Il blues ti trova sempre – Intervista a Tom Feldmann

(di Daniele Bazzani) – La storia di Tom Feldmann è una di quelle che si ha sempre piacere a raccontare, per diversi motivi. Il primo è sicuramente a noi molto caro: è stato ‘trovato’ dal blues, che non lo ha più lasciato. Inizia neanche giovanissimo, quasi maggiorenne, a suonare dopo aver ascoltato un disco di John Lee Hooker, sentendo il bisogno di comprendere cosa il celebre musicista americano stesse facendo con la chitarra. Da lui passa a Lightnin’ Hopkins e poi a tutti gli altri, cercando e divorando voracemente ogni singola cosa gli capitasse fra le mani, scoprendo prima la chitarra acustica, poi le accordature aperte e le chitarre resofoniche suonate con lo slide. Ogni elemento è diventato il tassello di un puzzle molto più grande, e tutto grazie ad una sola cosa: la dedizione totale a ciò che stava facendo. Tom Feldmann è la dimostrazione ulteriore, qualora ne avessimo ancora bisogno, che la pazienza, la passione, l’umiltà, il mettersi a completa disposizione di ciò che ci chiama e che si avvicina alla nostra voce interiore, il lavoro – insomma – paga. Sempre. Lui, che neanche ci aveva mai pensato prima, è diventato uno dei più apprezzati insegnanti di blues acustico in circolazione: nomi leggendari come quello di Jorma Kaukonen e il suo Fur Peace Ranch, o Stefan Grossman e il suo Guitar Workshop, lo hanno preso sotto la loro ala facendolo diventare un vero e proprio punto di riferimento. Oggi ha all’attivo una quindicina di DVD didattici e decine di seminari, dedicati praticamente a ogni artista e stile del blues. E pensare che la sua unica idea, dalla quale non si è mai allontanato, era quella di imparare a suonare come i suoi idoli, passare la maggior parte del tempo a cercare di capire come riprodurre le note, le frasi, i passaggi nel modo più accurato possibile, ma per sé, non per insegnare. Perché questo è quello che fa un musicista, si chiude nella propria stanza per anni – non circondato da telecamere, ma questo è un altro discorso – e cerca la sua strada, attraverso i dischi degli artisti che ama, della musica che lo fa sentire bene, anche quando bene non si sente, perché la musica, quella vera, guarisce.

Tom Feldmann

Tom Feldmann

Tom ha anche suonato per anni come artista solista, canta anche piuttosto bene e scrive musica originale, ha pubblicato molti album come ci racconterà tra poco di persona, e girato gli States suonando, prima nell’area di Minneapolis, poi viaggiando come ogni buon americano è abituato a fare da quasi subito. Ma il percorso interiore, l’assimilazione completa e totale della musica che lo ha spinto a suonare, lo ha però portato, come nelle belle storie, in luoghi a lui sconosciuti, che non avrebbe mai pensato di visitare e ai quali però si è subito adattato. Chi meglio di qualcuno che si è spinto tanto a fondo nella ricerca della conoscenza musicale – o di qualsiasi altra cosa – può essere utile alla divulgazione della stessa? Se hai passato un anno intero ad ascoltare e cercare di risuonare la musica di un solo artista, ne avrai forse sviscerato i segreti in modo talmente approfondito che la tua conoscenza potrà servire ad altri per abbreviare quello stesso percorso. Di questo è fatto l’insegnamento, la nostra esperienza al servizio degli altri. Ed ecco che uno dei grandi didatti del nostro tempo, Stefan Grossman, intuisce al volo che il ragazzo ha da dare molto più di quanto immagini. Il disco di Feldmann dedicato al gospel blues non passa inosservato alle orecchie attente del ben più navigato bluesman americano, che gli chiede immediatamente di registrare una serie di lezioni, sapendo bene che i potenti mezzi tecnologici odierni ti rendono un insegnante anche se non lo sei mai stato fino ad allora, se fai bene ciò che ti viene chiesto.

Da lì al resto il passo è breve, e Tom ce lo racconta.

