Andrea Carpi – interview of Alfonso “nonny” Giardino

Passare da “comune” lettore di Andrea Carpi a suo “onorato” intervistatore è stata un’esperienza al tempo stesso gratificante e divertente. E’ nato tutto per gioco, un desiderio di voler “invertire” le parti che mi è venuto per caso,

qualche tempo dopo aver avuto la fortuna di conoscere personalmente Andrea. La curiosità di sapere cosa possa raccontare di sé chi per mestiere “fa raccontare” gli altri mi è sembrato particolarmente interessante. Nella
speranza che possa interessare anche voi e per quanti non l’avessero ancora letta, ecco nuovamente pubblicata l’intervista che ho avuto il privilegio di fare nel 2007  all’amico Andrea.

Andrea Carpi

Intervista di Alfonso ‘nonny’ Giardino

Pubblicato: 31/01/2007

L’idea di un’intervista ad Andrea Carpi mi è venuta questa estate in Provenza. Lì avevo comprato l’ultimo numero di Guitarist Acoustic dedicato a Marcel Dadi, dove si racconta come Dadi sia stato il primo a pubblicare intavolature su di una rivista specializzata. A questo punto mi sono chiesto: “… e Andrea con la sua rubrica sul mitico Ciao 2001?” Così ho pensato di chiederglielo di persona e da lì… perché non chiedergli anche altro?

A pensarci bene, quanti ‘conoscono’ Andrea Carpi? Già direttore della rivista Chitarre, è l’attuale responsabile del settore chitarra acustica della stessa. Di lui tutti sanno che negli anni settanta-ottanta ha fatto scoprire il fingerpicking ad un esercito di chitarristi italiani, ma quanti sono a conoscenza dei suoi inizi, delle sue passioni, della sua musica? Incominciamo dal principio.

Andrea, ho letto su di una rivista francese che Marcel Dadi è stato il primo a pubblicare tablature. A te come è venuta l’idea della rubrica sul Ciao 2001 e, pur senza voler far gare, chi è stato allora il ‘primo’ tra voi due?

Mi viene un po’ da sorridere a confrontarmi con un chitarrista del calibro di Marcel Dadi, primo e unico musicista europeo ad aver iscritto l’impronta delle sue mani nella Country Music Hall Of Fame a Nashville! Ma i fatti sono presto detti: la storia ci racconta che Marcel ha iniziato la sua rubrica di intavolature “La guitare à Dadi” sul mensile francese Rock & Folk nel 1972, mentre la mia rubrica “Chitarra” su Ciao 2001 è nata nel 1975. All’epoca io conoscevo sicuramente il suo primo album del 1973, intitolato appunto La guitare à Dadi, che conteneva un libretto di intavolature e che avevo comperato durante un mio indelebile viaggio a Marsiglia nello stesso anno; infatti quel disco l’ho menzionato nella prima puntata dedicata nella rubrica “Chitarra” al fingerpicking sul n. 37 del ‘75. Ma non mi risulta che conoscessi, anche se può sembrare strano, la rubrica su Rock & Folk, di cui probabilmente mi parlò più tardi qualche conoscenza dell’ambiente giornalistico, forse Max Stèfani del Mucchio selvaggio.

Del resto devo confessare nei confronti di Dadi e del suo ispiratore Chet Atkins un mio ‘peccato originale’, peraltro condiviso da molti della mia generazione, che mi è stato di recente velatamente e garbatamente rimproverato dall’amico Marco Vignali della Atkins-Dadi Guitar Players Association: in quei primi anni settanta marcati da contrapposizioni ideologiche, io ero stato influenzato principalmente dal movimento americano e inglese del folk music revival ‘impegnato’, dalla riscoperta dei bluesman del periodo tra le due guerre, dalle intavolature apparse in alcuni dischi della Folkways, nei manuali della Oak, nella rivista Sing Out! e poi soprattutto nei lavori di Stefan Grossman; mentre tendevo a diffidare dagli aspetti ‘commerciali’, country-pop e nashvilliani, del virtuosismo atkinsiano e dei suoi epigoni. In anni più recenti, naturalmente, ho avuto occasione di rivedere le mie posizioni e di valutare con meno pregiudizi tutta l’importanza di quel geniale filone di artigianato chitarristico, che collegò via via Merle Travis, Chet Atkins, Jerry Reed e Marcel Dadi.

