Avevo deciso di smettere

(di Reno Brandoni) Avevo deciso di smettere. Ma non illudetevi! Niente che abbia a che fare con vizi o virtù. Parlo semplicemente della mia critica osservazione dei social e dei loro perversi meccanismi.
Cos’altro c’è da dire? Questa discussione l’ho affrontata nei mille modi possibili, sperando di non essere mai stato eccessivo nell’intenzione, anche se spesso l’espressione mi ha tradito. Non sono ben riuscito a mascherare il mio originale ‘istinto’ di difendere l’idea di Umberto Eco di cui mi permetto di citare un suo detto, ricordando però che ‘ambasciator non porta pena’. Eco, nel parlare dei social, usava questa colorita – e riconosco eccessiva – espressione: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli» (fonte ANSA, 10 giugno 2015).
Non potrei mai fare mio questo testo, perché per poter dire cose così forti bisogna avere qualità riconosciute, avallate dalla notorietà e dal successo delle proprie opere; e non è il mio caso. Quindi mi limiterò semplicemente a citare parole di altri, per aprire un minimo di riflessione su questo ‘editto’, presuppongo enunciato esclusivamente a fini provocatori. Ed è proprio questo lo scopo ultimo del mio editoriale: provocare; stimolare anche solo una piccola riflessione, o un più approfondito confronto, magari oggetto di critica sugli stessi social.
Avevo deciso di smettere… allora perché ho continuato a parlare di questo argomento? Ve lo spiego subito: ogni volta che scopro o leggo qualcosa che spalleggia la mia tesi, non riesco a evitare – per pura vanità, lo confesso – di tornare sull’argomento per mostrare un’ulteriore conferma che il mio pensiero non è tanto sbagliato, o così estremamente figlio di una mentalità retrograda. Penserete forse che la mia insicurezza necessita di continue conferme? Avete indovinato.
Il colpevole stavolta è Mario Giovannini, a cui andrebbero ‘siliconati’ tutti i tasti del suo computer, soprattutto quello con su scritto «Enter», per evitare che con i suoi invii risvegli in me questi istinti primitivi. L’altro giorno mi ha spedito un articolo che vi invito a leggere: “Perché i milioni di views degli youtuber non valgono nulla” di Max Aprea, pubblicato il 3 novembre 2017 sul blog The Vision (http://thevision.com/innovazione/milioni-di-views/).
Faccio un breve riassunto sperando di aver ben compreso il messaggio dell’autore: finalmente si inizia ad analizzare il modo con cui vengono attribuite le ‘visualizzazioni’ sui vari social, per capirne essenza, contenuto, ma soprattutto valore.
Piccola premessa. Qualche tempo fa un amico mi chiese come mai i suoi video registrati in studio e pubblicati sul canale YouTube di Fingerpicking.net avevano così poche visualizzazioni, mentre altri video da lui realizzati, pubblicati da lui stesso su Facebook e sicuramente più estemporanei e casalinghi, avevano molte più visualizzazioni (quasi dieci volte tanto). Questo suo messaggio mi faceva intuire che, grazie a Facebook, era cresciuta in lui la consapevolezza che la sua fama fosse universalmente riconosciuta e che potesse raccogliere in quel canale il suo meritato successo; tant’è che iniziò a investire esclusivamente sul suo personale profilo social, ottenendo risultati lusinghieri. Quando i numeri parlano chiaro è difficile dialogare. Per lui il resto era solo invidia o gelosia, da parte di chi non riusciva a fare altrettanto.
Personalmente mi sono posto il problema, perché la cosa mi suonava molto strana; ma i numeri erano quelli, inconfutabili. Avevo maturato un’idea sul perché, ma non l’ho mai espressa, visto che mi mancavano le prove e non volevo trovarmi a dialogare solo su semplici intuizioni. Ora l’articolo citato conferma le mie convinzioni, ed è per questo che ve ne parlo.
Il problema è proprio quello dei meccanismi di conteggio delle visualizzazioni. Brevemente: YouTube considera ‘visto’ un video dopo 30 secondi; quindi fare un video di 31 secondi o di due minuti ha lo stesso effetto: basta superare i 30 secondi per portare a casa una visualizzazione. Facebook invece – ed ecco la risposta per il mio amico – considera visto un video dopo solo 3 (tre) secondi di visualizzazione. Stranamente, l’introduzione dei video su Facebook ha attivato anche il meccanismo dell’avvio dei video in automatico durante lo scorrimento dei post. Quindi basta soffermarci 3 secondi, giusto il tempo di vedere il video prendere vita, per aver regalato una visualizzazione all’autore, che si sentirà immediatamente una superstar. Ecco il perché del richiamo al pensiero di Umberto Eco…
Buona parte di questi video, visualizzati in modo così numeroso, in realtà non sono mai stati visti da nessuno. Questo non è un problema da poco: se ne sono accorti anche gli inserzionisti, che pagano montagne di denaro per le loro campagne e non sono più disposti ad accettare queste menzogne, costringendo di conseguenza i grandi social a correggere le loro politiche di analisi.
Non voglio approfondire l’impatto economico che le nuove regole avranno, anche perché l’autore dell’articolo è così preciso e dettagliato che non necessita di nessun ulteriore chiarimento. Certo è che se si applicasse la regola Nielsen, paragonando i criteri delle rilevazioni con quelli utilizzati per le trasmissioni televisive, si avrebbe una riduzione delle visualizzazioni YouTube al 7%. Attenzione, ho scritto «al» non «del». Se uno youtuber oggi fa un video con 250.000 views, da ‘domani’ saranno valutate 17.500. Se questo è vero, le medesime visualizzazioni su Facebook saranno valutate 1.750. E da 250.000 a 1.750 il passo non è breve. Considerato che non tutti sono youtuber con numeri così grandi: provate a estendere il rapporto a rappresentazioni più modeste e traete da soli le vostre conclusioni.
Bene, forse finalmente si inizia dare il giusto peso alle cose, evitando ancora una volta eccessi di valutazione e sovrastima, per riportare il mercato a una realtà, triste, ma veritiera. Personalmente, posso darvi un unico suggerimento: ritornate a suonare per strada, contate le sedie vuote e quelle piene nei locali in cui il vostro nome è pubblicizzato. Quella misura darà il peso del vostro successo e del vostro valore. Il resto è solo un sogno. Un gioco in cui noi siamo soltanto delle pedine.

Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

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