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by Dario FornaraDa qualche anno ormai, nel mondo della chitarra acustica è sempre più presente un ‘nuovo’ strumento: la chitarra acustica baritona. Non proprio nuovo, forse, se pensiamo per esempio alla chitarra acustica baritona sarda, strumento popolare diffuso già nella prima metà del ’900 e utilizzato principalmente come strumento di accompagnamento e supporto armonico al canto, spesso in coppia con la fisarmonica: uno strumento simile a quello ‘moderno’ per alcune caratteristiche tecniche come il diapason e l’accordatura utilizzata, ma diverso nella sonorità e nell’utilizzo, in quanto la chitarra baritona attuale si è sviluppata soprattutto per un uso solistico, fingerstyle e flatpicking, uno strumento più versatile con possibilità espressive più ampie.
Una Italian Guitars baritona del liutaio Aldo Illotta
È facile allora ipotizzare che lo strumento moderno sia nato da un’evoluzione parallela ma indipendente rispetto allo strumento della tradizione italiana, un’elaborazione quindi di quella che possiamo chiamare chitarra acustica ‘tradizionale americana’. Oggi diversi costruttori, piccoli artigiani ma anche importanti aziende, propongono vari modelli di baritona, spesso diversi tra loro quasi a rimarcare la caratteristica propria della chitarra acustica, ovvero la non conformità ad un unico progetto. Ma se possiamo parlare di Dreadnought, OM, 000, Jumbo come di varianti sonore di un unico strumento, con definiti canoni estetici e costruttivi, parlare di baritona è forse parlare di un’altra cosa.
Tecnicamente e costruttivamente la caratteristica principale differente è proprio il diapason maggiorato, che può variare dai 680 mm ai 730 mm, con le solite eccezioni del caso. L’utilizzo di una scala così lunga, unitamente a quello di corde con diametri proporzionalmente maggiori, permette allo strumento di essere accordato più in basso rispetto alla chitarra tradizionale. In particolare l’accordatura più utilizzata è quella in Si, cioè una quarta sotto (prendendo come riferimento il Mi dell’accordatura standard), mantenendo gli stessi intervalli della tradizionale. Ma, proprio come la chitarra acustica normale, è spesso utilizzata con le più svariate accordature alternative.
Proprio chi utilizza particolari accordature su una baritona sa bene che è di fondamentale importanza la scelta della scalatura delle corde: le tensioni in gioco sono differenti e gli spessori andranno ben calibrati in base alle soggettive necessità. Di base possiamo dire che le scalature più utilizzate partono con una prima corda .015/.016 per arrivare alla sesta con spessori intorno ai .065/.070. Interessante notare come la seconda corda (il Fa diesis per intenderci) possa essere liscia o di tipo wound, ‘avvolta’ (solitamente .022w), con una sostanziale differenza timbrica. Personalmente trovo più equilibrato e definito il suono della corda avvolta, più omogeneo e meno slabbrato, soprattutto se si utilizzano accordature aperte che ne allentano la tensione.
Allo scopo di migliorare il bilanciamento timbrico, soprattutto tra corde avvolte e lisce, sono nate chitarre con tastiere radiali, con diapason differenti, maggiorati sui bassi e minori sui cantini: una soluzione che sembra realmente proporre una valida alternativa e che, provata, sembra un passo avanti nella soluzione di questo problema.
Una Italian Guitars baritona con tastiera radiale
La forma dello strumento, in generale, ricalca le dimensioni dei modelli Auditorium o Small Jumbo, taglie che permettono un buon equilibrio sonoro e la giusta profondità. Per il musicista è fondamentale scegliere strumenti con una timbrica definita: l’attacco della nota deve essere preciso così come la tecnica di chi sta suonando.