Quanto all’idea della rubrica su Ciao 2001, è stata favorita dal fatto che, appena ho iniziato a impegnarmi nella musica con risvolti professionali, la mia attività come musicista è andata di pari passo con quella di giornalista musicale: alla fine del 1972 ho infatti registrato il mio primo disco, To Allen Gisberg con il gruppo dei Living Music (uscito poi nel ‘73), e scritto i miei primi articoli per Sound Flash, una rivista diretta da Giuliana Valci e che ha avuto purtroppo vita breve. Dopo essere passato a collaborare nel ‘74 con il “Music Box” curato da Max Stèfani sul mensile Suono, l’anno seguente organizzai tra l’altro un corso di chitarra al Folkstudio di Roma: da lì ad avanzare la proposta di una rubrica di chitarra su Ciao 2001, cui ero stato introdotto da Maria Laura Giulietti, il passo fu breve.

Come sceglievi i brani da proporre?

C’è da premettere che il fatto di propormi a Ciao 2001 rispondeva al mio desiderio di realizzare una rubrica il più ‘popolare’ possibile: in questo senso il Ciao si presentava ai miei occhi come il più fresco esempio di ‘generalismo’, di apertura a un pubblico ampio e vario, in alternativa rispetto all’atteggiamento più critico e riflessivo – ma elitario – di mensili come Muzak e Gong. Così, nella scelta dei brani da presentare, cercavo di attingere il più possibile da dischi conosciuti e di attualità, tra quelli regolarmente distribuiti e promossi dalle case discografiche in Italia. L’idea era di trovare dei brani che contenessero una parte di chitarra ben udibile e riconoscibile: una parte che permettesse di suonare il pezzo nella sua interezza e che contenesse sempre degli elementi nuovi, in grado di far compiere un passo avanti al chitarrista principiante o di medio livello (e magari anche a quello più o meno avanzato). Naturalmente questa ricerca era filtrata, oltre che inevitabilmente dal mio gusto personale, anche dalla mia particolare sensibilità e capacità di ‘riconoscere’ le parti di chitarra: fu questo che portò all’inesorabile prevalere del materiale acustico. D’altra parte, dovevo anche tener conto della necessità di chiedere le dovute autorizzazioni a pubblicare quelle parti musicali. Riguardo alla disponibilità delle case discografiche, vorrei ricordare in particolare l’aiuto che mi venne a quei tempi da Beppe Andreetto delle edizioni musicali Ricordi e da Mario Cantini delle edizioni musicali RCA. La rinuncia più dolorosa, invece, fu legata all’impossibilità di utilizzare le canzoni di James Taylor.

La rubrica, il Manuale di Chitarra Rock, dopo tutti questi anni, come ripensi a quel periodo e ai tanti chitarristi per i quali sei stato per molto tempo l’unico riferimento per il fingerpicking?

Frutto di cinque anni di esperienza con la rubrica “Chitarra”, il Manuale di Chitarra Rock ebbe un successo che non mi attendevo veramente in quelle dimensioni. Mi diede la consapevolezza di quanto quella paginetta su Ciao 2001 avesse guadagnato un suo ruolo nell’Italia musicale di allora. E convinse la casa editrice Anthropos, in particolare nella persona del suo consulente e direttore di collana Augusto Veroni, a proseguire su quella strada con altri manuali e con la collana dei “Quaderni di Chitarra”, fino a concepire l’idea di una rivista dedicata. L’idea fu poi raccolta da Guitar Club, grazie all’intervento di Marco E. Nobili e Alberto Radius con le edizioni Il Volo. Ma la convivenza tra noi romani e loro milanesi, come purtroppo avviene ancora oggi in molti aspetti della vita, diede luogo a qualche incomprensione. Nacque così la ‘nostra’ Chitarre.

In questi ultimi anni, lo stesso sentimento di riconoscimento che ho ricevuto dai consensi intorno al Manuale di Chitarra Rock, mi viene dalle numerose testimonianze di stima e di gratitudine da parte di aderenti alla comunità di Fingerpicking.net. Devo dire che queste attestazioni mi danno un piacere enorme, mi trasmettono un senso di appartenenza e – perché no? – qualche brivido lungo la schiena. Del resto io ho seminato soprattutto nel campo della chitarra acustica e lo stesso Manuale di Chitarra Rock, che non avrei mai voluto chiamare in quel modo, ero riuscito con difficoltà a farlo sottotitolare “La chitarra acustica dal folk-blues al rock”.

