Andrea Tarquini, “Reds! Canzoni di Stefano Rosso”, Enriproductions / Self / Believe Digital

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(di Carlo de Nonno) – Un tributo lieve e intenso a Stefano Rosso, ad opera del suo amico e allievo (nonché collega) Andrea Tarquini, valente chitarrista acustico e cantante. A cinque anni di distanza dalla scomparsa del ‘folksinger’ trasteverino, se ne sentiva davvero la mancanza. Per ritrovare le atmosfere delle sue musiche, delle sue ballate disincantate, dei suoi fraseggi mai banali e la straordinaria competenza in tema di chitarra acustica e folk, che emergeva prepotente anche in quelli che, invero per non molti anni, furono i suoi periodi di maggior successo ‘commerciale’. Tarquini ci regala dunque un prezioso lavoro, equilibratissimo tra rispetto e innovazione, cui hanno contribuito, tra gli altri, artisti come Beppe Gambetta, il mandolinista Carlo Aonzo, il clarinettista Luca Velotti, il violinista Anchise Bolchi e Luigi ‘Grechi’ De Gregori, come dire l’eccellenza del genere country, bluegrass e non solo, che pervade le tracce del CD.
Ma il pregio maggiore di Reds credo che stia nel risalto che la chiara voce di Tarquini e la discreta presenza dei suoi accompagnamenti danno ai testi di Rosso. Testi ancora attualissimi e tutti da scoprire, porti con la disarmante semplicità di chi non crede di dire verità assolute e profetiche, ma poi finisce in qualche modo per dirle lo stesso, perché non le impone ma semplicemente le afferra nell’aria e te le restituisce. Questa caratteristica fece la differenza, all’epoca, tra Rosso e il ‘grande cantautorato’ di De André, Guccini, Lolli… e continua a farla tuttora. E se qualche ‘scricchiolio’ talvolta oggi si sente all’ascolto di alcuni testi dei ‘vati’ (passatemi l’eresia), cosa vogliamo dire invece a «E il grano che nasce, e l’acqua che va / È un dono di tutti, padroni non ha” (“Bologna ’77”) o a «Ecco ti ritrovi a far la spesa / Con Teresa» (“Milano”) dove la rima già vale un discorso intero?
Al solito, non riesco a fare la spiega di tutte le canzoni presenti, che sono tutte notevoli (compreso il brano strumentale di Tarquini, “Ho capito come”), ancorché non tra le più note (addirittura un inedito, “C’è un vecchio bar”), e impreziosite da interventi strumentali e vocali di grande impatto: Aonzo ricama in “Pane e Latte”, Luigi ‘Grechi’ mette il suo timbro vocale indelebile nell’iniziale “E intanto il sole si nasconde”, Gambetta giganteggia in “Via del tempo”, Velotti swinga alla grande in “Ancora una canzone”, Bolchi rivela segrete armonie in “Milano”. Non c’è “Una storia disonesta” («lo spinello»… «una ragazza giusta»…) ed è meglio così: a questo punto non sembra proprio la canzone più profondamente rappresentativa del mondo di Stefano Rosso, a dispetto del successo commerciale che ebbe. C’è invece, e chiude alla grande, “Letto 26” (no, non si intitolava “Via della Scala”!), annata 1976. E, proprio come allora, il suo finale parte come una freccetta da sala biliardo e arriva come un dardo devastante nel cuore: «Via della Scala è sempre là / E io dal letto 26 / Io chiudo gli occhi e penso a te / Ti sento e invece non ci sei».
Non ne nascono più.

Carlo de Nonno

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 8/2013, pp. 16-17

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Redazione

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  1. Anche Così Va Bene Reply

    Grazie Caro Carlo! Spero di vederti il 6 novembre all'Asino che Vola. Presentiamo il disco. AT.

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