Acoustic Guitar Meeting 2013 – A Sarzana fra tempo inclemente, memorie e qualità

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Il palco centrale durante il concerto della domenica

Le grandi opere devono sempre affrontare difficoltà, ostacoli e prove ardue. E quest’anno le avversità sono sembrate a un certo punto accanirsi contro il Meeting di Sarzana. Innanzitutto un fine maggio particolarmente inclemente, con inconsuete temperature autunnali e minacce di maltempo, che hanno un po’ limitato l’affluenza del pubblico ai concerti serali nel cortile della Fortezza Firmafede e – soprattutto – hanno costretto l’attesa serata di sabato 25 maggio, che era dedicata alla memoria di Miriam Makeba e prevedeva la presenza della ministra Cécile Kyenge, nel chiuso del Teatro degli Impavidi, gremito ma dotato di una capienza minore. E poi la defezione di uno degli artisti internazionali di maggiore interesse, Kelly Joe Phelps, tra le voci più innovative del country blues contemporaneo, obbligato a cancellare la sua tournée europea a causa di una neuropatia al braccio e alla mano destra. Ma il sentimento che più agitava lo spirito del festival era l’assenza di uno dei suoi simboli e riferimenti storici, Bob Brozman, che avrebbe dovuto tenere un corso di formazione sull’ukulele, presentare il suo più recente progetto di world music consacrato alla musica irlandese e testimoniato nell’album Six Days in Down (World Music Network, 2010), nonché partecipare come ospite speciale all’esibizione del Trio Fernandez, il trio acustico della Bandabardò. La notizia del suo suicidio,  avvenuto in circostanze e contesti drammatici, difficilmente valutabili nelle loro implicazioni personali senza una conoscenza diretta e di prima mano, e con l’urgenza umana di portare conforto al dolore di sua moglie Haley S. Robertson, presente a Sarzana, ha diffuso un velo di malinconia e di smarrimento in molti di noi. Ciò nonostante, e malgrado le dolorose rinunce, questa sedicesima edizione della manifestazione si è rivelata un’edizione superlativa, per la qualità delle proposte artistiche, per la ricchezza dell’esposizione e delle iniziative collaterali, per la partecipazione del pubblico comunque importante, stimata in oltre dodicimila presenze nei quattro giorni dal giovedì alla domenica. Segno che evidentemente l’opera ha delle basi solide.

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Yuri Yague viene premiato dalla giuria

New Sounds of Acoustic Music
Dopo l’avvio mercoledì 22 maggio dei corsi di liuteria, sui quali proponiamo nelle pagine seguenti alcune riflessioni da parte di un assiduo frequentatore, e dei corsi di chitarra coordinati da Davide Mastrangelo, che ci danno l’occasione di dedicare la storia di copertina a uno degli insegnanti di quest’anno, Tony McManus, il festival vero e proprio s’inaugura nel tardo pomeriggio di giovedì con l’ormai consueto concorso New Sounds of Acoustic Music – Premio Carisch in memoria di Stefano Rosso. La giuria, ancora una volta, vanta presenze molto significative per i concorrenti: l’appena citato Tony McManus, il grande liutaio Richard Hoover della Santa Cruz, Germano Dantone della Carisch, Reno Brandoni di fingerpicking.net e Marino Vignali della Atkins-Dadi Guitar Players Association italiana. Una presenza speciale è stata quella di Haley S. Robertson, quasi a sostituire simbolicamente il marito Bob Brozman, che avrebbe dovuto essere qui come l’anno scorso. Peccato d’altra parte che non sia potuta intervenire all’ultimo momento Stefania, figlia di Stefano Rosso. A questi si aggiungono poi gli habitué Alessio Ambrosi, direttore artistico del Meeting, Giovanni Unterberger della Lizard, Davide Mastrangelo del Centro Studi Fingerstyle e il sottoscritto, che hanno curato la selezione dei finalisti. Tra i sei partecipanti alla sezione dei chitarristi solisti, non è stato troppo difficile individuare il vincitore in Yuri Yague, tenendo conto anche della sua giovanissima età: sedicenne della provincia di Torino, ha impressionato non solo e non tanto per la sua tecnica, aggiornata naturalmente al nuovo fingerstyle contemporaneo, quanto per la freschezza delle idee compositive e per il gusto nell’armonizzare in accordature alternative non consuete. Più difficile sarebbe stato discernere tra gli altri cinque finalisti – Dario Bellaveglia, il flatpicker Federico Franciosi, Francesco Garolfi, Francesco Tonazzini e Giuseppe Michieletto – che hanno confermato sì un complessivo innalzamento del livello tecnico, peraltro allineato in linea generale con il fingerstyle britannico-celtico piuttosto che con le attuali tecniche percussive, ma non hanno dimostrato ancora la capacità di costruire uno stile sufficientemente personale e distinguibile sul piano della composizione. Più combattuta è stata la sezione dei quattro cantautori-chitarristi, nella quale ha prevalso sul filo di lana Samuele Borsò, trentaquattrenne di Pontedera, probabilmente grazie alla capacità di abbinare la sua scrittura di canzoni ‘pop-progressive’ a un’ottima preparazione chitarristica e all’abilità nel delineare soluzioni armoniche sofisticate. Interessanti comunque nei contenuti anche le altre tre proposte: Alessandro Sipolo, Joan Thiele e Federica Musicò.