La tua attività didattica non si è esaurita, ancora oggi tieni dei corsi presso una scuola specializzata romana. Come sono cambiati i tempi? I giovani di oggi in cosa si differenziano da quelli di venti-trenta anni fa?

Per la verità è qualche tempo che non tengo più quei corsi, ma la scuola specializzata romana cui penso tu faccia riferimento, ha tardato un po’ a modificare la sua pagina pubblicitaria; adesso però lo ha fatto. Da un paio d’anni, invece, tengo un corso di “Studi di popular music” alla facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza” di Roma: è una nuova esperienza che mi sta dando degli stimoli importanti. Pensa che, nell’ambito di quel corso, sono riuscito a organizzare delle lezioni-concerto di Mike Cooper e Bob Brozman.

Quanto ai giovani di ieri e oggi, è noto a tutti che trent’anni fa l’atteggiamento prevalente era di contestazione nei confronti dell’autoritarismo, quindi di sfiducia verso le istituzioni tradizionali e – nella fattispecie – di insofferenza verso l’educazione musicale ufficiale, in nome di un approccio musicale più istintivo e spontaneo. I giovani di adesso, invece, sembrano mostrare la tendenza a un maggiore disincanto e a una maggiore oggettività: prendono pragmaticamente le cose per quello che sono e che possono dare rispetto agli scopi perseguiti. Questi giovani, per esempio, possono studiare al conservatorio e aspirare a suonare hard rock; oppure possono frequentare una scuola popolare di musica con la stessa metodicità e la stessa autodisciplina richieste da un corso di alta formazione professionale. Forse ci sarebbe bisogno di una sintesi tra gli atteggiamenti di ieri e di oggi.

E tu? Come hai iniziato? Quando hai scoperto il fingerpicking?

Ho cominciato a suonare intorno al 1961 all’età di tredici anni, con una Carmelo Catania da studio con corde metalliche, costata cinque-seimila lire. Andavo a rimorchio di un mio fratello maggiore a lezione di chitarra classica da un anziano signore dai lunghi ‘mustacchi’, che suonava chitarre dalla foggia antica, quasi ottocentesca, con corde di budello, ed eseguiva i solfeggi del Bona col mandolino nel tentativo di convincerci – a noi cui veniva da ridere nel farli – che non si trattava di noiosi esercizi scolastici. Il maesto Marimpietri, così si chiamava, ci mostrava fiero le sue foto ufficiali di giovane musicista ritratto in ambienti da caffè concerto, ma all’epoca non potevo sentirmi attratto da quel piccolo mondo antico di confine tra classico-leggero e popolaresco urbano, che si ricollegava alla tradizione italiana pre-segoviana di chitarristi come Pasquale Taraffo. Oggi lo avrei seguito con grandissima curiosità e attenzione, ma allora lasciammo le lezioni dopo tre-quattro mesi, che furono però sufficienti a radicare in me una predilezione per la chitarra pizzicata, diciamo pure per la chitarra fingerstyle.

I primi rudimenti di fingerpicking in senso stretto, invece, li ho ricevuti intorno al 1966 frequentando un laboratorio di chitarra al Folkstudio di Roma. Il laboratorio – una delle tante iniziative pionieristiche del boss Giancarlo Cesaroni – era tenuto dalla chitarrista americana Janet Smith, che ci propose quasi subito un arrangiamento di “Don’t Think Twice, It’s All Right” a metà tra la versione di Joan Baez e l’originale di Dylan, del quale si diceva che una sera era comparso proprio nel locale in cui ci trovavamo. Le lezioni erano seguite tra gli altri da Luigi Grechi, che poi avrebbe passato i suoi ‘segreti’ al fratello Francesco De Gregori: anche attraverso questi piccoli episodi, come la frequentazione di Guccini con la chitarrista Deborah Kooperman a Bologna, la nuova canzone d’autore italiana andava assimilando gli elementi del ‘ritmo incrociato’ afroamericano! In seguito, ho preso da Janet anche delle lezioni private, imparando pezzi come “Freight Train” e “Wilson Rag” dal repertorio di Elisabeth Cotten, standard degli anni venti come “Nobody Knows You When You’re Down And Out” o suoi arrangiamenti di brani come “Maple Leaf Rag” di Scott Joplin e “With A Little Help From My Friend” dei Beatles. Non usavamo intavolature in quelle lezioni, ma io mi portavo un ingombrante registratore, registravo e prendevo degli appunti. Nel 1968 lei pubblicò anche un bell’album per la Takoma, The Unicorn And Other Songs Both Old And New – With Musical Assistance From Bob Wilson. E poi, ti ricordi il periodo in cui Stefan Grossman pubblicava quelle intavolature bellissime, scritte a mano con una calligrafia da copista? Era lei a copiarle! Stefan l’ho incontrato poco dopo quelle lezioni con Janet, ma a lezione da lui non sono mai andato; nel frattempo avevo imparato a cavarmela da solo con le intavolature…

