Basta con i tributi agli altri, è ora di farli a noi stessi!

nocover-300x295

Niente cover o tributi. Solo musica originale.

Da sempre la musica si impara sulla musica. È una pratica naturale e di certo produttiva, l’apprendere le regole e le dinamiche di questo linguaggio suonando, divertendosi e studiando sulle note che più si amano, così da affinare gusto e tecnica sullo strumento.
Tutti i musicisti lo hanno fatto, anche i più grandi, beneficiandone oltremodo e in ogni senso. Tuttavia, lungo il sentiero della loro formazione, con tempi e modalità diversi per ognuno, si è compiuta l’opportuna evoluzione che ha permesso al mondo intero di ascoltare e assaporare una musica nuova, unica e irripetibile, perché nuovo, unico e irrepetibile era diventato nel frattempo il loro linguaggio.
Questo processo è la naturale progressione individuale che permette alla musica (ma in fondo ad ogni forma di arte) di evolversi: contemplare e studiare il passato, cercare la propria voce nel presente, donare qualcosa di nuovo al futuro.
Omaggiare un’opera con una personale rivisitazione è cosa assai normale e apprezzabile lungo i passi di un percorso (perché arrangiare è un po’ come comporre). Ma se vissuto come unico fine, suonare e interpretare solo ed esclusivamente la musica di altri artisti può rendere improduttiva qualsiasi forma di ricerca, creando sterilità creativa e stalli emotivi collettivi, una sorta di palude artistica maleodorante. È suonare e interpretare la propria musica la massima espressione a cui un musicista deve ambire, perché è in questo scopo che si cela il germoglio di nuova linfa.
Un mondo di cover e tribute band non si può evolvere. È un fatto. Per il cammino del linguaggio musicale non può che essere una sosta, una lunga e pericolosa sosta. Perché non mettere il proprio talento al servizio dei propri sogni? Meglio: perché limitare i propri sogni fino a farli inaridire, diventando uno sterile simulacro? Perché essere l’ombra e lo spettro di qualcun altro?
Naturalmente, se sono divertimento e svago ad alimentare l’ingenua imitazione, non è davvero un problema. Il problema prende vita, in effetti, quando la maggior parte dei figli della musica – per non dire quasi tutti – cedono al vecchio, con totale esclusivismo, e non si concedono al nuovo, a quello che di raro e magnifico esiste in ognuno di noi.
L’inganno più pericoloso, nel rinunciare ad investire sul proprio potenziale, è pensare e sostenere che solo i grandi artisti possono comporre. Inutile dire che non ci credo. Non si tratta di creare a tutti i costi opere che rimarranno alla storia, ma certamente di affaccendarsi per dare vita a quel fermento in cui ogni novità può divenire sublime, anche la meno probabile. Non è primeggiare in qualità compositiva il fine, perché la musica non è una competizione automobilistica, ma piuttosto mettersi in gioco per alimentare la propria unicità, ognuno come riesce, ognuno con la propria sensibilità.
Allora, da queste righe, io grido con forza e passione (e un po’ di impudenza): basta tributi agli altri, facciamo un tributo a noi stessi e alla nostra arte. È tempo!

PUBBLICATO

 

 

Chitarra Acustica, 4/2011, p. 11

...sull'Autore

Related Posts

  1. Cristiano Gallian Reply

    Grazie Luca! C’è molta profondità e sincerità in queste riflessioni che proponi, buona musica e buon lavoro (la stessa cosa)!

  2. marco Reply

    Sono pienamente d’accordo con te Luca trovo inconcepibile che un mondo come quello della musica che ci ha offerto alcune delle più grandi personalità del 20esimo (e non solo) secolo sia ridotto a un colabrodo culturale dove il musicista leggeremente fuori dalle righe sia visto come un nemico da abbattere o ancor peggio da ignorare.

    Un cantautore in erba

  3. kiko pensato Reply

    Cari colleghi ed amici, ho letto con attenzione le vostre giuste osservazioni e preoccupazioni sull’essenza della musica.
    Sono anche io del parere che un nuovo ciclo debba iniziare.
    È dura, non aspettiamoci niente da nessuno, mettiamoci la nostra passione creatività infischiandocene dei target degli obbiettivi aziendali.
    Componiamo per noi stessi ed iniziamo a sentirci coerenti perlomeno con la nostra etica che è ciò che ci rimane in questo squallido teatrino di veline bellimbusti dalla ormai riflessa personalità psiconanica.
    Vi saluto tutti con affetto da una terra lontana
    kiko pensato
    23 Aprile 2011 BANGKOK
    PS
    Un grande abbraccio al maestro Pisoni

  4. Luca Francioso Reply

    È strano che la storia di Alejandro Jodorowsky non faccia riflettere nessuno sul fatto che il pappagallo interprete, comunque, stia cantando MUSICA ORIGINALE e non cover.
    Nella terminologia musicale, una “cover” è la reinterpretazione o il rifacimento di un brano musicale, da altri scritto e pubblicato in precedenza, da parte di qualcuno che non ne è il compositore originale.
    Interpretare brani originali, dunque, è molto diverso che scegliere di suonare cover, perché si tratta comunque di un investimento sul NUOVO e sulla sua evoluzione. È vero che ognuno rispetta il ruolo dell’altro (non ho mai negato rispetto a chi fa cover, neanche in questa sede), ma sia il pappagallo compositore sia quello interprete COLLABORANO INSIEME, ognuno con il proprio talento, per creare qualcosa di UNICO. È questo la chiave di lettura. È questo il punto di tutto.

  5. Giovanni Pelosi Reply

    Beh, Prof, contesto il tuo giudizio: semmai questa è una storia di negrieri. In realtà, visto che i pappagalli non vengono venduti separatamente, ciascuno costa 1525 yen.
    Inoltre, poco ma sicuro, nessuno dei due becca ‘na lira :-).
    Si limiteranno a dividere il mangime, indifferenti al rispettivo prezzo di vendita.
    Tragicamente, se morirà il compositore, l’altro canterà sempre le stesse cose (ma potrebbero essere molte, dopo una vita passata con lui). Se, invece, muore il canterino, il compositore non vale più un accidente.

  6. Carpandrea Reply

    A me la sproporzionata differenza di prezzo evoca una società socialmente assai ingiusta, di stampo feudale, basata su una divisione in ceti e caste; ma al tempo stesso saggiamente ‘organica’, dove si ammette che l’uno non può esistere senza l’altro. 😉

  7. Giovanni Pelosi Reply

    Questa storia può insegnare cose differenti. A me, dice che persino tra i pappagalli giapponesi vi è un rispetto dei ruoli.
    Non riesco a leggerla nel senso che il canterino scriva pure le sue porcherie, e se le canti, invece di tributare all’altro.

    😉
    Ciao!
    Giovanni

    • Luca Francioso Reply

      Onestamente, Giovanni, neanche a me la storia dice quanto da te supposto. Ad ogni modo, che ognuno ci veda e ci legga quello che ci vuole vedere e leggere. Ogni bene.

  8. Luca Francioso Reply

    Un uomo, passando davanti a un negozio, vide che vi si vendevano due pappagallini chiusi nella stessa gabbia. Uno era molto bello e cantava stupendamente, mentre l’altro era in pessimo stato e rimaneva muto. Il primo costava cinquanta yen e il secondo tremila.
    L’uomo, stupito dalla differenza di prezzo, disse al negoziante:
    «Dammi il pappagallo da cinquanta yen!»
    «Impossibile, signore» rispose il negoziante. «Non sono in vendita separatamente.»
    «Ma perché? Come la spiega, lei, una simile differenza di prezzo? Il più brutto costa sessanta volte il più bello e, oltretutto, non canta. È assurdo.»
    «Lei si sbaglia, signore. Quello che le pare brutto è il compositore.»

    (“Essere e apparire”, tratto dal libro La risposta è la domanda di Alejandro Jodorowsky)

  9. andrea Reply

    La pratica di eseguire musica degli altri esiste dalla fine del settecento ed è estremamente nobile.
    Se in giro è pieno di cover band o cover musicians forse sarebbe meglio chiedersi il motivo..
    Noi italiani siamo sempre uguali… se non mettiamo un po’ di polemica nelle nostre attività non stiamo bene.. Appunto … insegui e costruisci i tuoi sogni e lascia in pace gli altri . Ma perchè polemizzare con chi fa i tributi??
    Se uno gli piace fare la musica degli altri a te cosa te ne frega?
    Il segno del divieto con la scritta cover.. ma per piacere…

    • Luca Francioso Reply

      Ciao Andrea, grazie per aver letto il mio articolo e per averlo commentato. Se hai trovato il mio contributo spocchioso, presuntuoso, polemico e ridicolo, io posso solo prenderne atto. Se suonare cover o tributi ti arricchisce, continua pure: stai sicuro, nessuno ti toglierà il gusto di farlo, tanto meno le mie parole! Sei libero di pensare e di fare quello che senti più emozionante per te e per la tua vita. Chiaramente, anche io. Io ho fatto la mia scelta, convinto (sempre di più) di quello che ho espresso nel post. Tu fa pure la tua. Ad ognuno la propria strada: niente di più semplice e di più naturale.

