Annie Keating – All the Best

(di Freddie del Curatolo) All the Best”: Annie Keating ha scelto una delle canzoni senza tempo del grande John Prine (a proposito, che meraviglia è l’ultimo The Tree of Forgiveness!) per celebrare quindici anni di musica tra Brooklyn e il Tennessee, dieci anni di fantasmi su strade poco trafficate, quelle della discografia indipendente, di storie raccontate spesso a fil di corde e con voce carica di malinconia.

Il nuovo album di Annie Keating è allo stesso tempo il resoconto di una carriera e l’approdo definitivo a una maturità artistica che finalmente si porta in dote gli elementi tutti dell’Americana e li fonde in maniera armonica e senza manierismi. Già, perché All the Best, distribuito in Italia dalla storica etichetta Appaloosa, non è una vera e propria antologia, ma non è nemmeno un disco nuovo, pur contenendo sei tracce inedite.

Iniziamo col dire che Annie gira con la chitarra e disegna arpeggi da quando aveva dodici anni, in uno dei quartieri della Grande Mela che da sempre ispirano storie da letteratura. Una storyteller naturale, che ricorda Mary Gauthier per la capacità introspettiva e si guarda intorno come i poeti suburbani che spuntano da ogni tombino delle Avenue.

Ma Annie è anche profondamente ‘Americana’, e nell’album così come dal vivo non può mancare uno dei suoi manifesti, quella “Belmont” dallo spirito rurale, con fisarmoniche e chitarre vintage che riportano a colleghe celebrate come Lucinda Williams e la stessa Gauthier, ma evocano le stesse atmosfere fresche di campagna dei Mellencamp e del Neil Young di Harvest, idolo giovanile della cantautrice, assieme ai Rolling Stones. Se dal vivo uno dei must di Annie è “Cowgirl in the Sand”, in All the Best c’è l’evoluzione, lungo otto lavori in studio, del songwriting e della capacità interpretativa dell’artista newyorkese.

Si parte con l’episodio più recente, “Ghost of the Untraveled Road”, una ballata introspettiva, fotografia in bianco e nero di una Brooklyn nebbiosa, dove le persone diventano spettri e viceversa. La voce di Annie sa essere eterea e allo stesso tempo vibra di sofferta profondità.

Di “Belmont” abbiamo già detto: una delle sue canzoni più solari, tratta dall’omonimo album del 2008. Racconta di quando imparò a strimpellare la chitarra sul portico di casa del fratello maggiore della sua migliore amica, ascoltando gli Stones. Dello stesso periodo e con identiche atmosfere anche “It Already Hurts When You Leave”, dove la lezione di Lucinda degli esordi si fa sentire.

La leggerezza e un violino alla Neil Young la fanno da padroni in “Forever Love”, ma è la capacità di raccontare a distinguere la Keating dalla pletora delle nuove cantautrici. In “Sweet Leanne” l’intimismo si fa lirico ed è il ponte ideale con gli episodi più recenti, che appartengono a un EP autoprodotto che porta il titolo del fantasma di cui sopra, Ghost of the Untraveled Road: “Forget My Name” (suadente, intensa), “Kindness of Strangers” e “Sting of Hindsight” fanno capire che Brooklyn non è poi così lontana dal Greenwich Village.

«E gli Stones, che c’entrano?» chiederà qualcuno. Ascoltare “Storm Warning”, tratta dall’album più coriaceo della ragazza (The Keeps del 2013): è rock, rock, rock… in stile Americana, come fosse suonato e prodotto da Larry Campbell.

In questa antologia/non antologia c’è spazio per la title track di un altro godibilissimo album, Water Tower View del 2010, zeppo di racconti da ‘pastorale americana’, e per la ballata dedicata a Coney Island e un po’ anche a Lou Reed: dal penultimo disco Trick Star del 2006 – che ha fatto muovere su di lei commenti importanti, tra cui quello della voce storica della BBC inglese Bob Harris, il quale ha parlato di Annie come della nuova principessa delle storyteller americane, si ascolta la bellissima “You Bring the Sun”.

Dell’omaggio a John Prine abbiamo detto, così come occorre parlare della presenza scenica e della capacità di coinvolgere, che fanno dei suoi concerti dal vivo momenti piacevoli in cui, oltre ai fantasmi delle canzoni più recenti, vengono evocati mostri sacri come Springsteen, Neil Young, John Hiatt e lo stesso Prine.

Freddie del Curatolo

La rubrica “A proposito di Americana” è realizzata in collaborazione tra Fingerpicking.net e Buscadero.

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