Dischi, esibizioni, come mai così parsimonioso in tutti questi anni?

Oltre all’esperienza con i Living Music, tra il 1973 e il 1981 mi sono impegnato in diverse collaborazioni con altri musicisti. Vorrei cercare di citarli tutti: Claudio Lolli, Mimmo Locasciulli, Francis Kuipers, Giorgio Lo Cascio, Sergio Caputo, Grosso Autunno, Vito Cantarini, Antonello Venditti, Gianni Mastinu. Ma, ogni volta che si parlava di passare dal lavoro in sala d’incisione ai concerti dal vivo e alle tournée, mi dovevo scontrare con grandi difficoltà personali, forti resistenze e indecisioni, fino a collezionare rinunce e defezioni dell’ultim’ora. Cose che non mi piacevano nemmeno un po’ e che, naturalmente, non piacevano nemmeno agli altri… Così, quando la mia attività pubblicistica si è andata assestando con il Manuale di Chitarra Rock, ho deciso con molto rammarico di fare una croce sulla musica attiva e di dedicarmi a tempo pieno al giornalismo e alle attività editoriali.

Come riesci (se riesci…) ad alternare le tue attività professionali con i momenti musicali privati? Quale musica suoni e ascolti a casa?

Questa è una domanda a cui non so rispondere bene in questa fase della mia vita. Ricordo con nostalgia momenti ormai lontani, in cui ci si poteva incontrare e passare pomeriggi e serate intere ad ascoltare musica in religioso silenzio. Oggi la musica si è ridotta spesso a fare da sottofondo. E io non amo ascoltare la musica come sottofondo. Nella musica che suono e ascolto a casa c’è attualmente un po’ troppa casualità ed episodicità. Avrei bisogno di rimettere ordine in queste cose. Resta comunque il fatto che nelle mie attività professionali non mi mancano soddisfazioni al riguardo: sempre ho cercato e continuo a cercare di ritagliarmi degli spazi in cui potermi occupare delle cose che mi interessano e mi piacciono. Ultimamente, il fatto di poter seguire manifestazioni come l’Acoustic Guitar International Meeting di Sarzana, Le Acustiche curate da Giovanni Palombo a Roma, Acoustic Franciacorta e il Guitar International Rendez-Vous della ADGPA italiana, mi sta dando sicuramente nuovi stimoli ed entusiasmi.

Come nasce la tua passione per la musica tradizionale sarda e la pubblicazione del tuo libro Canti sardi a chitarra – Un sistema tradizionale di competizione poetico-musicale?