  10. Ric Reply

    Ieri sera ho visto per puro caso un film che mi sta facendo tutt’ora molto riflettere. Si tratta del film “Questa terra è la mia terra” ed è il racconto autobiografico della vita di Woody Guthrie. Mi ha fatto riflettere su un paio di concetti tra cui la creatività musicale, poi mi ha ricordato che su fingerpicking net c‘è uno spazio, cioè quello in cui sto scrivendo. Vedete, il problema del giorno d’oggi, cari miei, è la mancanza di bisogni, di esigenze, che sono poi quegli stessi bisogni ed esigenze che portano a creare musica perché in qualche modo la musica e il canto hanno un lavoro da svolgere. Mi si sta aprendo un mondo nuovo. Mi chiedo, ad esempio, come è nato il fingerstyle? In base a quali esigenze? Woody cantava per i lavoratori dell’America del periodo della depressione del ‘29, suonava e cantava per loro, sulla sua chitarra c’era scritto “questa è un’un arma che uccide i fascisti”. Ragazzi, siamo nel 2010, chiediamoci, ed io in primo luogo mi chiedo, quali sono i miei bisogni, le mie esigenze. Credo che molte delle esigenze passate siano morte. E quindi chi ci rimette è anche la creatività. Quando si ascolta un brano, non si può solo dire “bello” bisogna capirne la ragione di esistere, a quali esigenze risponde. Comunque, per concludere, forse non ho detto poi molto di nuovo, però mi piace sottolineare il fatto che, secondo me, la creatività è strettamente legata con i bisogni umani. E al giorno d’oggi, in questa società che ci mette tutto a portata di mano, con un click, con l’automazione, non c’è più la possibilità di incavolarsi e scrivere una canzone che dia voce alla propria rabbia, al proprio vissuto, come avveniva 50 e passa anni fa quando esistevano persone che lavoravano un giorno intero per un tozzo di pane. Penso che la vera musica sia morta. Non riesco nemmeno più ad “ascoltare” perché io stesso faccio fatica ad averne il bisogno, le esigenze e soprattutto non so più “che cosa” ascoltare Solo quando esco dal lavoro, incavolato e stanco e metto su un brano, riesco ad apprezzarlo, ma dura poco e spesso è il brano sbagliato. Non so se ho reso l’idea. Lo spero, perché penso di aver centrato un tema importante.

    • Luca Francioso Reply

      Ciao Riccardo, trovo molto interessante quello che hai scritto e ti ringrazio per il tuo contributo. Tuttavia mi permetto di dissentire dalla tua convinzione che la “vera musica” sia morta. Non sei la prima persona a cui lo sento dire e, sinceramente, mi amareggia sapere che c’è qualcuno che lo pensa, perché vuol dire che si dà a priori e incondizionatamente per spacciato lo slancio di ogni futuro tentativo, che non si crede più nell’evoluzione del NUOVO. Io CREDO nel nuovo. E credo che la… musica (non esiste la “vera” musica o la “falsa” musica: esiste la MUSICA!), in qualsiasi sua forma, non morirà mai, perché – anche se ne padroneggiamo le regole – è un linguaggio più grande di noi, destinato a sopravviverci. Noi possiamo solo scegliere come usarlo e come renderlo NUOVO ogni giorno. Ogni bene e a presto.

  11. massimo buldrini Reply

    conosco bene Luca tanto da poter scommettere, vincendo, sul carattere il timbro e la benevolenza delle sue parole. E in modo altrettando convinto sostengo l’idea che anche l’arrangiamento (non la copia o l’imitazione) sia un’intensa attività musicale che suscita emozioni e piacevoli momenti, compresi i ricordi (perchè il passato è il vademecum per il futuro).
    Per questo continuo ad abbracciare la mia chitarra, con quel che ne consegue.
    un omaggio arrangiato in modo personale non è quindi secondo me paragonabile all’audiocopia dell’originale, anche se purtropp entrambe le cose finiscono dentro quel calderone chiamato “cover”…

  12. Luciano Reply

    Ciao Luca
    Grazie per l’articolo che hai scritto, l’argomento è interessante e mi tocca particolarmente …
    Io mi sono avvicinato al mondo della chitarra acustica (dopo qualche decennio di chitarra elettrica e di cover band) proprio perché spinto dal desiderio di “comunicare” – attraverso la musica – una parte del mio sentire, una idea personale …
    La musica è un linguaggio, non va dimenticato! Proprio come la parola scritta e parlata, serve per veicolare le proprie idee ed emozioni verso gli altri … Penso che nessuno di noi si esprima esclusivamente attraverso “frasi fatte”, no? 😉
    Ciao!
    L.

  13. giusi pisoni Reply

    Desidero riferirmi e rispondere ora a NICOLA PALLARO, qui sopra.

    Ma che bello, che lineare, che semplice !
    Con poche parole sei riuscito a chiudere
    elegantemente un discorso interessantissimo.
    Hai tutta la mia approvazione e la mia stima.
    È proprio della semplicità che dovremmo parlare, perché è una fondamentale del cuore, della poesia. Ed è con questa modestia che sprigioni, che fai luce in questo sentito ma non del tutto condiviso discorso.
    Semplicità, modestia, voglia di aprire il cuore, per un messaggio solo tuo che comunque rimarrà, in quanto unico, vero.
    Hai tutta la mia ammirazione.
    Spero si possa incontrarsi.

    Giusi Pisoni

  14. nicola pallaro Reply

    ciao Luca Bellissimo articolo credo che la musica sia un’espressione (come anche tutte le altre arti) di se stessi e secondo me è un modo per dire a tutti quanto siamo diversi tra noi, riconoscendosi unici in questo mondo. Qualcumo ci ha messo in questo cammino di vita appunto per questo. Ho piacere di raccontare ciò che mi è accaduto da alcuni anni: io non ho mai suonato alcuno strumento ma nel corso di questo viaggio che è la vita mi è capitato di fermarmi davanti a un cartello che diceva “prova a suonare” e così ho provato scegliendo la chitarra. Finché nella mia ricerca e conoscenza dello strumento, sentivo forte ma nello stesso tempo in maniera armoniosa, il desiderio di provare a fare qualcosa di mio. Ti pensi provare a esprimere e creare qualcosa che arriva solo da te, che sei unico. È un’occasione da non perdere per continuare a crescere e riconoscersi con gli altri. E così appunto ho provato a comporre qualcosa con le conoscenze che fino a quel momento avevo acquisito, ed è stato meraviglioso, come lo è ancora adesso vedere che tutto questo era qualcosa che già avevo dentro. Nell’espressione non c’è limite di modalità, quando cominciamo a credere che lo sia possiamo invece riconoscere che quella nuova espressione che va oltre la “modalita” è da aggiungere a quella che c’è già attorno a noi. Come una nuova vita che si unisce in una famiglia, come un nuovo fiore che cresce in un giardino, come una nuova pagina scritta in un libro. ciao luca grazie

  15. Riccardo Reply

    Mi è capitata una bella esperienza. Dovevo pensare a qualcosa per la festa di compleanno in occasione dei sessant’anni di mio padre. Mi sono trovato a fare un piccolo arrangiamento di “Happy birthday to you” in accordatura aperta. Non è certo una composizione originale però essermi applicato mi ha fatto sentire più libero, più creativo. Io penso quindi che anche trovare il proprio arrangiamento sia comunque un modo per non limitarsi a fare la scimmia come Daniele una volta mi ha detto a Firenze. Comunque, studiare i pezzi altrui aiuta, infatti l’accordatura l’ho presa in prestito da una brano di Daniele!

  16. Daniele Bazzani Reply

    Riccardo ha aperto una parentesi che è tutto tranne che… parentesi!
    Non ho tempo ora di scrivere ma ci torno, perchè la cosa prevede risvolti ancora interessanti.

  17. Carpandrea Reply

    Apprezzo moltissimo Riccardo, artista rigoroso, grande innovatore e precursore, vero caposcuola, quando ammette: «guardate, ragazzi, che nel rapportarsi ad un editore, bisogna assolutamente che questi tragga beneficio dalla vostra performance; […] Per questo, sovente, può accadere che egli ritenga interessante accomunare la vostra arte a quella di altri, in un campo, quello delle cover, che può contribuire a maturare redditi utili ad esser poi di nuovo investiti su vostri futuri progetti.» E a proposito dell’esperienza con Santo: «Beh, ci credete che è stata un’esperienza notevole?» O ancora: «può darsi che l’ascolto di “Imagine” o de “Il cielo in una stanza”, mi conducano, e tanto positivamente, verso una distrazione dal presente, e pure verso il salire di una serie di emozioni, di ricordi importanti legati a quei brani.»
    Ma evidentemente ammettere cose del genere ha un suo costo. E forse non è un caso se Riccardo poco dopo scrive: «Possibile che i colleghi d’oltre oceano, o d’oltre manica, se accettano di suonare a Sarzana piuttosto che a Ferentino, compiano gesti memorabili perché si son fermati a parlare con i fans lì presenti, oppure perché la loro famiglia portata al seguito s’è dichiarata tanto contenta dell’accoglienza?» Eppure anche in questi casi, secondo me, si dovrebbe ammettere che se grandissimi cantautori-chitarristi d’oltre Oceano, e un grandissino liutaio d’oltre Oceano, vengono a trovarci nei nostri festival di chitarra acustica, ne rimangono soddisfatti al punto di promuoverli e parlarne molto bene a livello internazionale, distribuendo inoltre emozioni a numerosi fan, in definitiva mettono molta legna in cascina anche per il più ‘piccolo’ di noi.
    Concludo dicendo che apprezzo moltissimo anche questo post, che suscitando interesse e numerosi commenti, ci ha ampiamente arricchiti.

