ADGPA 2017 – Intervista a Roberto Bettelli

(di Alberto Grollo) – Oltre che essere un ottimo chitarrista, Roberto Bettelli è una gran bella persona, sempre disponibile e sorridente, e questo è uno dei presupposti migliori per intrecciare un buon feeling e decidere di fare una bella chiacchierata. Ci siamo incrociati recentemente nello splendido chiostro dell’ex Convento di San Francesco, nelle ‘proseccare’ colline di Conegliano. Roberto non a caso è stato considerato dalla rivista Guitar Club, nel 2004, come uno dei migliori chitarristi emergenti italiani, «noto in particolare per i suoi arrangiamenti per sola chitarra delle più celebrate composizioni internazionali». È stato dimostratore italiano della Ovation – che tanto abbiamo amato una ventina di anni fa – e delle australiane Cole Clark. Nella sua ormai lunga attività ha collaborato con artisti italiani e internazionali partecipando in tutto il mondo a importanti festival dedicati alla chitarra acustica.

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Iniziamo la nostra intervista con la domanda di prammatica: come nasce Roberto Bettelli chitarrista.
Ho iniziato a suonare la chitarra molto presto. Mio padre, di professione barbiere, ospitava nella sua bottega a Gubbio musicisti locali che suonavano musica tradizionale e soprattutto serenate. I primi strumenti che ho imparato a suonare sono stati la chitarra e il mandolino. Anche se molto piccolo, ho avuto la fortuna di vivere gli anni ’70, nei quali la chitarra aveva un ruolo centrale, la musica rock era al suo culmine e la musica italiana iniziava la sua fortunata stagione dei cantautori. Le prime canzoni che ho imparato a suonare sono state quelle dei Beatles, la band che ho amato da subito, oltre alle classiche hit di Lucio Battisti e Fabrizio de André. Poi, come succede spesso, crescendo di età sono passato al rock e alla chitarra elettrica: Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Jethro Tull e soprattutto il mitico arpeggio iniziale di “Stairway to Heaven”. Contemporaneamente a questa passione ho iniziato a sviluppare quella per la chitarra classica dopo aver ascoltato un disco di Narciso Yepes, uno dei miei chitarristi preferiti. È in questo periodo che sono entrato al Conservatorio ‘Francesco Morlacchi’ di Perugia alla guida del maestro Guglielmo Papararo, già allievo di Mario Gangi, che in quegli anni [dal 1982] pubblicava il famoso Corso di chitarra con Franco Cerri che usciva in edicola tutte le settimane. La fortuna di avere un maestro di ampie vedute musicali e allievo dello stesso Gangi, mi permetteva di studiare gli arrangiamenti contenuti nei fascicoli del corso: vere perle musicali con rivisitazioni di brani pop e jazz famosi, che oggi definiremmo ‘in stile fingerstyle’. Dopo la visione di un concerto di Miles Davis, ho iniziato ad amare anche la musica jazz e ad approfondirla. Tutti questi elementi sono confluiti nel mio stile e nei miei arrangiamenti per chitarra sola.