Come ti dicevo, sono stato fortemente influenzato dal movimento di folk revival anglosassone e, ancor prima dell’esperienza con i Living Music, ho suonato attivamente folk americano in trio con Luigi Grechi e Mariano De Simone. In quel periodo scoprii che due dei maggiori esponenti di quel movimento, lo studioso Alan Lomax e Pete Seeger, non perdevano occasione di esortare i giovani delle altre nazioni a compiere a loro volta un lavoro di recupero del folklore musicale del proprio paese. Lomax del resto, tra il 1954 e il 1955, aveva accompagnato l’etnomusicologo italiano Diego Carpitella in una fondamentale campagna di ricerca sul campo nelle varie regioni d’Italia, da cui fu tratta la prima completa antologia discografica del folklore musicale italiano, Northern And Central Italy And The Albanians Of Calabria e Southern Italy And The Islands, pubblicata dalla Columbia nel 1957. Seeger, nelle note di copertina del suo album Strangers And Cousins, pubblicato da CBS nel 1965, scriveva dal canto suo: “Ma vi dirò cosa mi farebbe ancora più piacere: sapere che voi stessi amate cantare, non soltanto canzoni occasionali come queste, ma quel solido genere di musica che esprime Voi e le Vostre Proprie tradizioni, quali che siano. E se non siete certi della Vostra identità, dovreste capire che scoprirla è uno dei più importanti compiti della vita.” Io fui molto sensibile a queste esortazioni e, tra il 1974 e il 1982, scrissi diffusamente su Suono e Ciao 2001 recensioni, articoli e rubriche sul revival e i documenti originali del folk italiano. Poi, con l’epilogo degli anni di piombo e l’avvento degli anni ottanta, dei Duran Duran e dell’edonismo reaganiano, il clima culturale cambiò improvvisamente. Presto fui in qualche modo ‘scoraggiato’, per dirla eufemisticamente, dal continuare a trattare quegli argomenti. Così, visto che gli spazi professionali si riducevano sempre di più da quel punto di vista, decisi di riprendere gli studi e seguire i corsi di Carpitella: l’università mi sembrò l’unico luogo ‘disinteressato’ dove si potesse continuare a coltivare quegli interessi. Volevo laurearmi in etnomusicologia con una tesi che avesse a che fare sia con il folklore italiano, sia con la chitarra; e mi resi conto che il repertorio del canto sardo a chitarra era il più interessante al riguardo. Il libro Canti sardi a chitarra, pubblicato nel 1999 e seguìto nel 2004 dal cd Cantigos a chiterra, contenente parte delle registrazioni sul campo oggetto della ricerca, è appunto un aggiornamento e un approfondimento della mia tesi datata 1988. Come vedi, quindi, la mia passione per la musica tradizionale sarda nasce da un mio più vasto amore per tutto il folklore musicale italiano.

Immagino che in tutti questi anni ti saranno passate per le mani tantissime chitarre. Vorrei sapere quali sono quelle che si sono fermate a casa tua, le tue preferite, quelle che suoni quando desideri essere da solo con i tuoi pensieri e se anche tu hai ogni tanto qualche attacco di… GAS?

Nel farmi gli auguri di buon compleanno sul forum di Fingerpicking.net, Roberto De Luca ha parlato di “struggente nostalgia per un passato in cui i nostri sogni musicali di gloria erano inversamente proporzionali al valore delle scassatissime chitarre che suonavamo con tanto entusiasmo”. Ed io gli ho risposto ricordando la copertina del libro Ragtime Blues Guitarists di Stefan Grossman, dove si vede un bluesman con una vecchia chitarra malconcia e un capotasto mobile ricavato da una matita stretta al manico con un laccio… In linea con questo nostro immaginario di una volta, fatto di più miti pretese rispetto a oggi, Luigi Grechi scriveva nella prefazione al libro Country Music di Mariano De Simone [Datanews. 1985]: “Andrea era invidiato per una delle prime chitarre giapponesi, che allora era quanto di meglio si potesse trovare per suonare il nostro genere di musica”. Si trattava di una Yamaha FG-170, pensa un po’, però aveva un buon suono! Le mie prime incisioni professionali, poi, le ho realizzate con due Eko “Korral” a sei e dodici corde, che mi sono divertito a ‘superaccessoriare’: ho fatto montare delle meccaniche di precisione, sostituire il capotasto e la selletta di plastica con elementi di vero osso, rifare la verniciatura della tavola in modo artigianale, eliminando l’ingombrante battipenna… In seguito, intorno al 1978, ho avuto un fugace rapporto di consulenza con la Eko, che a quel tempo cercava di avviare una produzione di qualità; ciò mi valse l’acquisto a condizioni molto vantaggiose di quattro chitarre Eko, che ancora posseggo: due prototipi “Korral Special” e “Chetro”, entrambi modelli unici sui quali avevo fatto montare una tastiera da dodici corde adattata a sei; una classica “Alborada”; un’elettrica C-44, anch’essa con una tastiera leggermente più larga del normale (ma non ho ancora comperato l’amplificatore!). A queste si sono aggiunte più tardi tre chitarre popolari italiane: una chitarra battente De Bonis a quattro corde doppie più una quinta corda di bordone, fissata con un bischero al centro del manico all’altezza del settimo tasto; e due chitarre ‘giganti’ sarde (praticamente delle chitarre baritono) costruite da Gaetano Miroglio.