  18. Luca Francioso Reply

    Ciao Riccardo, grazie per il tuo contributo a questo confronto. Un abbraccio e ogni bene.

  19. Riccardo Zappa Reply

    Oh, dimenticavo: perché non cerchiamo di “tributare noi stessi” anche in occasione di recensioni di certi concerti di chitarristi – notevolissimi fin che si vuole, per carità! – ospiti di nostre rassegne? Possibile che i colleghi d’oltre oceano, o d’oltre manica, se accettano di suonare a Sarzana piuttosto che a Ferentino, compiano gesti memorabili perché si son fermati a parlare con i fans lì presenti, oppure perché la loro famiglia portata al seguito s’è dichiarata tanto contenta dell’accoglienza? Ma andiamo!! 😉

  20. Riccardo Zappa Reply

    Mi accodo, buon ultimo, agli ottimi interventi suscitati dall’ ottimo post di Luca. Ebbene anch’io, anni addietro, ho pubblicato, dopo una quindicina di album di miei inediti, un cd di cover. Ciò conseguenza di un’ esplicita richiesta del mio editore. E qui apro una parentesi importante per quanti si accingano ora ad affrontare la dura vita del chitarrista-compositore: guardate, ragazzi, che nel rapportarsi ad un editore, bisogna assolutamente che questi tragga beneficio dalla vostra performance; ciò riferendomi all’impiego economico che egli sta mettendo in campo per voi. Per questo, sovente, può accadere che egli ritenga interessante accomunare la vostra arte a quella di altri, in un campo, quello delle cover, che può contribuire a maturare redditi utili ad esser poi di nuovo investiti su vostri futuri progetti. Ciò premesso, nel mio caso, si trattava di incontrare Santo, del duo Santo & Johnny, per sostituire nientemeno che Johnny, dopo che i due fratelli, essendo già stati campioni di vendite mondiali per tutti gli anni sessanta, avevano pensato bene di separarsi artisticamente per motivi insanabili. Beh, ci credete che è stata un’esperienza notevole? Santo suona magistralmente la slide-guitar, e la gestione artistica del progetto era stata assegnata a Carlo Siliotto ed Ares Tavolazzi. Credo ne sia uscito un album notevole, poiché tutti quanti, arrangiatori e noialtri “solisti”, si stava lavorando ciascuno mettendoci davvero del suo meglio.
    Certo, anch’io, trovandomi ad assistere ad un concerto di un chitarrista dedito alla riproposizione di cover sono sicuramente più propenso all’idea Franciosesca di “tributare” se stessi piuttosto che altri; però, in quei casi, può darsi che l’ascolto di “Imagine” o de “Il cielo in una stanza”, mi conducano, e tanto positivamente, verso una distrazione dal presente, e pure verso il salire di una serie di emozioni, di ricordi importanti legati a quei brani. Ciò costituisce un valore notevole, che dura il tempo dell’esecuzione dei medesimi.

  21. Daniele Bazzani Reply

    A me piace ascoltare bella musica, che mi emozioni.

    Se l’etichetta dice “originale” o “già sentita”, mi interessa poco, sinceramente.

  22. tompe Reply

    “…Tra ascoltare un bravissimo arrangiatore oppure un mediocre compositore io scelgo il compositore…Non credo che sarebbero in molti qui a fare la mia stessa scelta”…

    Luca, io sono uno di quelli.
    Come ho già scritto sopra, non ho il desiderio di ascoltare chi suona brani già noti, mentre ho sempre voglia di ascoltare musicisti che propongano brani propri, magari per poi scoprire che non mi piacciono.
    Credo che la musica debba dare emozione, “fare cultura”, educare, aiutare a crescere. Se il criterio diventa quello di “voler vendere, cioè, proporre ad altri, preferibilmente a titolo oneroso…” oppure “pubblicare le cose che si ascoltano più volentieri”, allora parliamo di marketing, di vendite, di classifiche, ma non, a mio modo di vedere, di “Musica”.

    Ciao
    Tommaso

  23. giusi pisoni Reply

    Quando chiesi a Lucio Dalla (1978) cosa pensasse di quei musicisti che, per una ragione o per l’altra, se ne stavano chiusi in una stanza a suonare, magari componendo della musica, anche valida, o interpretandone dell’altra… lui mi rispose >> “È come farsi delle pippe!”
    Grande come sempre, Lucio!
    All’inizio rimasi spiazzato. Col passare degli anni ho capito che aveva sacrosanta ragione.
    L’augurio che faccio a tutti quelli che amano la musica è di farsi avanti, suonare, cercare di dare se stessi con tutta l’anima, magari componendo anche delle melodie proprie.
    Certo è, però, che il mondo dell’ascolto, specialmente quello discografico (che prevede un successo) è un mondo difficile.
    Nessuno verrà mai a chiamarti dentro a quella stanza. Così porterai con te le tue musiche, Giusi, i tuoi sentimenti e le tue emozioni.
    Siete splendidi.
    Vi ho provocato anche ingiustamente.
    Ma sono felice così.
    Giusi Pisoni

  24. Luca Francioso Reply

    In un confronto, la serenità svanisce solo quando uno vuole prevalere sull’altro ad ogni costo, e non è proprio questo il caso. Trovo sia normale che ognuno si appassioni, dia voce e difenda ciò in cui crede. È così che si compie la condivisione ed è cosi che ci si arricchisce. Ogni bene 😀

  25. Carpandrea Reply

    Potremmo continuare in eterno, perché come dice Daniele il discorso è appunto molto complesso, ma in quel caso… forse la serenità potrebbe anche scemare! 🙂
    Vabbe’, provo a metterla così: Dio, o chi per lui, ha creato dodici segni zodiacali, che sono tutti ugualmente essenziali al tutto. E noi possiamo essere solo di un segno zodiacale, non di due, né tantomeno di tre o più… Ma non c’è da preoccuparsi, ognuno dei dodici segni sarà sempre rappresentato. E non ci sarà mai un mondo senza compositori, tranquillo. E il nuovo non è in una sola cosa. La sparizione di ognuno dei dodici segni sarebbe una sciagura allo stesso modo della sparizione di uno qualsiasi degli altri.
    Chiaro, no? 🙂

  26. Luca Francioso Reply

    Ciao Andrea (e ri-ciao Daniele), grazie del tuo (vostro) commento, che rispetto ma che non condivido.
    Io non credo di avere usato toni inopportuni nelle mie parole: ho scritto ciò che sento con forza e grinta!
    Personalmente non vivo l’evoluzione come un’ideologia: ogni cosa evolve, è un dato di fatto. Un mondo fatto solo di interpreti e di nessun compositore fermerebbe l’evoluzione della musica, perché non ci sarebbero più nuove melodie. Questo è un dato di fatto, non è un’ideologia.
    Come ho già espresso più volte in questa sezione “commenti”, se devo scegliere di ascoltare un bravissimo arrangiatore oppure un mediocre compositore (“bravissimo” e “mediocre”: termini che uso per dar senso all’esempio, ma che sono assolutamente soggettivi), io scelgo il compositore, il suo coraggio di mettersi in gioco con la propria voce e il suo tentativo di aggiungere qualcosa di proprio a questo mondo, maturo o meno che sia.
    Non credo che sarebbero in molti qui, leggendo i commenti, a fare la mia stessa scelta. Pazienza. Naturalmente rispetto questa realtà, ma mi dispiace.
    Al NUOVO servono sostenitori. Evidentemente ce ne sono pochi.
    Concludo dicendo che se nella storia gli artisti si fossero dati dei limiti, probabilmente molta della musica che amiamo oggi non esisterebbe. Io rispetto le scelte di tutti, ma sono libero di condividerle o meno. Ora chi si vuole dare dei limiti lo faccia, chi vuole arrangiare e basta lo faccia, chi vuole interpretare e basta lo faccia, chi pensa che il suo contributo non sia all’altezza dello standard collettivo lo pensi, ma io continuerò a scegliere il NUOVO e a favorirne la divulgazione e la fioritura con la grinta e lo slancio e la passione che mi hanno spinto a scrivere l’articolo.
    Con serenità e stima.

  27. Daniele Bazzani Reply

    Infatti, anche perché non possiamo negare che dei grandissimi autori hanno una voce di merda e molta loro musica sarebbe stata una mezza schifezza senza l’interpretazione di grandi vocalist o strumentisti, il discorso è molto complesso e non riassumibile in poche righe.

  28. Carpandrea Reply

    Eh, no, Luca è proprio questo il punto; forse il “tono” che alcuni hanno detto di non condividere nel tuo discorso. Se siamo d’accordo nel dire che gli interpreti non vanno declassati, allora non vanno declassati mai, neanche quando l’interpretazione diventa il loro ‘unico scopo’. Se hanno scelto di darsi l’interpretazione come unico scopo, è perché – non essendo onnipotenti, ma degli esseri limitati come tutti noi siamo – hanno deciso di darsi dei limiti. E il loro apporto parziale è comunque un contributo alla musica tutta; l’irripetibile unicità del loro sforzo individuale è un contributo al lavoro di tutti. Qui è in gioco il rapporto tra l’individuo e il gruppo o la comunità, la differenza tra lavorare in un gruppo e lavorare da solo. E tu sai di cosa parlo…
    Non c’è nessuna ‘Evoluzione’ unilaterale a cui tutti dobbiamo fare riferimento, l’evoluzionismo è una ‘ideologia’ ottocentesca che ha già mostrato tutti i suoi limiti, la cultura di oggi è una cultura plurale e multilaterale, che prevede tante evoluzioni possibili.
    Ugh! 🙂

  29. Luca Francioso Reply

    Ciao ragazzi, grazie dei vostri commenti, importantissimi veicoli di condivisione. Mai declassati gli interpreti, però. Ho solo scritto, e sono tuttora convinto, che l’interpretazione – soprattutto quella che diventa imitazione – COME UNICO SCOPO è una sosta pericolosa lungo il percorso della musica (le parole sono importanti), e che invece l’investimento incondizionato sul NUOVO ne favorisce l’evoluzione, SEMPRE e in ogni caso. Ogni bene a voi.