Ciao Tom, grazie di essere qui con noi!
Il piacere è mio, grazie a voi.

Il tuo lavoro sta iniziando a farsi apprezzare anche dalle nostre parti, soprattutto grazie al Web. Raccontaci qualcosa di te in modo da dare ai nostri amici lettori la possibilità di conoscerti meglio.
Ho iniziato a studiare seriamente intorno ai diciassette anni. Avevo provato qualche volta durante l’adolescenza ma le lezioni non mi piacevano granché, non duravo mai più di un paio di settimane. L’interesse però c’era, doveva solo trovare uno sbocco. Ciò che a diciassette anni mi ha fatto davvero voler imparare lo strumento è stata la scoperta del country blues: John Lee Hooker, Lightnin’ Hopkins, Robert Johnson e Mississippi John Hurt sono state le mie prime influenze.

Quindi si può dire che tu sia davvero nato con il blues.
Ascoltare la loro musica ha acceso in me una scintilla che non si è più spenta, anzi ha dato fuoco al resto. A quel punto ho cercato qualunque cosa riguardasse il prewar blues, il periodo d’oro tra gli anni ’20 e ’30 in cui è successo praticamente tutto. Divoravo qualunque cosa mi capitasse fra le mani, passando ore ad ascoltare e poi a cercare di riprodurre quello che avevo ascoltato. Ogni artista sembrava essere una porta che si apriva, sia su qualche nuova scoperta, sia su qualche altro artista che aveva influenzato o da cui era stato influenzato.

Nonostante la tua giovane età, hai una lunga storia come musicista prima di diventare un insegnante così apprezzato, hai pubblicato molti dischi a tuo nome.
Il mio primo CD Lay It on You è uscito nel 1999, quando avevo diciannove anni. Era un misto di blues originali e di classici del blues. Ho pubblicato undici album da allora, nove dei quali sono di musica composta da me, principalmente ispirata al blues ma anche al cantautorato fingerpicking. Cerco di lasciare venir fuori le canzoni nel modo più naturale possibile, non mi piace ‘forzarle’ in un particolare genere. Se sono blues, sono blues, altrimenti sono qualcos’altro. Il mio primo disco di cover è stato Tribute nel 2010, andava a toccare la parte gospel di molte delle mie influenze blues. Il gospel e lo spiritual hanno un ruolo fondamentale in ciò che faccio e volevo dedicargli un intero lavoro. Proprio quel CD catturò l’attenzione di Stefan Grossman e portò all’inizio della mia attività come insegnante.

Tom FeldmannSuoni anche slide usando il bottleneck nello stile così caratteristico dei vecchi bluesman; è sempre stato parte del tuo stile?
Ho cominciato a suonare slide circa un anno dopo aver iniziato a studiare, quindi verso i diciotto anni. Avevo comprato un nastro di Muddy Waters e fui letteralmente folgorato da ciò che ascoltavo. A quel punto, come avevo sempre fatto, dovevo imparare quello che stavo ascoltando, immediatamente. È stato molto difficile all’inizio, perché non avevo idea che usasse delle accordature aperte, non sapevo neanche che si potesse cambiare l’accordatura della chitarra. Un giorno ero in un negozio di strumenti che sfogliavo dei libri di spartiti un po’ a caso, e lo sguardo mi è caduto sulle accordature a inizio brano: in quel momento realizzai che non tutti i brani erano in accordatura standard. Appena capii qual era l’accordatura di Sol aperto, fui a cavallo, un intero mondo mi si dischiuse davanti. Muddy era immediatamente accessibile ed ero sulla strada giusta. Ho suonato slide per molti, molti anni. È stato solo quando mi hanno chiesto di insegnare che sono tornato progressivamente verso il passato, a suonare con le dita tutte le cose che avevo imparato all’inizio.

