
Principalmente si tratta di capire tutte le sfaccettature del lavoro in studio, tutte le sue piccole componenti che messe insieme danno il quadro generale. Poi si deve essere quasi come un regista che prepara il casting per un film: occorre trovare i musicisti giusti per fare quel determinato tipo di lavoro. Un’altra cosa buona di Nashville è che puoi trovare venti bravi chitarristi diversi, e avranno tutti potenzialità diverse, caratteristiche sonore diverse. Allora puoi dire che uno andrà bene per questo o quel cantante, con questo o quel batterista e via dicendo. Se riesci a farti un’idea del musicista giusto per un certo lavoro, questo faciliterà il tuo compito di produttore. Quando hai i musicisti giusti, che non appena sentono il pezzo capiscono nel profondo del loro cuore cosa devono fare, il lavoro del produttore diventa piuttosto semplice. Personalmente credo molto nella preproduzione, che significa mettere a punto i brani prima di andare in studio.

Quindi coinvolgi nella preproduzione anche i musicisti, o questa è una parte che spetta a te?
Se sono il produttore, è principalmente un mio compito, di cui mi occupo con il cantante o con la band titolari del lavoro. Di solito i musicisti vengono chiamati dopo.

Nel 2011 hai avviato un corso online di chitarra bluegrass, la Online Bluegrass Guitar School with Bryan Sutton, che è parte della ArtistWorks Academy of Bluegrass. Di cosa si tratta?
ArtistWorks è un metodo di apprendimento online sviluppato da David Butler, un musicista jazz che è il cervello del progetto e faceva parte del gruppo originale che ha fondato America On Line negli anni ’90. La caratteristica principale di questo metodo è che quando ti iscrivi ottieni l’accesso al curriculum, con tutte le lezioni e i video da subito disponibili. Ogni studente può servirsi di questi video e mandarmi a sua volta un video di ciò su cui si sta esercitando, di qualsiasi cosa si tratti. Allora io gli mando un video di risposta, che una volta condiviso può essere visto da tutti gli iscritti. In effetti, guardare qualcun altro che impara è una parte importantissima dell’apprendimento. È un po’ come una masterclass, una masterclass virtuale. Quindi non hai a disposizione soltanto le lezioni, ma anche questo continuo scambio interattivo di video. Ed è una libreria che sta crescendo, fatta di video degli studenti che si esercitano e di me che commento, dando suggerimenti dettagliati: «Prova quest’esercizio, cambia la diteggiatura, lavora sulla tecnica della mano destra…» Lo faccio da sei o sette anni, e credo che a questo punto ci siano migliaia e migliaia di video, nei quali magari puoi guardare qualche altro allievo che è al tuo stesso livello come chitarrista. In ArtistWorks sono coinvolti parecchi insegnanti: solo per quel che riguarda la chitarra, oltre a me ci sono per esempio Martin Taylor, che è un chitarrista jazz inglese, Paul Gilbert, che è un chitarrista heavy metal… Insomma vengono coperti molti stili, strumenti classici, il piano, la voce, persino lo scratching per deejay!

Quando nel 2015 hai ricevuto il tuo ultimo International Bluegrass Music Association Award, hai incentrato il tuo discorso su alcuni giovani chitarristi bluegrass che secondo te meritano grande attenzione. Cosa pensi del bluegrass di domani?
Penso in effetti che siamo in un momento entusiasmante. Siamo in uno dei periodi migliori per i giovani musicisti. Quand’ero un ventenne, non c’erano nel giro molti altri musicisti della mia età. Adesso, invece, un musicista ventenne si ritrova in buona compagnia con tantissimi artisti talentuosi, molti mandolinisti, violinisti, bassisti, banjoisti e chitarristi. Ci sono un sacco di ottimi musicisti di cui verremo a conoscenza nei prossimi dieci anni.

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Bryan Sutton – foto di Michael Schlueter

Pensi che adesso ci siano più opportunità di venire istruiti alla musica tradizionale?
Be’, ci sono diversi programmi di studio, come quello del Berklee College, che per esempio sono stati sviluppati espressamente per mandolinisti o violinisti folk; è una cosa che sta prendendo piede. I programmi di studio di vocazione classica stanno aprendo le porte, e le orecchie, a musicisti più vicini all’improvvisazione, che siano jazz o bluegrass. E ci sono anche più musicisti jazz e bluegrass che si stanno avvicinando a uno stile più classico; intendo dire a uno stile più rigoroso. C’è un grande rimescolamento, e i giovani musicisti sono aperti a questo cambiamento. Questo aiuta sicuramente.

Forse c’è anche qualcosa di più in questo bisogno di musica tradizionale…
Sì, credo che il bluegrass sia sempre stato un’ottima arena per i giovani musicisti, perché – anche se non si tratta di una musica facile, e anzi la sua tecnica è parecchio difficile – la musica in sé è molto accessibile. Sono canzoni con tre accordi.

Ognuno può suonarla, ma suonarla bene è un’altra cosa…
Certo, ma non è come la musica classica che richiede anni di lavoro sul repertorio, o come il jazz, per il quale devi passare anni a capire le modalità e tutti i processi dell’improvvisazione. Il bluegrass è una sorta di amalgama in cui si trovano le parti migliori della tradizione folk. E poi la gente si può mettere in cerchio!