Bellissima la suggestione della bottega di tuo padre che ospitava i musicisti: hai qualche aneddoto da raccontare?
Tra i vari aneddoti che mi vengono in mente ti racconto questi due, ai quali ho assistito. Negli anni ’60 e ’70 un gruppo di appassionati di chitarra capeggiati da un bravo e geniale liutaio locale, Guerriero Spataffi, di professione vigile urbano, fece venire a esibirsi nella mia città chitarristi di fama internazionale tra i quali Narciso Yepes e Alirio Diaz. Al concerto del chitarrista sudamericano purtroppo non c’era molta gente. Prima dell’inizio, preso dallo sconforto Spataffi uscì dalla chiesa, dove c’era la fermata degli autobus, e invitò una comitiva di turisti inglesi che appunto stavano salendo sull’autobus a venire al concerto, che grazie a loro – anche se visibilmente spaesati – fu un grande successo! Quelli erano anni di grandi passioni musicali e di creatività. Durante uno spettacolo su Garcia Lorca, Spataffi – oltre che liutaio un buon chitarrista – fu invitato ad accompagnare un celebre attore italiano mentre leggeva delle bellissime poesie. Il suo stile quella sera era molto percussivo, i colpi sulla tavola si ripetevano spesso sottolineando i vari momenti della lettura. Da un punto chitarristico possiamo dire un’anticipazione della tecnica di Michael Hedges! Anche se l’effetto sonoro e ritmico sembrava quello di qualcuno che bussasse a una porta. Così, all’ennesimo colpo sulla tavola, si sentì una voce levarsi dal fondo della sala esclamando: «Avanti!» Questo vivace insieme di appassionati diede vita ad un gruppo di musicisti chiamati ‘serenologhi’, che ancora oggi suonano un repertorio di vecchie canzoni con chitarra e mandolino durante le serenate per i matrimoni.

Bettelli_2Nella tua risposta precedente, fra gli altri, hai citato i Beatles e Lucio Battisti. Aldilà del mostruoso successo che hanno avuto i primi in tutto il mondo e il secondo specilmente in Italia, li ho sempre accomunati per una rara dote comune: quella di riuscire a fare canzoni belle e spesso ‘facili’, senza rinunciare alla sperimentazione. Cosa ne pensi?
Sì, penso che Lucio Battisti sia stato l’equivalente in Italia di quello che sono stati i Beatles in Inghilterra e nel mondo. Trovare la formula giusta e il giusto equilibrio tra semplicità e sperimentazione è un’alchimia che dà vita a bellissime canzoni, che resteranno nel tempo. Penso che questo sia l’obiettivo di molti musicisti, anche se pochi ci riescono, soprattutto oggi che la sperimentazione è quasi scomparsa. È rimasta soltanto la semplicità. Quando penso a questo modo di comporre mi viene in mente il mare: osservando la sua superficie si rimane estasiati dalla sua grandezza e dalla sua bellezza, ma questo è solo ciò che noi vediamo. A mano a mano che scendiamo nelle sue profondità, scopriamo paesaggi sempre più magici e misteriosi. Quello dei Beatles è un modo di comporre a strati, a vari livelli: al primo livello c’è una melodia apparentemente semplice; al secondo un’armonizzazione elementare, ma in realtà piena di accordi particolari e rivolti che donano colori e freschezza alla composizione; al terzo livello abbiamo la struttura del brano, che cambia in continuazione anche se di poco, senza sconvolgere il classico ABACAB (che poi è anche il titolo di una famosa canzone dei Genesis!); al quarto livello abbiamo la libertà assoluta e la sperimentazione. Come esempio vorrei ricordare il loro White Album, dove convivono insieme – senza nessun problema – canzoni come “Ob-La-Di, Ob-La-Da” e “Revolution 9”. Più si scende in profondità e più la composizione avrà buone possibilità di diventare un grande successo e una grande canzone, sempre però tenendo conto del primo livello, ovvero la semplicità.