Torniamo alla parte didattica: da insegnante apprezzo molto la tua accuratezza nel trascrivere: non tutti, specialmente nel campo blues, hanno la stessa attenzione; quando hai iniziato a farlo?
La mia prima esperienza come insegnante è stata in effetti il mio primo video con Stefan Grossman. Lui mi contattò per fare tre video di gospel, Guitar of Blind Willie Johnson, Gospel Guitar of Mississippi John Hurt e Gospel Bottleneck Blues Guitar. Non avevo mai insegnato prima di allora. Stefan mi chiese di essere più attinente possibile alle vecchie registrazioni, ed è esattamente quello che ho fatto.

Quanto hai detto in realtà ha già risposto alla mia curiosità, se tu suonassi la musica che insegni da molto tempo prima di iniziare a insegnarla.
Ascoltavo e suonavo in giro da molto prima. Ho iniziato a insegnare a trentadue anni, quindi ci sono quindici anni di esperienze precedenti, in cui suonavo solo per me, non per gli altri. In realtà non avevo neanche mai pensato di insegnare fino a che non mi è stato chiesto.

Come ti prepari quando sai che devi pubblicare un video su un particolare artista?
Il metodo è il più semplice: mi faccio assorbire completamente da quello che devo fare. Appena so di dover registrare dei nuovi video, ascolto e suono esclusivamente quello che sarà l’argomento da trattare, e nient’altro. Ci sono stati anni, in passato, in cui ho ascoltato un solo un artista per un anno, trecentosessantacinque giorni di fila. Con vent’anni di questo alle spalle, ho una preparazione piuttosto solida. Ma quando devi eseguire le canzoni nella maniera più fedele possibile, questo porta tutto ad un livello di consapevolezza molto differente.

Da insegnante ti chiedo: che consiglio daresti a un giovano musicista che cercasse di avvicinarsi a una qualsiasi canzone e volesse impararla?
Rendersi conto che ci vorranno più di quindici minuti per farlo. Ci vorrà più di una settimana, un mese, forse anche un anno. È la bellezza della chitarra: sono corde e legno, e l’unica maniera per tirarne fuori qualcosa è dedicargli tanto tempo, molto più di quanto si possa immaginare. Devi imparare più della canzone stessa, devi capire come farla funzionare. La teoria, le scale e il resto sono contenute in ciò che cerchiamo di imparare, e alla fine il risultato sarà aver imparato molto più di una singola canzone.

Quali sono le chitarre che usi più di frequente? Cerchi un suono simile agli originali anche con le chitarre, sia quando suoni che quando insegni i diversi stili?
Preferisco chitarre dal corpo piccolo per il country blues, non c’è bisogno di un eccessivo sustain in questo tipo di musica. Detto ciò la mia chitarra preferita al momento è una Collings 002H, che ha l’incatenatura X-bracing. Mi piace molto anche la Waterloo WL-S, che è una replica costruita dalla Collings della vecchia Stella di prima della seconda guerra monsiale; è una chitarra ladder braced con corpo più piccolo.
Comunque, quando lavoro su una lezione, provo diverse chitarre e scalature di corde, per ottenere un suono più vicino possibile a ciò che ascolto e devo riprodurre. Questa però è una meticolosità estrema relativa al lavoro, e non ce n’è alcun bisogno quando si studia un brano.

In effetti ho notato che sei molto accurato nella trascrizione delle note, ma non cerchi di ‘imitare’ il suono prodotto da ogni musicista: alla fine suoni sempre come te stesso. È una scelta precisa per non confondere lo studente, dando solo ciò che è necessario?
Il mio pensiero è che non puoi suonare come altri, è impossibile. Non si può suonare come qualcuno che non sia te stesso. Puoi prendere la stessa chitarra, suonare gli stessi passaggi, ma alla fine ognuno di noi suonerà diverso. Ed è esattamente così che dovrebbe essere.

