Aspetti evoluzionistici nella musica

“Musica Uccelli”, da Birds on the Wires di Jarbas Agnelli (http://vimeo.com/6428069)

La illusione di aver covato delle idee almeno in parte originali, già debole in partenza, è stata presto spazzata via dalla scoperta che esiste una disciplina, detta biomusicologia. Il termine venne coniato nel 1991 dallo svedese Nils L. Wallin, che già nel titolo della sua opera spiega di cosa si occupa questa nuova scienza: Biomusicology. Neurophysiological, Neuropsycological and Evolutionary Perspectives on the Origin and Purposes of Music.
I biomusicologi, secondo Wallin, dovrebbero avere una formazione complessa, che spazi dalla psicologia cognitiva alla neurofisiologia e all’evoluzionismo, ed alla conoscenza della teoria musicale. Aggiungerei che, un tale studioso, dovrebbe avere competenza in etnomusicologia ed antropologia musicale, non potendosi ridurre la conoscenza delle regole musicali alla sola musica occidentale.
Devo confessare che ho cominciato a leggere articoli ed estratti di opere ponderose su questo argomento, con una idea piuttosto rozza ben radicata nella testa: il canarino maschio canta che è una delizia, e lo fa per conquistare la canarina. Alla quale basta rispondere con un «pio» abbastanza sgraziato per noi, ma che deve mandare in estasi il canarino, che pure si fa il culo tutto il giorno a cantare meglio che può.
Dal che, sempre nella mia rozzezza, ricavavo che la società canarinesca sia matriarcale, perché in una società l’essere a cui basta fare ‘pio’ per avere alle sue zampe dei maschi sfiniti dall’esercizio del canto ai massimi livelli, dev’essere quello che comanda.
Pure la società fagiana, col maschio costretto a quelle piume colorate, a quella coda lunghissima, depone in favore di un predominio delle fagiane, incolori e mimetiche.
Le percussioni sul torace, che Tarzan imita dalle scimmie, fanno pensare che pure lì il maschio debba darsi da fare con ogni mezzo per farsi ascoltare dalle femmine, pur essendo lui più grosso e potenzialmente prepotente.
Un’altra osservazione diretta è quella che non tutti i canarini maschi cantano con lo stesso grado di complessità, né con la stessa assiduità. Tecnica? Caratteristiche fonetiche? Passione?
A cosa serve questa musica primordiale, come fanno gli animali ad acquisire la ‘proprietà’ della sua esecuzione, quand’è che hanno voglia di usarla e perché, queste sono le prime domande, a cui seguiranno quelle sulla nascita della musica nella specie umana, ed alla sua funzione.

Cosa ho trovato
Immediatamente la smentita: «La musica umana non è l’equivalente del canto degli uccelli. Non funziona come mezzo per marcare il territorio, ed ha un valore poco più che marginale per attirare un partner». (Frank R. Zindler, Religione, ipnosi e musica: un punto di vista evoluzionistico, 1984: http://digilander.libero.it/ingeberg/Trans/hypno.html)
Zindler parla della musica, accanto alla religione ed all’ipnosi, come mezzo evoluzionistico di ‘adattamento del gruppo’. In realtà, la maggior parte degli evoluzionisti darwiniani si chiede come mai una funzione, ritenuta inutile ai fini della sopravvivenza degli individui, si sia non soltanto mantenuta, ma in certe specie, tra cui la nostra, addirittura evoluta. La risposta di Zindler è che esistono delle funzioni utili alla sopravvivenza del gruppo, sia esso culturale, razziale, tribale o nazionale oltre che, naturalmente, religioso.
La mia ostinazione, legata all’osservazione, non finissima, che quasi tutte le rockstar hanno enorme successo nella vita di relazione, e che spesso si sono riprodotti smodatamente con un numero di partner impressionante, mi spinge a cercare altro.
Nella sua Breve, anzi, brevissima, storia della musica, Angela Molteni riferisce di come l’uomo avrebbe imparato ad imitare voci e suoni del mondo animale a scopo predatorio, di come la prima forma di musica sia stata comunque ritmica, soltanto accompagnata da suoni gutturali che seguivano il ritmo, creato dal battere delle mani o da primordiali strumenti percussivi. E di come ben presto questo tipo di musica sia stato impiegato con funzioni religiose.
(http://www.antoniogramsci.com/angelamolteni/musica.htm)
Ecco, però, che nell’articolo di Francesco Albanese, Il significato evolutivo della musica (2007), vengono fornite le ipotesi più recenti su questo tema: al primo posto è inserita la selezione sessuale naturale, seguita dalla coesione sociale, dal rafforzamento del gruppo, da un potenziale training dello sviluppo uditivo, dalla possibilità di riduzione dei conflitti (istintivamente, questa ipotesi mi lascia perplesso… e tutti i canti di guerra?), dalla buona utilizzazione del tempo, e dalla comunicazione transgenerazionale, sviluppatasi nelle epoche nelle quali cantare delle storie è stato il modo di tramandarle.
(http://www.psicolab.net/2007/il-significato-evolutivo-della-musica/)
In altre opere, che non citerò per necessaria brevità, si parla di due tipi di musica, una nata per ballare, ed una nata per essere ascoltata… La mia idea personale è che la Musica sia una forma d’Arte e che, come la Poesia secondo Borges, non abbia lo scopo di ‘persuadere’, ma quello di ‘stupire’ o ‘commuovere’. Se questo abbia un significato evolutivo, non saprei.