In memoria di Bob Brozman
Il primo concerto serale di giovedì era stato concepito in funzione del progetto irlandese di Bob Brozman. Così si è aperto con le due splendide arpe irlandesi di Vincenzo Zitello, quella tradizionale diatonica con corde metalliche e quella più moderna con chiavi per ottenere i semitoni e corde di nylon. Come sempre, Zitello ha dato della tradizione celtica un’interpretazione ampia e innovativa, passando da una ninnananna bardica a “Ys” di Alan Stivell da La Renaissance de l’arpe celtique, dalla composizione originale “Dorado” in omaggio alla musica italiana barocca fino a “Gaelic raga”, dove si esplora il dialogo fra la modalità gaelica e quella indiana. E lo stesso ha fatto Tony McManus, «il miglior chitarrista celtico del mondo» secondo l’autorevolissimo parere di John Renbourn, spaziando da motivi del Québec a un pezzo bretone di Soïg Sibéril e alla quasi ‘napoletana’ “Gnossienne No. 1” di Erik Satie dal proprio nuovissimo CD Mysterious Boundaries, il tutto attraverso lo stupendo suono della sua nuova Paul Reed Smith modello Signature; per concludere con due brani di origine greca eseguiti sulla sorprendente Linda Manzer Sitar Guitar, una sei corde con il ponte jawari per ottenere la tipica sonorità di strumenti indiani come il sitar.
Tony ha poi chiamato sul palco i due protagonisti con Bob Brozman di Six Days in Down, il violinista Dónal O’Connor e il virtuoso di uilleann pipes John McSherry, riproponendo con loro alcuni brani che avevano portato in tour assieme dodici anni fa, e lasciando infine il campo al loro chitarrista ritmico abituale, Ross Martin. La commemorazione del grande chitarrista scomparso e della sua musica è iniziata. Ai tre irlandesi si uniscono quindi due assidui collaboratori californiani di Bob degli ultimi tempi, l’eccentrico amico produttore e chitarrista Daniel Shane Thomas e il batterista Jim Norris, che danno un tocco solare e bluesy al tutto. Entra infine in scena anche il coprotagonista dell’album Digdig (World Music Network, 2002), un’altra delle tante incursioni di Brozman nella musica del mondo: il fisarmonicista René Lacaille, originario dell’Isola della Riunione, che porta con sé sul palco il figlio bassista e percussionista Marc e il coro composto dalla moglie Odile, dalla figlia Oriane e dalla stessa Haley, moglie di Bob. Musicista di straordinaria umanità e presenza, René prende definitivamente in mano  le redini del concerto in un crescendo di emozioni e di partecipazione, tra invenzioni ritmiche e improvvisazioni aperte, fino all’entusiasmante finale con tutto il pubblico a cantare e in piedi ad applaudire. Quasi ad esorcizzare la cupa morte di Bob, nel segno di un’amicizia che ha voluto accompagnarlo fino in fondo nel suo ultimo viaggio, comunque sia andata. Una scelta coraggiosa di cui dobbiamo rendere merito ad Alessio Ambrosi. In un’intervista che mi aveva rilasciato per Chitarre nel novembre 2005, Bob diceva riferendosi a Lacaille: «Il modo in cui abbiamo fatto musica insieme, aiutandoci, proteggendoci, mangiando anche insieme, mi porta a dire che ora farei qualsiasi cosa per lui, e lui lo stesso per me.»