Tom Feldmann

Dicci qualcosa di come hai incontrato Jorma Kaukonen e Stefan Grossman, che hanno detto cose davvero belle di te. Hai un rapporto continuativo con loro?
Ho incontrato Stefan dopo il mio disco Tribute del 2010. Questo disco lo ha incuriosito ed è andato a cercare le mie performance su YouTube, dopodiché mi ha contattato e chiesto se fossi interessato a registrare qualche lezione. Da lì abbiamo realizzato quindici DVD e alcune lezioni singole. È fantastico lavorare con lui, mi ha dato l’opportunità di costruire una carriera. Ho cominciato ad andare in giro a suonare nel 2000, lottando come ogni musicista, fino al momento in cui lui mi ha dato l’occasione di mettermi in luce in un modo che non credevo possibile.
Poi incontrato Jorma grazie a Stefan e a Roy Book Binder. Conosco Roy da diciotto anni, lui e Stefan mi hanno raccomandato come istruttore al Fur Peace Ranch di Jorma. Ho insegnato lì per ben tre anni prima di incontrarlo, perché è continuamente in tour. Nel 2015 mi è stato chiesto se volevo essere l’assistente di Jorma per alcuni seminari, e quello mi ha portato a vederlo con regolarità: Jorma è fantastico, e guardarlo a settantasei anni fare quello che fa e come lo fa, è davvero un motivo di grande ispirazione.

Suoni ancora dal vivo oltre a insegnare?
Ho suonato dal 2000 al 2010 senza interruzione, da solo e con la mia band, sempre rigorosamente in acustico. La mia seconda figlia è nata nel 2010 e, pochi giorni dopo la sua nascita, mia moglie ha avuto un problema di cuore che l’ha portata a un ricovero lungo due anni. A causa di questo ho dovuto interrompere l’attività concertistica. Da allora però le lezioni sono aumentate in maniera esponenziale, rendendomi impossibile andare in giro a suonare, con due bambini piccoli di cui doversi occupare. Ma gli spettacoli sono all’orizzonte e torneranno ad essere prioritari, quando i bambini cresceranno.

Ho chiesto ad altri prima di te una cosa che mi fa molta curiosità: mentre il blues elettrico si è evoluto da Muddy a Stevie Ray, in quello acustico sembra che nessuno abbia fatto meglio di Son House o Skip James o Blind Willie Johnson. La vedi anche tu così, o hai un’idea al riguardo?
Credo sia una questione molto personale: se Muddy si è evoluto in Stevie Ray, non potrebbe Son House essersi evoluto in Keb’ Mo’? I musicisti originari saranno sempre rispettati nel tempo: hanno creato qualcosa che è destinato a durare, che proseguirà nella storia. Non puoi cambiare le fondamenta, puoi solo costruirci sopra; ed eventualmente essere criticato o apprezzato. Per quanto mi riguarda, sono contento perché sto mettendo il mio mattone.

Andando verso la conclusione, vorrei chiederti se hai altre influenze significative che vorresti citare.
Onestamente no. L’oggetto della mia attenzione è sempre stato molto stretto e preciso, non ho molte influenze diverse oltre a quelle dei musicisti con cui sono cresciuto. La musica che a diciassette anni mi ha fatto innamorare di questo strumento è la stessa che mi emoziona oggi. Ovviamente ascolto anche altra musica, ma sempre in un’ottica molto ristretta. Tendo a fissarmi su una cosa e quella cosa è tutto ciò che mi serve. Non faccio bene molte cose insieme. Townes Van Zandt è l’unica grande influenza, oltre a quelle dei grandi del blues e del gospel. Ma, di nuovo, solo lui e non altri come Guy Clark o Steve Earl o John Prine, giusto per fare qualche nome.

Chiudiamo con una panoramica sul tuo setup dal vivo: come amplifichi le chitarre che usi?
Uso solo microfoni a condensatore. Ho provato diversi pickup, ma nessuno mi ha mai soddisfatto in pieno. Oggi tutti hanno dei buoni microfoni a condensatore e sanno come usarli, quindi mi basta quello. Suonando da solo o in trio, non ho bisogno di molto ascolto nei monitor, quindi il microfono non crea troppi problemi. In alcuni casi l’impianto è molto vicino e riesco a suonare senza spie. L’altro problema che incontro è che i monitor mi distraggono: finisco per suonare per loro, piuttosto che focalizzarmi sulla musica e sul pubblico.

Grazie davvero per il tuo contributo, a presto!

Daniele Bazzani

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