Comunque, nella mia attività giornalistica, non mi sono mai sentito particolarmente versato e competente nel campo della strumentazione: a parte alcune prove di chitarre che ho scritto sui primissimi numeri di Fare musica, su Chitarre ho sempre preferito delegare ad altri la cura e il coordinamento di questi argomenti, in particolare a Stefano Tavernese. Quanto agli attacchi di GAS, certo non ne sono esente… ma tengo famiglia e qualcuno mi fa notare che le sette chitarre che ho, visto che non suono professionalmente, possono anche bastare! L’argomento non è privo di fondamento. Però un sogno ce l’ho: le Martin D-12 Fret e 000-12 Fret, quelle con la paletta di tipo classico e l’attacco del manico al dodicesimo tasto…

Da operatore del settore, quali differenze ritieni ci siano tra l’editoria specializzata italiana e quella straniera?

Non parlerei tanto di differenze, che in ogni caso è importante che ci siano. Il punto è che l’editoria specializzata dei paesi estranei al mondo anglosassone, si trova a dover fare i conti con il notevolissimo sviluppo dell’editoria specializzata appartenente a quel mondo, uno sviluppo legato alla vastità del mercato di riferimento, a questioni di potere economico e a un’egemonia culturale che si esprime in modo particolare nel campo della nascita e della crescita della cultura di massa contemporanea. Di fronte a questo colosso, però, noi non possiamo esimerci dal portare avanti il nostro compito particolare, quello cioè di realizzare dei prodotti su misura per il nostro mondo di appartenenza, che rispondano alle esigenze specifiche del nostro paese. Per far questo dovremmo imparare quello che c’è da imparare e prendere quello che c’è di buono dall’editoria anglosassone, filtrarlo attraverso le nostre tradizioni culturali e cercare di produrre dei contenuti specificamente nostri. In sostanza dovremmo contribuire alla crescita della nostra comunità di appassionati, promuovere l’attività della nostra comunità di musicisti e accompagnare l’emancipazione di tutti verso la creazione di qualcosa di nuovo.

Da alcuni numeri Chitarre ha operato una nuova scelta editoriale: dare maggiore spazio alla chitarra acustica. Quali considerazioni hanno portato a questa iniziativa?

Come me, la maggior parte dei redattori della prima Chitarre, nata nel lontano 1986, aveva mosso i suoi primi passi sulla pedana del Folkstudio di Roma. Stefano Tavernese è stato un rappresentante di spicco del country e bluegrass romano, anche se tra i primi poi a rinnovarlo attraverso l’uso dell’elettronica. Paolo Somigli, che pure era l’anima più rockettara e – con la cover band degli Ex Abrupto – aveva infuocato le danze collettive dell’Estate Romana di Renato Nicolini al suono di Beatles e Rolling Stones, era stato attivo principalmente all’interno del Grosso Autunno, gruppo elettro-acustico con forte matrice cantautorale. Insieme a lui in queste esperienze erano altri collaboratori storici della rivista: primo fra tutti Luciano Ceri, cantautore per l’etichetta Folkstudio con l’album Corrente del golfo del 1987; poi Gabriele Longo, chitarrista acustico e bassista; e Fabio Marchei, che ha esordito nel ’74-75 in duo acustico con Sergio Caputo. Nel passaggio dalla rubrica su Ciao 2001 a Chitarre, però, con l’innesto di nuovi collaboratori introdotti da Veroni – Giuseppe Barbieri, Marco Manusso, Gianfranco Diletti – e soprattutto attraverso gli stimoli che ci sono sembrati emergere tra i lettori, si è sviluppata una contrapposizione tra due anime all’interno della redazione: la vecchia anima ‘cantinara’, legata alla funzione ‘sociale’ e ‘socializzante’ della chitarra e al suo tradizionale ruolo di accompagnamento della canzone; e una nuova anima più ‘specialistica’, che tendeva verso una definizione sempre più precisa dello specifico chitarristico e mirava a raggiungere un pubblico di veri cultori. Questa duplice anima ha manifestato la sua presenza fin dal numero di esordio della rivista, per il quale fu bocciata un’ipotesi di copertina ai cantanti-chitarristi Francesco De Gregori e Ivano Fossati, in favore di un Little Steven alle prime esperienze solistiche. In fondo questa scelta iniziale è stata anche un segno premonitore di una ‘virata elettrica’, che nel corso degli anni avrebbe finito per prevalere. In tempi di riflusso, sono stati in molti a pensare che soprattutto gli shredder e i virtuosi dell’heavy rock avrebbero potuto tenere alte le posizioni di un rinnovamento musicale e chitarristico. E, anche se Chitarre ha cercato costantemente di mantenere un punto di equilibrio tra i diversi generi e tendenze, la svolta rockettara deve aver tradito le aspettative dello zoccolo duro acustico. Quando abbiamo fatto dei sondaggi, la percentuale dei nostri lettori appassionati di acustica ci è sembrata veramente bassa, molto più bassa di un suo potenziale reale. Ultimamente, poi, abbiamo scoperto che nel 2004 le chitarre acustiche vendute (con corde di nylon o di metallo) sono state sensibilmente più del doppio rispetto alle chitarre elettriche, mentre il costo medio delle acustiche è di solo 141 euro, contro i 557 euro delle elettriche. Abbiamo pensato allora che sarebbe importante non trascurare questo ‘popolo acustico’: sia perché sembrerebbe per la maggior parte composto da principianti, che varrebbe la pena incoraggiare e di cui converrebbe conoscere le aspirazioni; sia perché in questo popolo si è fatta strada un’agguerrita avanguardia di appassionati e di cultori. Di qui l’idea di riorganizzare i contenuti dedicati alla chitarra acustica, in modo da garantire una maggiore continuità e visibilità.