Il Bluegrass Meeting
La musica bluegrass, con le sue evoluzioni nel newgrass o jazzgrass, così come il gipsy jazz, rappresenta un’opportunità importante per la chitarra acustica di aprirsi a una dimensione di gruppo e al recupero delle tante tradizioni di orchestrine di strumenti a corde, di cui sono costellate le musiche popolari del mondo. Bene ha fatto perciò l’Acoustic Guitar Meeting ad accogliere la proposta del banjoista Danilo Cartia, con il contributo del mandolinista Massimo Gatti, di ospitare questo genere musicale in uno spazio dedicato. Durante tutta la giornata di venerdì, nel fossato della Fortezza Firmafede, musicisti di tutte le età si sono così incontrati, confrontati ed esibiti con il proprio gruppo o unendo varie formazioni provenienti da diverse regioni italiane. Molto partecipato è stato inoltre il laboratorio tenuto da Martino Coppo e da Silvio Ferretti, dedicato al mandolino e al banjo, così come non sono mancate le occasioni di confronto per gli altri strumenti tipici di questa musica: violino, chitarra e contrabbasso.

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Van Wyk & Thatcher

Venerdì sera
All’insegna della varietà è d’altra parte il concerto serale del venerdì, che è stato aperto dall’accreditato endorser della Martin, Craig Thatcher, accompagnato dal virtuoso Nyke Van Wyk: un sound vivace di chitarra ritmica e violino elettrico, tra fiddle tunes, brani strumentali originali e classici come “See That My Grave Is Kept Clean” di Blind Lemon Jefferson.
È poi la volta dell’altro insegnante internazionale dei seminari di chitarra, Clive Carroll, notoriamente venuto alla ribalta come pupillo di John Renbourn che, sentite anche le gentili parole spese nei confronti di McManus, quest’anno sembrerebbe aver posato il suo cappello protettivo sui corsi di formazione di Sarzana. Quando lo abbiamo intervistato la prima volta che è venuto al Meeting, Clive ci aveva confessato candidamente e senza presunzione: «Al college scrivevo musica per orchestra sinfonica, lunghe composizioni orchestrali di un quarto d’ora e, come siparietti, componevo dei brani di un paio di minuti per sola chitarra, solo per divertimento. Così ora ho a casa enormi pile di musica orchestrale nel cassetto, mentre sono stati questi brani acustici ad avermi portato in giro per il mondo!» (Chitarre, agosto 2006) Quei ‘siparietti’ a noi erano sembrati già bellissimi. Ma in effetti i suoi studi di composizione e chitarra al Trinity College Of Music di Londra, ad ascoltarlo adesso nelle sue divagazioni con brani di musica colta contemporanea e in certe sue composizioni di una profondità abbagliante, eseguite con una perfezione formale e interpretativa ineccepibile, si sentono proprio tutti: oggi Carroll è certamente da considerare ai massimi vertici.
Una felice conferma arriva quindi da Marcus Eaton, il giovane cantautore-chitarrista californiano che sta lavorando al nuovo album di David Crosby e che aveva fatto una prima apparizione qui all’AGM l’anno scorso, guadagnandosi quest’anno il palco centrale dei concerti serali. Si è esibito insieme al musicista di origini australiane Kitch Membery, che ha contribuito con le sue precise armonie vocali e sostenuto l’esuberante inventiva di Marcus con un discreto lavoro ritmico e di punteggiatura alla chitarra.
Il bluesman olandese Hans Theessink ha avuto l’ingrato compito di sostituire un artista molto atteso come Kelly Joe Phelps, ma ha svolto il suo ruolo con pieno onore. Con quarant’anni di carriera e venticinque album alle spalle, si propone come un ottimo ‘revivalista’ anche se scrive a sua volta canzoni originali, il tutto in perfetto stile con la voce giusta, profonda, il suono giusto delle sue chitarre vintage, il bottleneck, l’armonica, la dodici corde alla Leadbelly. Credo sia stato una sorpresa per molti, che si sono ritrovati tutti a cantare e battere le mani a ritmo con il bellissimo ritornello della sua “Slow Train”.
La serata si è conclusa con la Italian Bluegrass All Stars, formata per l’occasione da Danilo Cartia, Massimo Gatti, Leo Di Giacomo alla chitarra, Anchise Bolchi al violino e Icaro Gatti al contrabbasso, a celebrare l’intensa giornata del Bluegrass Meeting. Il set è stato leggermente frenato all’inizio dall’emozione e dalla temperatura poco primaverile, per poi prendere quota fino alla trascinante jam finale, che ha visto salre sul palco anche Marco Pandolfi e Silvio Ferretti al banjo, Michele Anselmi alla resofonica lap steel, Paolo Monesi, Riccardo D’Angelo e Martino Coppo al mandolino, Paolo Bonfanti e Max De Bernardi alla chitarra. Si chiude naturalmente tutti in coro con “Will the Circle Be Unbroken”.