 Chitarra Acustica, 4/2012, p. 12.<

“Musica Uccelli”, da Birds on the Wires di Jarbas Agnelli (http://vimeo.com/6428069)

La illusione di aver covato delle idee almeno in parte originali, già debole in partenza, è stata presto spazzata via dalla scoperta che esiste una disciplina, detta biomusicologia. Il termine venne coniato nel 1991 dallo svedese Nils L. Wallin, che già nel titolo della sua opera spiega di cosa si occupa questa nuova scienza: Biomusicology. Neurophysiological, Neuropsycological and Evolutionary Perspectives on the Origin and Purposes of Music.
I biomusicologi, secondo Wallin, dovrebbero avere una formazione complessa, che spazi dalla psicologia cognitiva alla neurofisiologia e all’evoluzionismo, ed alla conoscenza della teoria musicale. Aggiungerei che, un tale studioso, dovrebbe avere competenza in etnomusicologia ed antropologia musicale, non potendosi ridurre la conoscenza delle regole musicali alla sola musica occidentale.
Devo confessare che ho cominciato a leggere articoli ed estratti di opere ponderose su questo argomento, con una idea piuttosto rozza ben radicata nella testa: il canarino maschio canta che è una delizia, e lo fa per conquistare la canarina. Alla quale basta rispondere con un «pio» abbastanza sgraziato per noi, ma che deve mandare in estasi il canarino, che pure si fa il culo tutto il giorno a cantare meglio che può.
Dal che, sempre nella mia rozzezza, ricavavo che la società canarinesca sia matriarcale, perché in una società l’essere a cui basta fare ‘pio’ per avere alle sue zampe dei maschi sfiniti dall’esercizio del canto ai massimi livelli, dev’essere quello che comanda.
Pure la società fagiana, col maschio costretto a quelle piume colorate, a quella coda lunghissima, depone in favore di un predominio delle fagiane, incolori e mimetiche.
Le percussioni sul torace, che Tarzan imita dalle scimmie, fanno pensare che pure lì il maschio debba darsi da fare con ogni mezzo per farsi ascoltare dalle femmine, pur essendo lui più grosso e potenzialmente prepotente.
Un’altra osservazione diretta è quella che non tutti i canarini maschi cantano con lo stesso grado di complessità, né con la stessa assiduità. Tecnica? Caratteristiche fonetiche? Passione?
A cosa serve questa musica primordiale, come fanno gli animali ad acquisire la ‘proprietà’ della sua esecuzione, quand’è che hanno voglia di usarla e perché, queste sono le prime domande, a cui seguiranno quelle sulla nascita della musica nella specie umana, ed alla sua funzione.