La baritona genera una sonorità che porta spesso ad un approccio differente, a volte minimalista, dove ogni nota, soprattutto le basse, hanno bisogno di spazio per poter vibrare, e parliamo di ‘spazio armonico’, per non andare a sovrapporsi ad altre creando confusione timbrica e armonica. Una chitarra che può realmente portare un musicista ad esplorare nuovi percorsi musicali, o più semplicemente a rivedere e riproporre la propria musica in chiave differente. La troveremo allora particolarmente efficace sia nel ricreare riff e groove tipici del basso funky, ma anche nel proporre delicati arrangiamenti e armonie fingerstyle. Perfetta anche utilizzata nel flatpicking solistico, rivela il suo – forse – unico limite nello ’strumming’, dove richiede una maggiore attenzione nella scelta e quantità di note suonate.
Per ora mi fermo qui, più avanti approfondiremo sia alcuni aspetti tecnici costruttivi, sia esempi musicali che ci permetteranno di conoscere meglio questa chitarra. A presto!
Eccoci a parlare di uno di quei prodotti che, con l’avvento delle nuove tecnologie (avrà senso chiamarle ancora ‘nuove’?) offre all’utente medio delle opzioni fino a poco tempo fa impensabili. L’oggetto in questione è un microfono a condensatore con pattern cardioide, costruito dalla britannica sE Electronics, in particolare il modello USB 2200A (319,00 euro di listino) dotato sia della tradizionale uscita XLR che di una più moderna USB.

A cosa serve, vi chiederete?
In sintesi: possiamo collegare il 2200A a un ingresso USB del nostro computer (PC o Mac) e registrare tramite software di registrazione, mono o multitraccia non fa differenza… sEnza (notare la maiuscola…) scheda audio! E questa è la vera novità. Il 2200 viene riconosciuto come un microfono esterno, tipo quelli integrati nelle webcam, per capirci, e offre il suo segnale a qualunque programma di registrazione (o riproduzione in caso di podcast) con cui lo volessimo usare. La differenza con i prodotti fino a poco tempo fa sul mercato è la qualità: microfoni a condensatore di questo tipo hanno di solito bisogno di una scheda audio e dell’alimentazione a 48 volt definita phantom; questo modello può funzionare sia in maniera tradizionale che via USB.
Esempio: abbiamo un piccolo netbook e l’sE 2200A, ce ne andiamo in un campo di grano o al mare di notte (occhio alla sabbia), accendiamo il portatile e relativo programma (il gratuito Audacity è perfetto), colleghiamo il microfono, attendiamo che venga riconosciuto dal sistema, premiamo Rec e iniziamo a registrare. Prese di corrente? Schede audio? Tecnici del suono? Sbalzi di tensione? Un lontano ricordo.
Il nostro studio di registrazione è il mondo. E a che qualità! Sì, perché come avrete modo di ascoltare dai sample audio, qui si fa davvero sul serio.
Andiamo per ordine
Va detto che non è l’unico modello sul mercato, altrimenti sembreremmo di parte: molti produttori si stanno attrezzando ed i modelli in commercio sono tanti. Noi oggi però scriviamo di questo, ringraziando la MidiWare di Roma che ce lo ha gentilmente fornito.
Bel design, colori bianco e silver che lo dividono a metà, apparentemente robusto, pesa poco più di mezzo chilo. È dotato di un’estensione che ne permette l’aggancio a una tradizionale asta microfonica e i controlli, tutti sul retro, sono: attenuatore 0dB/-10dB, selettore Apple/PC per uso con sistemi diversi, filtro per tagliare le basse frequenze in caso di utilizzo podcast o simili (per l’utilizzo con la chitarra acustica lo lasceremo inattivo). L’uscita cuffia a disposizione è dotata anche di un controllo volume indipendente a latenza zero, molto utile per ascoltarsi registrando più tracce. Infine le due uscite, XLR e USB.

Non resta che farsi un giro
L’utilizzo è davvero semplice, basta collegare il microfono ad una uscita USB e il sistema lo riconosce immediatamente. Abbiamo provato a registrare sia con un software professionale come Cubase, sia con il gratuito Audacity: entrambi i sistemi funzionano perfettamente con il 2200A, anche se bisogna perdere un momento a settare il gain in ingresso. Questo perché, non avendo una scheda audio con i suoi controlli, il volume in entrata è gestito dal sistema: si dovrà quindi aprire la finestra di dialogo Suoni>Proprietà e cercare Riproduzione e Registrazione, selezionare la voce sE USB 2200A e dovremmo essere pronti a partire.