  30. Giovanni Pelosi Reply

    Beh, Daniele: se tu condividi più o meno tutto, lo faccio anch’io: attenzione a cosa di nostro riteniamo proponibile, non declassiamo gli interpreti.
    Infatti, avevo detto che trovavo lo spunto di Luca parzialmente condivisibile.
    Luca ha detto che è comunque “migliore” ciò che è nostro, a prescindere da ciò che è, e questo rappresenta una sua posizione originale, esposta con la passione ed il coraggio che lo distinguono.
    Senza bisogno di particolare coraggio, ma con altrettanta passione, esprimo il mio disaccordo proprio su questo punto, nel rispetto e nella grande amicizia che mi legano a Luca: incoraggiare la creatività è un valore, direi, indiscutibile; secondo me, lo è anche stimolare l’autocritica, specialmente quando non stiamo suonando tra le mura domestiche.

  31. Daniele Bazzani Reply

    La nostra capacità (se c’è) di comporre, non può e non deve diventare una discriminante per gli altri che non lo fanno, per mille ragioni.
    Gli “interpreti” sono una parte fondamentale della storia della musica, non possiamo negare l’importanza del loro ruolo.
    E Luca, siamo sinceri fino in fondo: quando si tratta dei “nostri” lavori, siamo molto attenti alla qualità di ciò che produciamo, perchè evidentemente ci importa, altrimenti butteremmo fuori qualsiasi schifezza ci esce, e sappiamo bene che non è così, non parlo solo della musica.
    Resta il fatto che condivido più o meno tutto, magari non completamente il “modo” di affrontare la cosa.

  32. Riccardo Reply

    Se ti manca sempre qualcosa, se vuoi sempre quello che non hai, se non vedi mai ciò che sei, non puoi creare… perché creare richiede innanzitutto GRATITUDINE… questa parola viene ancora prima dell’AMORE… e amare è donare e creare… quindi anche creare Musica. Non male come base di partenza… 😉

  33. Shooter Reply

    Nel film “Amadeus”, che amo, ad un certo punto Salieri si chiede: “Perché instillare il desiderio, ma non il talento?” Ecco, si può amare la musica senza avere il benché minimo talento per produrre una sola singola battuta. Personalmente ritengo il talento merce rara, rarissima, e produrre buona musica è uno dei più rari, ecco perché io, comune mortale posso solo ambire a suonare cover, che sia jazz, classica, o che so io, è il mio limite e oltre non so andare – vorrei, ma non posso.

  34. giusi pisoni Reply

    Di qui facciamo presto ad arrivare alla “musica” formato “Psiconano – DJ, la rovina della musica”.
    A riguardo invito gli illustrissimi attivi partecipanti a questo forum, a collegarsi al sottostante Link:

    http://www.facebook.com/themaso#!/note.php?note_id=138773416145980&id=100000154687347&ref=mf.

    Sono convinto che nessuno di noi arriverebbe mai a tanto.
    Ma attenzione, è nato tutto dal fregarsene dei compositori.
    Scusate
    Giusi Pisoni

  35. giusi pisoni Reply

    Ehhh, NO
    Se c’è una cosa che non vorrei fare mai… è il guastafeste. È perchè ti ammiro, Reno Brandoni, che mi permetto di interloquire. Altrimenti non lo farei mai. Prego solo di non appellarmi di polemica: cerco di fare un discorso artistico costruttivo.
    Se la musica arriva, colpisce e lascia il segno, è perché dietro alle quinte (a questo punto messo in disparte) c’è stato qualcuno che l’ha composta. Non è così semplificativo in termini culturali, oggettivi ed anche politici affermare “chi se ne frega di chi è il compositore!” E se lascia il segno, vuol anche dire che l’artista che la interpreta, o la esegue, o la arrangia, non l’ha scomposta.
    > (ovvero questa musica di cui parliamo rimane fedele al messaggio che è sgorgato dal cuore di chi l’ ha creata).
    Prova ne è che mi/ci basta sentire una o due note di quella musica per individuarne immediatamente chi l’ha messa al mondo.
    Il “germoglio di nuova linfa” secondo Luca Francioso, è un’esempio azzeccatissimo, secondo il mio sopito parere, di una reazione biochimica che porta alla nuova vita. Senza reazione biochimica naturale, rimane solo la manipolazione genetica. Ed ecco la musica formato OGM.
    Perdonatemi.
    Giusi Pisoni

  36. Luca Francioso Reply

    Ciao Reno, grazie del tuo commento, per nulla “guastafeste”.
    È naturale che io parli per me, questo vale per tutti i miei post, passati e anche futuri: quando firmo un articolo con il mio nome, mi prendo tutte le responsabilità di ciò che è scritto.
    Riguardo alle tue parole: fai bene a dissociarti da pensieri che non senti tuoi.
    Io dico che non esistono oggettivamente composizioni belle o brutte, perché ciò che non emoziona uno potrebbe emozionare un altro e viceversa.
    Un abbraccio.

  37. Reno Brandoni Reply

    Non vorrei fare il guastafeste, però Luca parla da “Luca”. Lo inviterei ad ascoltare le decine di CD che arrivano in “redazione” pieni di composizioni “originali” francamente inascoltabili.
    Mi dissocio peraltro dalla definizione:
    “Ma se vissuto come unico fine, suonare e interpretare solo ed esclusivamente la musica di altri artisti può rendere improduttiva qualsiasi forma di ricerca, creando sterilità creativa e stalli emotivi collettivi, una sorta di palude artistica maleodorante. È suonare e interpretare la propria musica la massima espressione a cui un musicista deve ambire, perché è in questo scopo che si cela il germoglio di nuova linfa.”
    La palude artistica maleodorante è piena zeppa di incredibili musicisti (pensiamo solo al Jazz ed alla musica Classica) che hanno fatto dell’interpretazione la propria arte.
    Personalmente ritengo sia meglio spronare a suonare la musica in tutte le sue forme interpretandola, arrangiandola , adattandola al proprio spirito ed alla propria anima.
    Ecco, piuttosto che far la gara sul palco a chi è il più bravo ed esibire solo il proprio virtuosismo, iniziare a mettere il cuore a la passione nell’esecuzione. Quando questo accade, ma chi se ne frega di chi è il compositore, la musica arriva, colpisce e lascia il segno.

  38. maxgit Reply

    Evviva Luca per il coraggio di esporsi con un affermazione così decisa e bella (e ci sono tanti commenti interessanti). Io dal canto mio ho il problema opposto – non credo sia giusto suonare solo musica propria, vorrei imparare a fare (bene) la musica di tanti altri, che adoro ! dalle esperienze lette emerge (e ne sono rassicurato) che la cosa più naturale è fare tutte e due le cose, negli inevitabilmente diversi periodi della vita. così sono sicuro che imparerò a fare una cover decente, prima o poi 😉

  39. Luca Francioso Reply

    Ciao Domenico. Grazie per il tuo commento, le tue parole e il tuo appoggio. È confortante leggere che c’è anche qualcun altro che non esita a investire sul NUOVO.
    Voglio solo aggiungere, con altrettanta serenità, che non sento polemica nei toni usati nei commenti di questo post, solo tanta passione che spinge ognuno a dire la sua con fervore.
    Riguardo al tuo P.S.: sono assolutamente d’accordo con te, anzi sto finendo di scrivere un post al riguardo che pubblicherò molto presto.

  40. Domenico Brioschi Reply

    PS
    Aggiungo che se i musicisti inizieranno una battaglia contro la SIAE per la non tassabilità dei loro brani originali mi troveranno sempre al loro fianco, e qualche volta anche un po’ più avanti.
    La SIAE è un sistema mafioso che sfrutta e scuoia gli artisti senza nulla fare per l’arte.

    Questo è un mio personalissimo parere del quale sono pronto a rispondere in qualsiasi sede e che non vincola gli autori di questo blog in nessuna maniera.

  41. Domenico Brioschi Reply

    Premesso che questo mio intervento non vuole essere né spinta, né imposizione, né educativo o diseducativo in alcun modo (premessa doverosa perché intrasento una venuzza polemica che dio ce ne scampi e gamberi non vorrei contribuire ad alimentare chiusa la parentesi) ma intendo solamente esprimere il mio libero ed individualissimo pensiero… fatti tutti i distinguo del caso mi permetterò (casualmente anche nella mia veste di organizzatore di eventi chitarristici) di dire che io personalmente preferisco ascoltare un concerto che abbia in programma musiche originali piuttosto che cover, ri-cover o arrangiamenti + o – validi di brani altrui. Nelle scelte organizzative ovviamente non escludo assolutamente (e non potrei) chi non suona propria musica, ma per essere strasincero, come scelta personale, apprezzo e ammiro di più i chitarristi che “osano”, coloro che non hanno paura di tentare nuove strade, di sperimentare, di costruire nuove sonorità, nuove forme e che contribuiscono (secondo il loro talento) a quella che io definisco MUSICA CONTEMPORANEA PER CHITARRA ACUSTICA. Ho cominciato a lavorare in campo artistico più di 35 anni fa e ho sempre apprezzato il coraggio di innovare. La mia storia personale dice che non ho esitato a fare scelte molto scomode per passione. E sono capace di riconoscerle e apprezzarle negli altri. Detesto gli integralisti in campo artistico qualsiasi cappello abbiano in testa e ritengo i conservatori (non i Conservatori) persone che si negano uno dei piaceri più straordinari dell’essere umano: la libertà.
    Bravo Luca, il tuo articolo è scritto “de panza” ma se l’arte non la fai anche e soprattutto con la “panza”, arte non è. E le citazioni dei vari Glenn Gould, Von Karajan etc. a mio parere nulla hanno a che vedere con la discussione in oggetto, sono off topics come si direbbe in certi post.