Hai praticamente visto crescere, contribuendo in prima persona, il movimento della chitarra acustica in Italia. Come ne vedi il presente ed il futuro?

Il presente e il recente passato stanno indubbiamente dimostando una vitalità sorprendente. Tu e gli amici di Fingerpicking.net sapete bene, avendo avuto parte attiva in questo processo, quanto il combattivo movimento della chitarra acustica in Italia si sia andato costruendo negli ultimi anni un vero e proprio circuito di manifestazioni dedicate, occasioni di incontro e di crescita. Inoltre il movimento raccoglie ormai al suo interno diversi musicisti importanti, tra i quali – personalmente – citerei in modo particolare Beppe Gambetta e Franco Morone, che hanno raggiunto una sicura statura internazionale e dei contenuti musicali assolutamente qualificanti per la cultura del nostro paese. Le nuove leve, che abbiamo modo di saggiare ogni anno durante il New Sounds Of Acoustic Music – Premio Wilder-Davoli all’AGIM di Sarzana, rivelano un innalzamento notevole del livello tecnico, anche se naturalmente bisogna rivedere ancora qualcosa sul piano della maturità compositiva.

Il futuro, poi, credo che possa confermare queste linee di tendenza. E Fingerpicking.net, avendo avuto l’idea giusta di canalizzare tutti questi stimoli in una comunità virtuale, credo sia destinata a ricoprire un ruolo fondamentale. Su Internet, infatti, circola oggi sempre più la possibilità di un superamento della cultura di massa, che sembra aver quasi compiuto l’importante ciclo del suo ruolo storico, e va formandosi una cultura delle comunità on line, in grado di garantire una comunicazione globale e al tempo stesso il rispetto delle particolarità locali.

Un’ultima cosa: è giusto che la musica per sola chitarra mantenga la sua immagine qualitativa e trainante in questo percorso. Ma è anche giusto, per evitare il rischio di un ripiegamento eccessivo nello specifico chitarristico e negli aspetti formali della tecnica strumentale, che il movimento della chitarra acustica italiana ritrovi dei collegamenti con i circuiti della musica acustica in senso lato, della musica etnica, della canzone. Non vedrei male, in questa ottica, dei nuovi James Taylor, Pentangle, Oregon, Crosby, Stills, Nash & Young…

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Redazione
  1. nonny guitar Reply

    Grazie, Lauro.
    I ringraziamenti vanno ovviamente ad Andrea per aver voluto condividere con noi la sua storia e a Reno che, bontà sua, ha voluto ripubblicare il tutto sul nuovo sito. 🙂

  2. alecb Reply

    Questa me l’ero persa…
    Ho letto il tutto con sommo piacere e gusto.

    Grazie per averla riproposta.

    Ciao.
    Lauro.
    AlecB.

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