Quali sono le tue prime esperienze, sia dal vivo che su disco?
Avevo appena iniziato la carriera concertistica classica e da poco concluso il corso al conservatorio, quando ho avuto un grave incidente alla mano sinistra, con il distaccamento del tendine dell’anulare e la conseguente perdita della quasi totale mobilità del dito. Questo ha condizionato tutto ciò che è avvenuto in seguito. Dopo un primo momento di scoraggiamento, pensando a Django Reinhardt, ho reimpostato il mio modo di suonare adoperando soprattutto il mignolo della mano sinistra per compensare il problema all’anulare. È nello stesso periodo che ho conosciuto Pietro Nobile, con il quale ho iniziato ad approfondire il genere fingerpicking e fingerstyle, e in particolar modo le musiche di Marcel Dadì. Nel frattempo ho iniziato a scrivere gli arrangiamenti per il mio primo CD Pop Songs for Guitar Solo, uscito nel 1998, diventando lo stesso anno dimostratore in Italia delle chitarre acustiche Ovation e iniziando una serie di serate in giro per l’italia. Con queste chitarre ho inciso i successivi due CD: Guitar Experience [2001], di orientamento jazz, con Massimo Moriconi al basso e Massimo Manzi alla batteria; e Guitar Solo Collection [2006], un album promozionale per le stesse chitarre. In quegli anni ho suonato in molti festival, tra i quali Festival Guitare Issoudun, Umbria Jazz, Metronome e un minitour a New York con la cantante americana KJ Denhert, con cui ho suonato tra l’altro in due club per me mitici come il Birdland e il Bar 55. Negli ultimi anni sono stato il dimostratore delle chitarre australiane Cole Clark, con le quali ho inciso il mio ultimo lavoro dell’anno scorso, Beatles Tribute.

Raccontaci dell’esperienza nei jazz club di New York.
Suonare a New York per me è stato un sogno che si è avverato, soprattutto in club come il Birdland e il Bar 55, locali storici che hanno visto esibirsi tutti i più grandi artisti del jazz e della fusion. Di solito la serata è divisa in due set di un’ora e in tutti i casi si suona mentre il pubblico mangia, perché i locali sono anche ristoranti, non sono le classiche sale da concerto. Anche in Italia ci sono luoghi del genere per fare musica, con la differenza che qui la gente viene per mangiare e poi anche per ascoltare musica, che di solito fa da sottofondo (quante volte succede di sentirsi dire: «Scusa potresti abbassare un po’ il volume che non riusciamo a parlare?»). Negli Stati Uniti si va prima di tutto per ascoltare musica, poi si mangia: alla musica si riserva un’attenzione maggiore.

Qual è la tua strumentazione attuale: chitarre, corde, ampli ed effetti?
Attualmente uso: una Cole Clark Fat Lady FL2AC3, con la quale ho inciso il mio ultimo CD; una Ovation CE778 Custom Elite; una chitarra baritono Alvarez ABT60E, amplificata con un pickup della Takamine Triax alla buca; una classica undici corde costruita dal liutaio Carlos Michelutti; una classica Eko del 1987 ‘modello Chet Atkins’, con la quale ho inciso il mio primo CD Pop Songs for Guitar Solo; e una classica Kohno Professional-R con un pickup piezo NG-1 della KNA. Per quanto riguarda le corde, sulle chitarre acustiche uso le Elixir Ligth .012-.053 o .011-.052; nelle chitarre classiche monto corde D’Addario EJ45 Normal Tension; e sulla baritono le D’Addario EXP .016-.070. Uso anche una chitarra Godin Multiac Duet Nylon. Per quanto riguarda l’amplificazione uso un AER Compact 60 e, come effetti, dal vivo uso i classici pedalini della BOSS Reverb, Chorus, Delay ed Equalizer; in studio uso un Alesis MidiVerb II e un QuadraVerb sempre dell’Alesis.

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Fai uso di accordature aperte?
L’accordatura che uso più di tutte è quella standard, anche se mi piacciono le accordature aperte. Nel mio ultimo CD suono alcuni brani con la chitarra accordata mezzo tono sotto, in Mi bemolle, e alcuni brani in quella standard. Dal vivo, per riprodurre fedelmente i brani, uso un capotasto mobile al secondo e terzo tasto mentre la chitarra è accordata in Do diesis, cioè un tono e mezzo sotto. In questo modo posso cambiare tonalità senza scordare la chitarra ogni volta.