  42. giusi pisoni Reply

    Comporre, scomporre, arrangiare , scombinare, valorizzare, sconfinare, esprimere,

    INTERPRETARE.

    E’ il SENTIMENTO che rende importante il messaggio andiamo lanciando.
    Chi compone cerca di far emergere dall’ anima quanto ha dentro.
    Chi riprende un brano di altri, con gusto, fa esattamente altrettanto.

    E’ tutto un po’ provocatorio quanto andiamo ad affermare, ma il fine di questi splendidi pareri e delle nostre convinzioni è quello di aprire il cuore:
    solo aprendo il cuore riusciremo a trasmettere emozioni capaci di essere ricordate.

    Giovanni Pelosi e Rodolfo Maltese, avendoli ascoltati di persona,recentemente e dal vivo, hanno e mi hanno aperto il cuore.

    Magari si potessero sempre ascoltare dei brani storici così in sintonia con la coerenza di chi li ha concepiti.

    Questo è amore per la musica, competenza, cultura, sentimento > sono artisti ! Non c’ è alcun dubbio. Sono dei compositori.
    Il loro messaggio è composto.

    Altra cosa è il solo cercare di riprodurre a qualsiasi costo senza competenze, cultura, talento, sentimento. Sono degli arrangiatori.
    Il loro messaggio è scomposto.

    Vivo nel Trentino, terra di Cori della Montagna. Fin da piccolissimo ho avuto la fortuna di partecipare a quello che si chiama ” armonia ” dei suoni, logiche del cantare insieme, sentimento nel tramandare
    le emozioni, in grande coerenza con il messaggio di chi le ha composte.
    Ora, non ascolto più da tempo però tantissimi cori che, pur di diversificarsi fra loro, storpiano alla grande le armonie originarie. Sono troppi e, non componendo nulla se non scombinando l’ originale, sono scomposti.
    E’ chiaro che la provocazione lanciata >> ” Basta con i tributi agli altri, è ora di farli a noi stessi ! ”
    è ora entrata nel vivo della sensibilità individuale, ma è altrettanto vero tutto ciò che voi affermate.
    Perchè avete del sentimento, e lo state tirando fuori alla grande.

    Il grande tributo che stamo facendo a noi stessi è forse il rendersene conto.

    Giusi Pisoni

  43. Luca Francioso Reply

    Ciao Giovanni. Io parlo di “competizione” quando mettiamo a confronto il nostro contributo con la musica che ci gira intorno e scegliamo di non esprimere al mondo il nostro NUOVO perché non lo riteniamo all’altezza.
    L’espressione di un uomo merita in ogni caso di essere ascoltata, qualunque qualità o maturazione abbia raggiunto, e di questo dovremmo convincerci, perché spesso reprimiamo da soli i nostri sogni per paura di un confronto. BASTA confronti! Ognuno di noi è UNICO. Qualsiasi cosa una persona ha da dire arricchirà sicuramente tutti. QUESTO È QUELLO IN CUI CREDO. Con forza.
    Tu, e rispetto la tua veduta (sai quanto è vero!), ti metti molto nei panni di chi ascolta, scegliendo di divulgare – a tuo dire – ciò che ritieni possa interessare di più. È vero: investire sul NUOVO potrebbe interessare solo poche persone, ma che importanza ha? Anche se saranno in pochi ad apprezzare, fosse solo uno!, in questo modo – ed è questo il PUNTO del mio post (forse il punto essenziale) – si alimenta l’evoluzione della MUSICA. Io ci credo, in questo. Con ogni fibra del mio corpo.
    Riguardo a “36”, è vero: io avrei scelto l’originale, ma ho ascoltato il tuo consiglio e abbiamo scelto insieme “Forbidden colours”. Tuttavia, ancora oggi preferirei l’originale (e tu lo sai), anche se l’arrangiamento è stato apprezzato da più persone di quanto probabilmente avrebbero apprezzato “Speranza” (poi finita nel mio “The show”).
    Concludo, dicendo: sì, io mi esprimo qualunque cosa scelga di suonare, ma se scelgo di suonare la MIA VOCE forse arriverò a suonare qualunque cosa io voglia esprimere.
    Un abbraccio forte, amico.

  44. Giovanni Pelosi Reply

    Caro Luca, mi permetto di rispondere anche a Massimo Varini, che ha gentilmente ricordato il mio articolo.
    Il diritto ad esprimersi è cosa diversa dal voler “vendere”, cioè, proporre ad altri, preferibilmente a titolo oneroso, di ascoltare la nostra libera espressione. La competizione non c’entra niente, ed il punto di vista che ho espresso era diametralmente opposto perché quello di un ascoltatore, sia pure “professionale”.
    Ti ricordo, per portarla a conoscenza di chi non lo sapesse (tu lo ricordi sicuramente), la vicenda di “36”: tu mi avevi inviato, come richiesto, due brani, ed uno era di tua composizione, e l’altro l’arrangiamento di Forbidden Colors. Ricordo che tu non fosti contento della mia scelta in favore dell’arrangiamento, e questa è l’occasione per raccontarti com’è andata: certo non c’era una preclusione verso gli originali (ben 21 di quei 36 brani lo erano, e qualcuno non me ne aveva mandati).
    Ho messo nel lettore il tuo demo, ho ascoltato i brani (non conoscevo quello di Sakamoto), ed ho scelto quello che mi piaceva di più, non mi sono chiesto di chi fosse. Mi piaceva anche l’altro, ma quello di più.
    È stato anche un tuo successo personale, quell’arrangiamento ha avuto una gran quantità di complimenti da tutti.
    Se vedi come competizione il fatto che spero di pubblicare, nei dischi miei e dell’etichetta f.net, le cose che secondo me si ascoltano più volentieri (è chiaro che la mia valutazione è fallibilissima), non sono d’accordo.
    Il fatto che un brano sia mio può interessare me, e può incuriosire chi segue le cose che faccio; ma se l’ascolto di ciò che ho fatto non trova riscontro, forse era meglio non farlo… se non a casa mia, dove la mia libertà d’espressione è (quasi!) totale.

    Confesso di comporre, come tu suggerisci di fare, quasi ogni giorno della mia vita. Nonostante ciò, propongo all’ascolto le cose che penso siano migliori, e di miei brani ce ne sono davvero pochissimi.
    E, infine: io penso di esprimermi qualunque cosa suoni, e penso anche di conferire la mia unicità a tutto ciò che faccio; credo che altrettanto facciano tutti, anche se non amo le tribute band proprio perché cercano di cancellare la propria unicità.

    Ciao
    Giovanni

  45. Luca Francioso Reply

    Ciao Daniè. Grazie per il tuo commento. Concordo con la tua ultima frase: “[…] meno male che ci sono tanti imitatori dichiarati, noi musicisti usciamo meglio”, ma non con: […] era meglio suonare musica bella di altri che orrenda e mia”. Come ho avuto modo di ripetere più volte, in questa sezione “commenti”, non si tratta di competere, ma di ESPRIMERE. Se quello che esprimo non è all’altezza della musica che mi gira intorno, pazienza, ma è pur sempre MIA, è pur sempre nata dal mio CUORE, è pur sempre un tentativo pregiato e UNICO di aggiungere qualcosa di nuovo a questo mondo e favorire così l’EVOLUZIONE delle cose… Che magari deve passare anche dalla mia mediocre composizione.
    Ogni bene, quasi papà!

  46. Luca Francioso Reply

    Grazie a te, Max, per aver commentato e per il tuo contributo appassionato. Sono d’accordo con te, quando parli dell’AMORE per la musica. Aggiungo solo che dovremmo alimentare anche e soprattutto l’AMORE per NOI STESSI, a volte piccolo e mal nutrito. In questo modo non ci vergogneremmo di far gustare agli altri e al mondo il nostro POTENZIALE, anche se ingenuo io immaturo, anzi ne saremmo fieri.
    OGNI BENE.

  47. Daniele Bazzani Reply

    Per anni ho suonato muscia di altri, e sostenevo (credendoci, e ancora ci credo) che era meglio suonare musica bella di altri che orrenda e mia.

    Poi la vita mi ha portato da altre parti, ma ci sono persone che scrivono e altre che non lo fanno, e le rispetto per questo: se cucino male e lo so, e mi ostino a invitare a cena i miei amici, non solo cucino male, sono pure un bastardo! hahaha!

    IL discorso “arrangiamento” (penso a Joe Cocker a Woodstock e alla sua versione di un brano dei Beatles, o a Jeff Buckley e “Halleluja”) è molto importante, le “tribute band” stanno uccidendo tutto e tutti, ma non sono solo loro, è anche il pubblico che quello vuole e quello gli si da in pasto.