Si suona sempre insieme.
Esatto, fin da bambino puoi trovare altri compagni della tua età e suonare, suonare, suonare. Le canzoni sono divertenti e spesso facili da ricordare. È un ottimo modo per imparare a esprimerti e a suonare con gli altri.

Parliamo adesso dei tuoi strumenti. Tu usi delle chitarre Bourgeois. Quella che hai suonato ieri in concerto è la Bryan Sutton Limited Edition? Cosa mi dici di questa chitarra?
Sì, è lei. È stata costruita sul modello di una Gibson J-35.

Le assomiglia infatti.
È che secondo me la chitarre round-shoulder hanno delle frequenze medie di maggiore impatto. Poi mi piace il mogano per le fasce e il fondo. Sono sempre alla ricerca di strumenti acustici che suonino al meglio, che abbiano dei buoni toni medi, non troppo vivaci. Mi piace un suono molto denso nelle medie, come il mandolino, ancora molto pieno ma al tempo stesso molto mirato. Molte dreadnought hanno un suono molto vivace, ma finiscono un po’ per perdersi.

Mi sembra un po’ insolito per un musicista bluegrass preferire una chitarra tipo Gibson, che di solito è considerata una chitarra più da singer-songwriter.
Sì, forse. Ma se guardi ai prodotti migliori che la Gibson ha creato negli anni ’30 e ’40, e a quelli della Martin degli stessi anni, tutt’e due sono veramente molto buoni. Così, per essere al completo, mi piacciono le Bourgeois, ma ho anche delle Martin.

Come Bourgeois hai anche una dreadnought e una dreadnought slope shoulder. E come Martin?
Ho molte chitarre e ne ho usate diverse, negli ultimi tre anni principalmente delle vecchie Martin. Non me le porto in tour perché è complicato volare in giro per il mondo con quelle chitarre.

Hai una D-28 del 1940?
Adesso ho una D-28 del 1936.

Quindi preferisci le vecchie Martin?
Sì, ora come ora sono la mia prima scelta.

In sintesi qual è secondo te la differenza tra chitarre dreadnought e chitarre stile Gibson?
Direi che cambiano le caratteristiche nei toni medi. La D-28, la dreadnought per eccellenza della Martin, è probabilmente ancora il modello migliore per le parti di chitarra ritmica nel bluegrass. E come chitarrista bluegrass è importante aver chiaro in mente che suonerai più spesso parti ritmiche che assoli. Può capitarti un assolo, sì, ma tutto il resto della canzone è ritmica e il sound della band è l’obiettivo primario, in particolare nelle sedute di registrazione. Io mi diverto a cercare di imparare qualcosa di più sulle chitarre: i diversi tipi di legno, anche tra le dreadnought, come ad esempio le dreadnought in mogano; i diversi periodi: gli anni ’30, gli anni ’40; le diverse incatenature… La maggior parte delle persone non capisce questi aspetti, ma io li apprezzo. E ci sono diverse cose interessanti nelle Gibson, come il suono nelle medie frequenze: di solito sono chitarre con un volume maggiore; o meglio, non direi maggior volume, direi un suono più mirato. Le chitarre Martin invece sono solitamente più ‘grosse’, con un suono più ampio e largo, il che alle volte va bene.

In Italia diversi cantanti pop preferiscono le Gibson, perché creano meno problemi suonando dal vivo. Sembrerebbe che con le Gibson sia meno difficile suonare in gruppo.
Guarda, c’è una cosa delle Gibson che ho notato in sala di registrazione, in particolare con le J-45 degli anni ’50: sono perfettamente complementari alla batteria. Non sono buone per gli assoli, sono più adatte per le sezioni ritmiche, in particolare in compagnia appunto con la batteria. In quelle situazioni sono la prima scelta.

Per concludere, tu hai suonato all’Acoustic Night 11, nell’edizione dedicata alle Radio d’America. E adesso hai partecipato a questa diciassettesima edizione. Cosa ci puoi dire della tua collaborazione musicale con Beppe?
Adoro Beppe, penso che sia perfetto per questo tipo di eventi. Molto spesso, nel mondo della musica, incontri gente che organizza queste manifestazioni pensando di vendere qualche biglietto in più, e il loro lavoro è mirato soprattutto a tirar su un certo ammontare di soldi. Ma per Beppe è un lavoro fatto con il cuore: per lui è davvero importante portare musicisti in Italia per suonare questo tipo di musica ed esplorare nuove sonorità. Lui e Federica hanno lavorato duro entrambi per assicurarsi che fosse un’esperienza piacevole, e quindi – quando sei qui – senti che la musica è la prima cosa, la cosa più importante. Le personalità e le relazioni umane vengono per prime, mentre i soldi, gli affari e tutto il resto sono in lista d’attesa. E questa è una cosa importante anche nel bluegrass: non ti metti a fare bluegrass, musica in stile Americana o musica folk in generale per raggiungere il benessere e la fama [ride]. Lo fai perché hai passione per la musica e per la gente che suona quella musica. E Beppe questo lo ha capito benissimo.

Sì, lo conosco più o meno da quarant’anni e sono d’accordo! In effetti l’Acoustic Night, con tutto questo pubblico che accorre adesso per quattro giorni, è qualcosa di davvero speciale per questo tipo di musica in Italia. E Beppe e Federica hanno costruito tutto questo con il loro lavoro.
Sì, è una cosa bellissima.

Andrea Carpi

Grazie a Diego Bastianelli e Matteo Carpi per la trascrizione e traduzione dall’inglese dell’intervista.

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