Cosa ho trovato
Immediatamente la smentita: «La musica umana non è l’equivalente del canto degli uccelli. Non funziona come mezzo per marcare il territorio, ed ha un valore poco più che marginale per attirare un partner». (Frank R. Zindler, Religione, ipnosi e musica: un punto di vista evoluzionistico, 1984: http://digilander.libero.it/ingeberg/Trans/hypno.html)
Zindler parla della musica, accanto alla religione ed all’ipnosi, come mezzo evoluzionistico di ‘adattamento del gruppo’. In realtà, la maggior parte degli evoluzionisti darwiniani si chiede come mai una funzione, ritenuta inutile ai fini della sopravvivenza degli individui, si sia non soltanto mantenuta, ma in certe specie, tra cui la nostra, addirittura evoluta. La risposta di Zindler è che esistono delle funzioni utili alla sopravvivenza del gruppo, sia esso culturale, razziale, tribale o nazionale oltre che, naturalmente, religioso.
La mia ostinazione, legata all’osservazione, non finissima, che quasi tutte le rockstar hanno enorme successo nella vita di relazione, e che spesso si sono riprodotti smodatamente con un numero di partner impressionante, mi spinge a cercare altro.
Nella sua Breve, anzi, brevissima, storia della musica, Angela Molteni riferisce di come l’uomo avrebbe imparato ad imitare voci e suoni del mondo animale a scopo predatorio, di come la prima forma di musica sia stata comunque ritmica, soltanto accompagnata da suoni gutturali che seguivano il ritmo, creato dal battere delle mani o da primordiali strumenti percussivi. E di come ben presto questo tipo di musica sia stato impiegato con funzioni religiose.
(http://www.antoniogramsci.com/angelamolteni/musica.htm)
Ecco, però, che nell’articolo di Francesco Albanese, Il significato evolutivo della musica (2007), vengono fornite le ipotesi più recenti su questo tema: al primo posto è inserita la selezione sessuale naturale, seguita dalla coesione sociale, dal rafforzamento del gruppo, da un potenziale training dello sviluppo uditivo, dalla possibilità di riduzione dei conflitti (istintivamente, questa ipotesi mi lascia perplesso… e tutti i canti di guerra?), dalla buona utilizzazione del tempo, e dalla comunicazione transgenerazionale, sviluppatasi nelle epoche nelle quali cantare delle storie è stato il modo di tramandarle.
(http://www.psicolab.net/2007/il-significato-evolutivo-della-musica/)
In altre opere, che non citerò per necessaria brevità, si parla di due tipi di musica, una nata per ballare, ed una nata per essere ascoltata… La mia idea personale è che la Musica sia una forma d’Arte e che, come la Poesia secondo Borges, non abbia lo scopo di ‘persuadere’, ma quello di ‘stupire’ o ‘commuovere’. Se questo abbia un significato evolutivo, non saprei.


 Chitarra Acustica, 4/2012, p. 12.<

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  1. Zio Mich (Riese P. X) Reply

    bella riflessione, in effetti la musica è in primo luogo EMOZIONE ed è per questo che sopravvive nella storia dell’uomo aldilà del fatto che non sia fondamentale per la sopravvivenza. Ma siccome l’essere umano, a mio avviso è prima spirito piuttosto che carne, i suoni infondono vibrazioni al nostro “interno” che non sono misurabili con mezzi tecnici, con sonde mentali di un neuropsicologo. Il fatto è che sappiamo così poco delle nostre capacità psico-emotive, e sarà forse per questo che io posso fare una lacrima o un sorriso sulle note di Slowhand Clapton, mentre neanche una smorfia mi esce quando sento Mitragliatrice Malsteem…

    • Giovanni Pelosi Reply

      grazie a tutti per i commenti… e a te, zio Mich, per l’estensione della riflessione. In realtà, da un punto di vista neurofisiologico, ciò che è rilevante è che il piacere indotto dalla musica è paragonabile a quello del mangiare o del fare l’amore, da un punto di vista biochimico… ma poiché ho ottenuto una risposta proprio dal dr. Zatorre a questo riguardo, nel prossimo indegno articolo parleremo proprio di ‘quale musica’, è la prima domanda che gli ho fatto, ed alla quale ha risposto con la logica dello scienziato, che non necessariamente vive lontano dalla realtà.

  2. wayx Reply

    Anche io sono in sintonia con la tua considerazione finale… la fruizione della Musica deve necessariamente provocare un misto di commozione, ammirazione e magari un pizzico d’invidia… Bella riflessione Giovanni… grazie.

  3. Fulvio Montauti Reply

    Molto interessante.
    Mi trovi perfettamente d’accordo con la tua idea personale.
    Sperando di non andare fuori tema:
    dalle mie letture risulta che per i Greci la musica (insieme a poesia e danza) faceva parte delle Arti; la musica non era concepibile senza la poesia.
    I romani adottarono il sistema musicale greco dando però alla musica un uso voluttuario. Infine i cristiani adottarono il canto come mezzo di preghiera conferendo così alla musica un valore ben più alto e spirituale.
    Ciao
    Fulvio

  4. Gabor Lesko Reply

    Bellissimo ed interessante Giovanni, anche io sono sempre stato attratto dalle tante sfaccettature psico-acustiche della musica… è affascinante studiarne i principi fisici e le origini culturali… È un modo di arricchirsi,
    per poi riuscire a liberarsi di tutto, quando scriviamo ed esprimiamo il nostro istinto musicale… Bellissima anche la frase finale con cui sono molto d’accordo!!!
    Let the music Win!!!
    Un saluto a tutti,
    Gabor

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