    La vera colpa è dei musicisti, pronti a vendere la propria anima, cultura, passione e professionalità per un pugno di dollari.
    Pochi, maledetti e subito.

    Questo è molto triste.

    Ma come amo ripetere (forse per consolarmi), meno male che ci sono tanti imitatori dichiarati, noi musicisti usciamo meglio.

  48. Massimo Varini Reply

    bellissima discussione… tempo fa lessi un qualcosa del genere su FP.net (di G. Pelosi) ma con una posizione quasi diametralmente opposta.
    E’ che sono in accordo con entrambi!
    Nonostante io venga da un mondo assolutamente “pop” ho avuto la fortuna di scrivere tante canzoni di grande successo, e di produrne e arrangiarne di altri autori, così come di produrre/arrangiare brani già editi…
    La mia posizione parte dall’Amore. Una frase che forse fa sorridere e può sembrare desueta o retorica o d’altri tempi…
    Credo che per arrivare a fare della musica la propria vita e riuscire a farlo di lavoro, sebbene si possa essere straordinari musicisti pur facendo un’altra professione, ci si debba impegnare particolarmente e accettare anche dei compromessi che portino a volte anche a suonare “cose” che non piacciono, lavorare su brani che mai si sceglierebbe di suonare etc.
    A questo punto tutto torna a monte: all’Amore per la Musica, il rispetto che merita e al Sogno che si covava da ragazzi.
    Affrontando ogni nota nel nome di quegli ideali che ci si era dati all’inizio…
    Credo che poi, nonostante i filtri tecnologici, le compressioni mp3 e qualsiasi altra ca***ta, questo amore e rispetto si possa sentire all’interno della realizzazione.
    Che sia una cover di un brano di Battisti o che sia una propria composizione.
    Personalmente sull’acustica non ho mai suonato una cover… ma nel 1982 quando mi insegnarono i primi accordi DO LAm FA SOL io scrissi una canzone con quegli accordi musicando una vecchia poesia di mio papà… scrivere melodie mi viene naturale. Ma non per tutti è così.
    Non rubo altro tempo dicendo che secondo me è l’Amore che permette di far dividere non il Bello dal Brutto, da quello che piace da quello che non piace… perchè è questione di gusti, di retaggi culturali… ma da quello che oggettivamente o fatto Bene o Male.
    grazie!
    Max

  49. Luca Francioso Reply

    Ciao Tommaso, grazie del tuo commento e della condivisione. Ti auguro di cuore OGNI BENE.

  50. tompe Reply

    Ciao Luca,
    mi sento completamente in sintonia con il tuo articolo e ti ringrazio per averlo scritto. Mi conforta e mi sostiene nei miei “sforzi musicali”. Non avevo altresì condiviso, tempo addietro, pareri altrettanto autorevoli pubblicati su queste stesse pagine.
    Ti diro’ inoltre che mi sono accorto che ascolto volentieri un musicista che mi proponga musica propria, mentre non mi viene la stessa “curiosita’” di ascoltare chi propone cover o repertori altrui.

    ciao
    Tommaso

    PS: per Federico (commento n.3): sono padre di tre bimbi, di cui due naturali e uno adottivo, e ti dico che il parallelo figli naturali/adottivi e composizione/arrangiamento non è calzante. Con amicizia.

  51. Luca Francioso Reply

    Ho usato le parole che mi venivano dal cuore, sperando potessero essere costruttive, pur decise e graffianti.
    Grazie a Fofò e grazie a Giusi.
    OGNI BENE a voi. Di cuore.

  52. nonny guitar
    nonny guitar Reply

    Luca, i 50 anni di cui sopra mi hanno anche fatto capire, ed era ora, che è bene farsi meno pippe mentali e lanciarsi “nel vuoto” con maggiore serenità e disinvoltura, senza freni inibitori, autocritiche eccessive né, tantomeno, manie competitive. In poche parole e se ne avrò modo, continuerò ad importunare le orecchie di chi avrà la pazienza di ascoltarmi con i miei brani o arrangiamenti (tanto entrambi sono ad un livello mediocre… :)).
    Per questo, in pratica, siamo fondamentalmente d’accordo sul tema, non condivido, però, l’approccio e i termini. Ok… è una questione di forma, ma messa così giù dura dai quasi l’impressione che uno si debba sentire in colpa se non riesce a comporre (oh… uno veramente potrebbe non riuscire…). Potrebbe, infatti, essere che uno non è che non ci provi, ma non ci riesce. Senza essere affetto da sindrome di autodistruzione, uno potrebbe anche rendersi conto che, oggettivamente, i propri brani siano “scarsini” e allora non li propone. All’esterno pare che uno voglia solo “riproporre” e non abbia la forza o la voglia di evolversi, ma potrebbe non essere così. Ripeto, in questo caso cosa fare?
    Quindi, come è giusto riconoscere la libertà di provarci, dovremmo ugualmente riconoscere la libertà di non provarci (pur spronando l’altro a non mollare). Io ritengo importante che la Musica, comunque, ci sia lo stesso, che uno non l’abbandoni. C’è posto per tutti, a qualsiasi livello e ognuno troverà la propria strada, amatoriale o professionale che sia, di mera riproduzione o estremamente creativa. È vero che la musica non deve essere competizione, ma non è neanche giusto viverla con ansia da prestazione!
    Tutto qui.
    Capisco, comunque, che una discussione ricca come questa non si sarebbe mai svilupapta senza i toni da te usati e per questo ti ringrazio.
    Io sarei stato troppo “soft”, colpa, forse anche dei miei chili di troppo (mi stava scappando un lapsus: stavo per scrivere “i miei chili di trippa”!!!).
    A presto, carissimo. Lo spero anch’io.

  53. giusi pisoni Reply

    Comprendo il linguaggio di Luca Francioso.
    Condivido in pieno ciò che dice.
    Ringrazio quanti riescono a comprenderlo.
    Desidero avere la sua cultura musicale.
    Sogno di poter suonare le mie musiche.
    Amen

  54. Luca Francioso Reply

    Ciao Fofò, grazie del tuo commento appassionato, dei tuoi complimenti, della stima e dell’affetto, che ricambio con gioia.
    Rispetto il tuo punto di vista, ma io continuo a pensare quanto scritto nel post.
    Lo ripeto con forza: comporre non vuol dire competere, ma ESPRIMERE. Ognuno lo faccia come riesce (anche tu!), con la propria UNICA sensibilità e il proprio UNICO linguaggio (maturo o meno che sia).
    Quando scrivi “[…] ma forse questo ‘io’ non è che sia poi un granché”, non ti stai beando della tua voce (abbiamo perso anche il senso di meraviglia rispetto alle cose che sappiamo e possiamo fare), ma stai paragonando il tuo contributo alla qualità dei tuoi ascolti e alle composizioni degli artisti che ami. È così che facciamo: non siamo in grado di apprezzare il nostro potenziale, anche se ingenuo o di poco spessore, e cestiniamo i nostri sforzi perché non li riteniamo all’altezza. Ma non c’è niente di più sano e vitale che darsi senza sosta e senza remore alla creazione di qualcosa di NUOVO: magari non sarà “pregiato”, ma è pur sempre NOSTRO!
    Questo non vuol dire che chi compone non possa fare arrangiamenti o viceversa… Non l’ho mai scritto o detto!
    Riguardo ad artisti che “non farebbero del bene alla musica”: ogni tentativo di condivisione attraverso la composizione alimenta la musica, che sia di qualità o meno. Quindi, io dico con forza: METTIAMOCI IN GIOCO e finiamola di pensare alla musica come ad una gara automobilistica: non è una competizione, ma è espressione del cuore.
    Concludo con una precisazione: non ho paragonato l’arrangiamento alla cover e ai tributi. Dell’arrangiamento ho scritto: “Omaggiare un’opera con una personale rivisitazione è cosa assai normale e apprezzabile lungo i passi di un percorso (perché arrangiare è un po’ come comporre)”. Sostengo solo che, pur apprezzabile, anche l’arrangiamento finirebbe con il non alimentare l’evoluzione della musica, se vissuto come unico scopo.
    Delle cover e dei tributi invece ho scritto: “Un mondo di cover e tribute band non si può evolvere. È un fatto. Per il cammino del linguaggio musicale non può che essere una sosta, una lunga e pericolosa sosta. Perché non mettere il proprio talento al servizio dei propri sogni? Meglio: perché limitare i propri sogni fino a farli inaridire, diventando uno sterile simulacro? Perché essere l’ombra e lo spettro di qualcun altro?”.
    Spero di vederti presto, Fofò.
    Ti abbraccio con affetto.