Bettelli_Beatles-TributeRaccontaci dell’idea di fare un disco di cover dei Beatles in fingerstyle: come nasce, come si è evoluta?
La prima volta che vidi i Beatles fu nel film Help! e ne rimasi folgorato. Qualche anno dopo, ormai lontani i gloriosi anni ’60, anch’io fui preso da quella che ormai aveva preso il nome di beatlesmania. Avevo circa otto anni ed è incredibile la forza e la passione che mi trasmettevano quelle canzoni. I miei regali preferiti erano i loro dischi, i loro spartiti, i loro libri. Era la fine degli anni ’70 e in me era viva la speranza che il gruppo tornasse nuovamente insieme. Tutto finì quella fatidica notte di dicembre del 1980, quando John Lennon fu assassinato da Mark Chapman all’entrata del Dakota Building… Ricordo ancora adesso l’emozione e la tristezza. Ci sono dei momenti nella vita particolari, che non si dimenticano: questo è uno di quelli. Negli anni successivi ho continuato a seguire Paul, Ringo e George nei loro lavori solisti, e la loro musica mi ha aperto le porte della conoscenza di molti altri generi musicali. È stata una scuola, una grande scuola. È incredibile come in così poco tempo, circa dieci anni, abbiano composto tante bellissime canzoni, inventando un genere, delle nuove tecniche di registrazione e cambiato i costumi sociali di un’epoca, che verrà sicuramente ricordata come una delle più importanti del ’900. Anche per la chitarra sono stati un importante punto di riferimento. Nel genere fingerpicking, il genere chitarristico del quale io sono interprete e che caratterizza questo CD, gli arpeggi e i riff di Paul, John e George sono stati per me fonte di grande ispirazione. In comune ci lega la stessa stima e passione per un grande maestro americano della chitarra fingerpicking, Chet Atkins. George Harrison, nel primo periodo, usava una chitarra Gretsch modello Chet Atkins Country Gentleman, Paul McCartney era un suo grande estimatore; e lo stesso Chet Atkins, nel 1966, incise un LP in loro omaggio dal titolo Chet Atkins Picks on the Beatles. Questo mio Beatles Tribute è un omaggio al mio strumento, la chitarra, e al mio primo amore musicale, i Beatles che, come tutti i primi amori, non si scordano mai.

Essendo diplomato in chitarra classica, quale futuro pensi che quest’ultima abbia oggi e quali similitudini vedi con la chitarra acustica contemporanea?
In questi anni la chitarra acustica e il fingerstyle sono stati rivalutati soprattutto nell’ambiente classico, dove c’è molta più apertura verso questo genere, che non è più considerato di serie B. Anche perché c’è sempre di più l’esigenza di suonare amplificato e in situazioni diverse, che non siano più soltanto la sala da concerto. Ho studiato e seguìto corsi di perfezionamento con Maurizio Colonna, che è un chitarrista di rinnovamento nell’ambito classico. Questo mi ha aiutato nella difficile impresa di unire i due generi chitarristici classico e acustico. Come scriveva Andrea Carpi al mio riguardo sulla rivista Chitarre di qualche anno fa: «È sempre intrigante il suo tentativo di mettere in relazione la musica moderna con la musica antica e classica, individuando degli elementi strutturali che viaggiano attraverso le epoche» [settembre 2004] e «il suo ruolo di ponte fra tradizione e modernità resta un punto di riferimento importante» [novembre 2006].

E con la citazione del nostro direttore, direi che possiamo chiudere la nostra chiacchierata: ciao Roberto, a presto!
Ciao a tutti e buona musica!

Alberto Grollo

Discografia
Pop Songs for Guitar Solo,1998
Guitar Experience, 2001
Guitar Solo Collection, 2006
Beatles Tribute, 2016

Pubblicazioni
Metodo per ukulele autodidatta, Volontè & Co., 2010
Metodo per mandolino autodidatta, Volontè & Co., 2013
Aprende a tocar l’ukulele, Volontè & Co., 2014
Metodo semplice ukulele, Volontè & Co., 2015

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