Ben Glover – Shorebound

 

(di Freddie del Curatolo) – Ma quanti amici ha il fantastico ‘orfano’ Ben Glover? Il trentottenne songwriter nato in Irlanda del Nord, una delle voci più intense e intelligenti dell’Americana, lascia per un attimo la sua brigata (v. “The Orphan Brigade”, Chitarra Acustica, novembre 2018), ma non resta da solo e – dall’affollatissimo ed evocativo ‘bagnasciuga’ di Nashville – ci regala nuove entusiasmanti canzoni con una serie di personaggi e di voci che lo affiancano in un lavoro vario e suggestivo.

Shorebound, che appunto significa ‘bagnasciuga’, è il terzo album solista della carriera di Glover, e arriva a margine della fortunata collaborazione con il musicista e produttore Neilson Hubbard, al suo fianco anche in questa avventura, e con Josh Britt, negli Orphan Brigade. Dopo il secondo piccolo capolavoro degli ‘orfani’, Heart of the Cave, concept album su paure e leggende legate ai terremoti, registrato tra Osimo e Nashville, è uscito proprio in questi giorni anche un loro eccellente live registrato proprio nella cittadina marchigiana teatro di quelle storie.

Ma Ben Glover merita anche uno spazio tutto suo, in cui i collaboratori incontrati nel suo percorso artistico e umano – che mai come nel suo caso sono quasi la stessa cosa – possono affiancarsi, sia a livello di suoni e intenzione, come avviene con l’amico Hubbard, sia da coautori come nel caso di Mary Gauthier, sua mentore tanti anni fa, presente in “Catbird Seat”, episodio tra i più forti del lavoro.

Shorebound è un album ‘guitar oriented’, che vive di complementarietà. Duetti e collaborazioni sublimano la capacità di Glover di scrivere e interpretare ballate d’autore, e della sua voce di mescolarsi così bene con timbri femminili, ma anche di creare suggestioni insieme ad altri interpreti maschili, senza mai lasciare a nessuno il compito di ‘sparring partner’.

È il caso di “Dancing with the Beast”, uno dei brani più intensi dell’album, interpretato insieme a una delle icone di Nashville, Gretchen Peters. Il pezzo, scritto da Glover con un testo introspettivo e profondo, è stato vissuto con una tale intensità dall’amica e storica cantautrice, che lei stessa ne ha fatto il brano portante del suo nuovo album, che porterà lo stesso titolo.

I nomi che affiancano il musicista di Belfast sull’ipotetico litorale che unisce il Tennessee a Inghilterra e Irlanda del Nord, che per l’autore è molto più del luogo di nascita, sono gli amici di una vita: Ricky Ross, leader della rock band scozzese Deacon Blue; Kimberley ‘Kim’ Richey; l’inglese Robert Vincent; la bravissima Amy Speace, presente nell’orecchiabile brano di apertura “What You Love Will Break Your Heart”; l’irlandese Anthony Toner e altri nuovi compagni di viaggio.

Musicalmente il nuovo album di Glover, edito in Italia da Appaloosa Records, con la traduzione dei brani in italiano, nasce dall’incontro di tre chitarre: l’acustica di Glover e le elettriche – slide e pedal comprese – di Kris Donegan e Juan Solarzano. Le atmosfere disegnate da Hubbard, sound engineer tra i più originali della Music City, richiamano molto l’ultimo lavoro degli Orphan Brigade; e “Song for the Fighting”, cantata in duetto con lo stesso compagno d’avventura di uno degli ensemble più interessanti degli ultimi anni, sembra quasi una ‘ghost track’ di Heart of the Cave, tra cori incalzanti, chitarre sporche e tappeti di archi. Gran pezzo.

Solo due sono i brani che Glover decide di cantare da solo, la slow song “Kindness”, gioiello di rara eleganza e maturità, e la più ammiccante title track.

Sapori di Irlanda appaiono invece in “Northern Stars”, frutto della collaborazione con il gruppo Malojian, icona del geniaccio Steve Albini, e con il cantautore di Belfast Matt McGinn.

Ride the River”, ballatona cantata in coppia con la cantautrice country Kim Richey dell’Ohio, sembra un bel classico, in cui le chitarre scivolano delicatamente dietro la perfetta coesione delle due voci.

Atmosfere ancor più soffuse e sognanti in “A Wound That Seeks the Arrow” in coppia con l’eterea Angel Snow.

Con Ricky Ross l’episodio più FM del disco, “Wildfire”, con bei suoni di batteria e gusto vagamente rétro, alla Grant Lee Phillips, e corde elettriche raffinate.

Slide guitar sugli scudi nel duetto con un’altra anima bella di Belfast, il folksinger Antony Toner. Ecco il trait d’union tra Americana e Irlanda del Nord: “My Shripwreck Friend” è una storia di naufragi dell’anima, ma anche di incontri artistici senza tempo né distanze.

La chiusura dell’album è una genuina e raffinata composizione à la Van Morrison, concepita con l’interessante songwriter Robert Vincent di Liverpool.

Shorebound è allo stesso tempo la prova d’autore di uno dei più interessanti giovani della scena musicale americana, e un disco corale che esce dai canoni del classico songwriting di Nashville, testimoniando la capacità di autori e miscelatori di suoni di guardare oltreoceano ed evolversi, senza dimenticare le radici della propria musica.

Freddie del Curatolo

La rubrica “A proposito di Americana” è realizzata in collaborazione tra Fingerpicking.net e Buscadero.

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