  55. nonny guitar
    nonny guitar Reply

    Carissimo Luca, ho letto e riletto il tuo intervento.
    È vero che nei tuoi successivi hai chiarito meglio il tuo punto di vista (con il quale potrei, nell’invito ad evolversi, anche concordare), ma nell’articolo iniziale sei un po’ troppo drastico e provocatorio e su questo… “mi consenta”, non sono d’accordo.
    Prima di tutto, metti insieme due esempi, l’arrangiare e le tribute band, che, sinceramente, non mi sembra abbiano molto a che fare tra loro.
    Un fatto è la tribute band che propone “pedissequamente” il repertorio di un artista senza, forse, metterci altro di proprio se non la passione ed il divertimento (e anche qui… io non lo sminuirei, potrebbero esserci tante altre motivazioni validissime e degne dietro questa scelta, non necessariamente solo di carattere puramente economico o di insipienza musicale), altro è chi decide di arrangiare brani di altri, mettendoci oltre alla passione ed al divertimento anche la propria creatività.
    Tutti i grandi, compreso te ;), continuano ad arrangiare pur proponendo proprie composizioni.
    Ora, anch’io son d’accordo sul fatto che l’esigenza di seguire una propria vena compositiva venga, prima o poi, naturale a chi imbraccia uno strumento, ma non colpevolizzerei (i termini da te usati, provocatoriamente certo, un po’ lo fanno) chi non riesce ad esprimersi a livelli decenti e, per questo, decide di continuare ad “interpretare” (che non significa necessariamente “copiare”) brani di altri.
    Comunque, nel mondo del fingerstyle, l’arrangiamento, il volersi cimentare da soli con il proprio strumento nel riprodurre brani anche non nati per chitarra è ormai un’arte a tutti gli effetti (dimmi il rapporto tra composizioni ed arrangiamenti che c’è nella produzione discografica di un Chet Atkins!).
    Mettiamo, poi, il caso del sottoscritto: anni e anni passati a suonare la chitarra riproducendo praticamente tutto dalle Tab, poi, pian piano, pensi che forse non sarebbe male fare qualche variazione, poi, ancora, desideri suonare quel pezzo dei Beatles (tipico) anche se sei lì da solo con la tua acustica. Arriva poi il giorno in cui ti vien in mente qualcosa, hai voglia di altro e le dita scorrono sulla tastiera dove prima non sapevi neppure di poter andare. Bello! Stupendo! Ecco, finalmente “io”!
    Sì, ma forse questo “io” non è che sia poi questo granché.
    E allora, il sottoscritto che alla soglia dei 50 anni, pur volendosi ostinare a presentare qualcosa di “suo”, si rende conto che forse “arrangiare” gli riesce meglio, che forse “interpretando” a modo suo brani di altri riesce a coinvolgere e divertire meglio quei 4 amici che lo vanno ad ascoltare riuscendo ugualmente a metter “se stesso” pur se nella musica composta da altri, il sottoscritto, dicevo, perché dovrebbe sentirsi colpevole di “rendere improduttiva qualsiasi forma di ricerca, creando sterilità creativa e stalli emotivi collettivi, una sorta di palude artistica maleodorante”? (minchia!!! peggio del buco nell’ozono…!!!) 🙂
    Che devo fare? L’unica alternativa sarebbe regalare la propria chitarra ad altri e farsi un nodo (non scorsoio…) alle dita in modo da non correre più il rischio di suonare ancora! 🙂
    Mica siamo tutti dei Luca Francioso!!! 😉
    Il problema, semmai, lo ribalterei: perché tanti chitarristi (limitiamoci al “nostro” mondo) che sanno “ben arrangiare”, ma anche “mal comporre”, si ostinano a proporsi come autori (oh… lo sai… qui tu non sei compreso!)? Siamo sicuri che loro, invece, facciano del bene alla musica?

    Con enorme stima ed affetto, lo sai… 😉
    Alfonso

  56. Luca Francioso Reply

    Grazie per le vostre parole, Giusi e Riccardo, per la vostra condivisione. Mi avete mosso dentro.

  57. Riccardo Reply

    Luca, ti chiedo scusa, nel mio precedente messaggio ho tralasciato una cosa importante, mi sono dimenticato di ringraziarti per aver tirato fuori l’argomento. Ho riletto anche il mio messaggio ed ho pensato “Riccardo è uno che a parole non si spreca”. Ed infatti sono così ed il mio livello come musicista riflette questo mio carattere chiuso ed introverso. Pazienza, questione di tempo. È già molto riconoscere questi aspetti e sono qui a riconoscere anche che è bello sentirsi parte di una piccola comunità di musicisti. Se ognuno di noi ha bisogno di spingersi in questa direzione creativa, sapere che non siamo soli e che abbiamo qualcuno con cui confrontarci e con cui condividere i nostri spunti creativi, è una gran cosa. Io penso che non possiamo “creare” trovando alimento solamente in noi stessi, abbiamo “bisogno” dell’influenza degli altri, perché solo gli altri, come la natura o gli animali, sono in grado di suscitare in noi dei sentimenti. Vorrei che questa discussione andasse avanti per sempre, perché io credo che sia la vita stessa. Scusatemi se sono un po’ pesante. Grazie ancora per questo spazio.

  58. giusi pisoni Reply

    Provocazione in guitarstyle.
    Quando un turista torna nel luogo dove si era divertito, al mare o in montagna, quasi esige di farsi raccontare la stessa barzelletta dell’anno prima, e dalla stessa persona e con lo stesso pubblico che ride nella stessa maniera.
    Così da confermare che era vero che l’anno prima si era veramente sentito allegro, e che ciò che ha raccontato agli amici per sentirsi reale portatore della sua allegria, fosse vero.
    Ma purtroppo, quest’anno, le cose sono cambiate:
    non c’è più lo stesso mattacchione di quel maestro di sci, o quello stesso bagnino così simpatico.
    O se ci sono ancora, magari anche loro hanno avuto dei problemi, durante questo anno, e sono un po’ cambiati. Magari la vita ha riservato anche a loro qualche tristezza.
    Ecco che il turista ora ci resta male, non ride più come allora e torna a casa deluso.
    Magari lo fa capire anche a chi l’anno prima l’ha fatto sentire tanto allegro. Peccato.
    Ma nell’ancolo forse c’è qualcuno che tace, osservando discreto la situazione.
    Questo taciturno avrebbe tante “chance” per farlo ridere, forse anche troppe. Ma tace. Non vuole partecipare ad un ormai più che visibile inganno. Sarà per il prossimo “audience”.
    Così nella musica, chi ripercorre strade vissute, rischia di trasformare la vera essenza del messaggio, nelle sole mani di chi pretende e non ottiene.
    Rimani un po’ in parte, solitario artista, e apri il tuo cuore e le tue creazioni inedite per quelli che non ti hanno udito.
    Basta con i tributi agli altri, è ora di farli a noi stessi. Giusi Pisoni

  59. Luca Francioso Reply

    Grazie del tuo commento, Paolo, davvero. OGNI BENE a te.

  60. codino Reply

    Caro Luca mi sento di appoggiarti in toto e, se da un lato alcuni aspetti dei commenti altrui sopra riportati siano assolutamente ragionevoli e meritevoli di attenzione, temo che i fatti (che tutti viviano nel momento in cui ci accordiamo per una data in un locale) sottolineino come la cover, più che mezzo o percorso, molte volte diviene il fine ultimo se non l’elemento necessario.. e il più delle volte necessario e sufficiente per finire sul web o in situazioni musicali dalle quale forse (in qualità di pubblico) ci aspetteremmo ben altro.
    Mentre parlo, ironia della sorte, la voce di Eva Cassidy mi tiene compagnia (..e l’unico mio video su youtube è una cover dei Depeche.. va beh!). Non si può fare di ogni erba un fascio, assolutamente d’accordo e importantissimo, ma questo deve anche valere per gli esempi che riportiamo.. gli artisti Americani sopra citati (e non) erano inseriti in ambienti culturali ben specifici e gli stessi brani scelti per le cover erano (e sono) brani inseriti all’interno di una storia ben più interessante del solo “ben suonare”.. in merito a questo Massimo Bubola parlava l’altra giorno ad “alza il volume”, radiotre. Molto brevemente raccontava dell’importanza del fare cover in tempi ormai andati e diceva come ormai questa pratica si sia persa (credo che si riferisse al modo barbaro con cui vari degli artisti itialini “di spicco” si sono approciati, con album e raccolte varie, alla musica altrui)..
    Torniamo a bomba, io non so dalle vostre parti ma qui a PR e dintorni è un tributo unico tanto che sto augurando “vita eterna” alla maggior parte dei cantautori che alla loro morte, se da un lato rischieranno di far felici i parenti con la Siae, dall’altro verranno usati come specchietti per le allodole in “qualsiasi” situazione… io non ho la parola giusta, forse “igiene”.. ecco forse ci vuole quello, un po’ di misura, ci vuole la curiosità e la voglia di riprendere in mano gli originali e farli girare sul “giradischi”.. Sul percorso musicale/chitarristico che ogniuno fa non ho niente da dire, questo è uno di quei casi in cui la strada “la si fa percorrendola” quindi credo che si tratti più che altro di scelte più o meno opportune (dettate molte volte anche dalla fortuna).. se si vuole imparare si deve pur iniziare da qualche parte, credo però che Luca (e se possibile mi unisco all’invito) ci inviti a non fermarci lì, tutto qui.
    Ciao e scusate il proselitismo

    Paolo

  61. Luca Francioso Reply

    Ciao Giovanni, grazie del commento.
    Questo è un argomento su cui in effetti abbiamo discusso molte volte insieme, nei momenti di musica condivisi. Conosco il tuo punto di vista, così come tu conoscevi già il mio: come scritto nel post, e come spiegato più volte in questa sezioni “commenti”, io credo fortemente che cover o tributo come unico scopo non permettano alla musica di evolversi.
    Il problema non è la cover o l’arrangiamento (che come ho specificato più volte lo ritengo molto simile ad una composizione), ma negarsi la ricerca della propria voce e della propria UNICITÀ che, per quanto ci si convinca del contrario, io sento e credo non vivano dietro le pur gratificanti ed efficaci dinamiche di un’interpretazione.
    OGNI BENE.