Quello che abbiamo notato immediatamente è che il volume in ingresso è apparso molto basso: il primo tentativo è stato quello di alzare il gain del Mic Input di Windows, con il risultato disastroso di una distorsione completa di tutto il segnale. Allora (perdendo solo qualche minuto) abbiamo cercato il giusto compromesso di livello in ingresso, che abbiamo dovuto tenere basso per poi alzarlo in seguito, e tutto è andato a posto. Essendo abituati ad usare una scheda audio, abbiamo dovuto cercare un setup adatto, niente di spaventoso.
I sample che ascoltate sono tre, ma doppi: il primo è sempre relativo al tradizionale utilizzo via XLR e scheda audio (una Presonus Firebox); il secondo via USB. Ho cercato di suonare passaggi simili con ogni chitarra, esempi diversi per strumenti diversi: una classica artigianale Bruno Tozzi del 1982, una Martin OM-28V e una Martin D-28.
Audio
Nylon string USB
Nylon string XLR
Martin D-28 USB
Martin D-28 XLR
Martin OM-28 USB
Martin OM-28 XLR
A registrazione finita
Il primo impatto riascoltando la ripresa via USB è stato strano, non vedevamo quasi l’onda del segnale registrato; anche se c’era, era però molto basso. Purtroppo, senza scheda audio, si può intervenire poco in tal senso. Va detto però che, normalizzando il tutto a cose fatte, il timbro è risultato ottimo e con poco fruscio di fondo, che è il rischio maggiore quando si interviene in maniera digitale sul segnale a cose fatte. Il risultato è convincente sia con Cubase che con Audacity, crediamo quindi anche con qualsiasi altro software.
Il 2200A suona alla grande se utilizziamo la tradizionale uscita XLR. Non dimentichiamo che la scheda usata in questo caso si colloca in una fascia di prezzo superiore ai 300 euro ed è dotata di uscita Firewire e non USB, ha prestazioni ottime ed è quindi un valore aggiunto non da poco. Chissà con un vero preamplificatore da studio quale sarebbe il risultato. Il nostro intento è però quello di verificare se l’utente medio o addirittura i principianti, che non hanno accesso a costose configurazioni per registrare la propria musica, si possano avvantaggiare da una simile e innovativa tecnologia, e la risposta è decisamente “sì”.
Abbiamo testato l’sE anche con un piccolo PC portatile con schermo da 10”, i netbook che tanto si vedono in giro, e il risultato è lo stesso: in fondo se la scheda audio è interna al microfono, e il microfono è lo stesso, così come il software, c’è poco da girarci intorno, il risultato può cambiare di poco. Il consiglio è quello di connettersi via USB direttamente al PC, non a uno di quei moltiplicatori di porte oramai molto diffusi.
Ovviamente non ci siamo fatti scappare la possibilità di confrontare il 2200A con altri microfoni di fascia anche superiore, e dobbiamo dire che fa la sua figura. È piuttosto aperto sulle alte, molto definito, e ha una sensibilità che è quella tipica dei microfoni a condensatore: un prodotto di media fascia di qualità, ottima scelta se avete dei dubbi su cosa acquistare per iniziare la vostra professione di chitarristi-tecnici-del-suono di voi stessi.
Tutti i file che ascoltate sono gli originali wav non convertiti in mp3 e senza alcun intervento di equalizzazione, quindi considerate che sono migliorabili sotto diversi aspetti: come al solito non ci interessa far sentire pesanti interventi di EQ, quanto la pasta sonora del mic.
In conclusione
A questo prezzo abbiamo diverse opzioni di acquisto; va detto però che la ‘doppia vita’ del 2200A lo rende appetibile sia dal principiante che dal professionista più smaliziato. Del resto la sE è un marchio che si sta facendo apprezzare per la qualità e il prezzo competitivo dei suoi prodotti: molti altri modelli sono disponibili nella linea di microfoni tradizionali, potete trovarli visitando il sito ufficiale sE Electronics.
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