  62. Luca Francioso Reply

    Stefano, amico mio, grazie del commento, ma credo che dovresti rileggere bene l’articolo (come la maggior parte delle persone che lo hanno commentato): nel post, infatti, spiego ciò che tu affermi, e mi pare anche piuttosto chiaramente, cioè che la “cover creativa” è un passo apprezzabile lungo il sentiero di un musicista (l’ho sperimentata anche io). Come già ho rispiegato qui nella sezione “commenti”, è quando la cover o il tributo (forse più pericoloso) diventa l’unico scopo, eccedendo nelle imitazioni e nella rinuncia alla propria UNICITÀ, che io credo nasca una pericolosa aridità per l’evoluzione della musica.
    E ho scritto anche che non serve essere Ennio Morricone, come dici tu, per provare a mettersi in gioco.
    Però aggiungo che quando anche la “cover creativa” diventa unico scopo, il problema si rinnova.
    Naturalmente è solo il mio sentire, come in effetti i pensieri espressi nell’articolo. A presto.

  63. Giovanni Pelosi Reply

    Caro Luca, capisco il tuo punto di vista, ed in parte lo condivido.
    Però, mi sembra che ci sia un eccesso di semplificazione: sembra che nella musica si possa suonare, arrangiare e comporre.
    Sfuggono a questa classificazione artisti come Herbert Von Karajan, Frank Sinatra, Luciano Pavarotti, Glenn Gould, Andres Segovia, Uto Ughi, Chet Atkins…persone che hanno fatto della interpretazione la parte principale della loro vita musicale, che tuttavia non giudicherei incompleta.
    Non ritengo vero che ogni attore debba dirigere film, e così che ogni chitarrista celi un compositore.
    Fermo restando che, specialmente per se stesso, è auspicabile che ciascuno ci provi.

    Ciao,
    Giovanni

  64. Stefano Barbati Reply

    Caro amico Luca,
    non farei di tutte le cover un fascio. Ho sempre aspramente criticato le “tribute band” di imitazione, cioè quelli che imitano Vasco, pittosto che i Pink Floyd o anche Tommy Emmanuel o Michael Hedges, invece ho sempre apprezzato la Cover creativa, un procedimento difficile che riesce a cogliere il “senso” di un brano non composto da te, ma che in qualche modo riesci a fare tuo vestendolo e interpretandolo come meglio ti suggerisce la tua sensibilità. Saranno migliaia gli esempi, ma ti cito solo “All along the watchtower” di Dylan interpretata da Hendrix o “time after time” versione Miles Davis e non ti cito le migliaia di ottime cover acustiche che troviamo anche su f.net…
    So perfettamente che tu queste cose le sai già, ma non condivido il “basta tributi agli altri, facciamo un tributo a noi stessi “… a me piace fare il “tributo” creativo che, credo, non abbia nulla di artisticamente inferiore ad una composizione originale… anzi, visto che non mi ritengo un “ennio morricone”, anche se mi piace comporre e alcuni miei brani mi piacciono anche (!!!), direi che la “cover creativa” è un giusto compromesso tra creatività, rispetto della tradizione e, perchè no, presa sul pubblico.

  65. ivan matteo tavolini Reply

    ciao luca,
    ho letto con curiosità e piacere articolo e commenti.
    ciò che mi permetto di aggiungere alla vostra discussione tra addetti ai lavori è quanto segue.
    condivido quanto espresso circa composizione originale e arrangiamenti, mi permetto di aggiungere che a volte, taluni tributi non esprimono solo una copia (potremmo aprire una discussione interessante ad esempio sui falsi d’autore nell’arte figurativa) ma possono esprimere (passatemi il termine) una rievocazione storica di eventi che hanno espresso non solo musica ma anche espressioni pseudo-teatrali (mi viene da pensare alla musica che i genesis hanno fatto nella prima metà degli anni 70 e ad alcune tribute band che la ripropongono fedelmente…). spero di non avere suscitato moti di avversione, saluto con piacere
    matteo

  66. giusi pisoni Reply

    La creatività sgorga come l’acqua
    fresca, . . . da una sorgente.
    Bevila gustandola fino in fondo.
    Non la imbottigliare per portarla
    alla bocca di troppi, etichettandola differentemente.

    P.S. forse ho detto una cavolata. perdonatemi !

  67. Riccardo Reply

    Ciao, anche io volevo dire la mia perché questo argomento mi è particolarmente caro. Sarò breve. Ognuno di noi è una persona unica, come unico è il nostro passato, il nostro modo di sentire, la visione che abbiamo del mondo, ecc. Inoltre le emozioni che un brano suscita in noi variano sicuramente da persona a persona, insomma abbiamo tutti una diversa sensibilità. Riguardo al tema della discussione, creare la “propria” musica diventa col tempo un’esigenza molto forte che sicuramente si scontra inizialmente con la propria conoscenza tecnica dello strumento. Ci vuole sicuramente tempo per tradurre in musica le proprie emozioni ed i propri pensieri. Io sto iniziando molto lentamente, passo passo. Non riesco più a suonare la musica degli altri. Per il momento non ho altro da aggiungere, mi basta sottolineare il fatto che prima o poi ognuno di noi sente l’esigenza di suonare quello che ha nella propria testa. E’ un fatto di maturazione. Ci arriviamo tutti, prima o poi. Nella vita siamo pionieri. Questo vale anche nel nostro rapporto con la musica. Buon proseguimento a tutti.

  68. Luca Francioso Reply

    Grazie di cuore, Federico. A presto e buona musica.

  69. federico Reply

    …ed io, anche se magari mi sono espresso male, sono ASSOLUTAMENTE d’accordo con te!
    e quoto alla grande la tua frase ” Non è primeggiare in qualità compositiva il fine, perché la musica non è una competizione automobilistica, ma piuttosto mettersi in gioco per alimentare la propria unicità, ognuno come riesce, ognuno con la propria sensibilità.”

    f.

  70. Luca Francioso Reply

    Ciao Federico, grazie del tuo commento.
    Come scritto nell’articolo piuttosto chiaramente, la mia riflessione prende in considerazione il caso in cui interpretare musica altrui diventa UNICO fine della propria proposta. Quando accade, continuo a sostenere, è inevitabile la sterilità di cui parlo nel post.
    Inoltre, così come dichiarato nell’articolo, anche io la considero un’arte arrangiare brani altrui e, qui aggiungo, nutro profondo rispetto verso chi esprime il proprio talento attraverso questo forma di linguaggio.
    È quando “imitare” diventa il SOLO scopo, la situazione che analizzo nella mia riflessione.
    Forse cercare LA PROPRIA VOCE e investire sulla propria UNICITÀ sta diventando un processo obsoleto e, ancor più amaro, poco auspicato. PER ME NO. Io ci investo ogni giorno della mia vita e auguro A TUTTI di farlo.
    Grazie e OGNI BENE.

  71. federico Reply

    In estrema sintesi, IMHO: comporre un brano originale sta ad arrangiare un pezzo altrui come fare un figlio sta all’adozione 😉
    nel mio piccolo ho sempre sentito l’esigenza di creare qualcosa di mio pur non disdegnando l’arte dell’arrangiamento. anzi, a onor del vero, mi diverte molto creare arrangiamenti.
    in ogni caso, per fortuna, il mio suonare è finalizzato ad appagare me stesso. le rare occasioni di condivisione si limitano a far ascoltare la mia musica a pochi amici tramite mp3 inviati per mail.
    concludendo, ritengo che ogni chitarrista e più genericamente ogni musicista, debba prima o poi fare dei figli. in questo campo la sterilità non esiste e ogni scarrafone è bello a mamma sua 😉
    f.

  72. Luca Francioso Reply

    Ciao Fulvio, grazie per aver letto l’articolo e per averlo commentato.
    Nessuno dice a nessuno cosa fare, credi, tanto meno io con le mie parole: ognuno fa quello che ritiene più giusto e sano per sé, per la sua vita e per la sua musica.
    Io ho solo sentito la necessità di esprimere con forza ciò in cui credo con una riflessione a largo respiro, rispettosa e, mi auguro, costruttiva.
    Inoltre, non credo sia sbagliato “indicare” agli altri, come hai scritto. Sbagliato sarebbe “forzare” o “costringere” gli altri. “Indicare” è, in effetti, un gesto sempre auspicabile e sano, che permette alle persone e al mondo di migliorarsi.
    Non ho certo la presunzione di pensare che le mie siano le migliori “indicazioni”, sono certo però che sono spinte dal più benevolo degli slanci e dalle più altruistiche intenzioni.
    Ti auguro OGNI BENE.

  73. Fulvio Montauti Reply

    Al di là del discorso puramente musicale, penso sia sbagliato indicare agli altri cosa fare o non fare. In una intervista Larry Carlton dice “Io volevo essere un musicista, non avere una carriera”. Ecco, non è che ci deve essere necessariamente un fine nel suonare. Non è che tutti ambiscano a tirar fuori la propria arte (e meno male!). Ma non per questo gli deve essere vietato suonare.
    Nei limiti del rispetto dovuto a tutto ciò che ci circonda, ognuno deve sentirsi libero di fare e provare piacere in quello che meglio crede.
    Proprio ieri sera ho conosciuto un chitarrista classico (alla seconda laurea, mica cazzi!). Colpa di amici comuni ha saputo che suonavo la chitarra. Combatterò tutta la vita affinché tutti (tutti!) provino naturale ribrezzo per quello che gli ho letto negli occhi o che si intuiva nell’arroganza dei gesti e delle parole.
    Ciao

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.