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Clive Carroll

In memoria di Miriam Makeba
Con il concerto di sabato si ritorna ad una serata a tema, ispirata all’integrazione tra i popoli e le culture, e costruita intorno alla quinta edizione del premio “Corde & Voci per Dialogo & Diritti”, assegnato quest’anno alla memoria della grande cantante sudafricana Miriam Zenzile Makeba, «ambasciatrice nel mondo delle idee di Nelson Mandela», come recita la motivazione ufficiale. Come annunciato, alla premiazione partecipano la Ministra per l’integrazione del Governo Italiano, Cécile Kyenge, e l’ambasciatrice del Sudafrica in Italia, Nomatemba Tambo, figlia di Oliver Tambo, leggendario leader storico dell’African National Congress. La ditta Eko consegna inoltre alla ministra Kyenge una chitarra modello Ranger a edizione limitata, firmata da tutti i musicisti e liutai internazionali che hanno partecipato alla manifestazione.
Il concerto inizia con Giacomo Lariccia, musicista italiano emigrato a Bruxelles dove ha studiato jazz al conservatorio, per poi dedicarsi alla canzone d’autore e ricevere i primi riconoscimenti con il suo secondo album Colpo di sole, nominato alle Targhe Tenco 2012 nella categoria “Opera prima”. Il suo prossimo disco, di cui ha presentato un paio di brani, racconterà dell’integrazione in Belgio di un’emigrazione italiana presente e passata. A seguire Carlo Faiello & Paranza Vesuviana, tipico esempio di una nuova canzone in costante dialogo e confronto con la musica della tradizione popolare. Curiosa la loro riproposta in dialetto napoletano di “Crêuza de mä” di Fabrizio De André. La parte centrale del concerto è quindi consacrata all’omaggio a Miriam Makeba, guidato dal suo chitarrista storico Solorazaf, originario del Madagascar, che ha proposto una serie di arrangiamenti dei successi della cantante in compagnia di Andrea Bozzetto, tastierista italiano di matrice jazzistica, e dell’interessantissima cantante marocchina Oum. È seguito il tributo di Gabin Dabiré, cantante e autore del Burkina Faso trapiantato in Italia, in un progetto con il tablista Sanjay Kansa Banik, dove i ritmi incrociati dell’Africa si incontrano con i ritmi metrici dell’India. Il gran finale è affidato alla Bandabardò in dimensione “Piccola Orchestra Bandabardò”, gruppo simbolo della comunicazione giovanile popolare da festa di piazza; prima con il chitarrista Finaz a presentare alcuni brani dal suo progetto discografico Guitar Solo, poi nella veste del Trio Fernandez con lo stesso Finaz, Erriquez e il percussionista-trombettista  Ramon. Si conclude ancora con un ricordo di De André, tutti in coro ad accompagnare una ritmica versione de “Il pescatore”.

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Bandabardò

Il concertone della domenica
Spunta il sole su Sarzana e c’è il pienone di pubblico a visitare l’esposizione e seguire il concerto gratuito, che si svolge lungo l’arco della giornata di domenica sul palco centrale del cortile della Fortezza. Aprono i vincitori del New Sounds of Acoustic Music dell’anno scorso, il chitarrista Matteo Crugnola e il cantautore-chitarrista Daniele Li Bassi. Da tenere d’occhio è Joe Chiariello, giovanissimo e fedelissimo interprete del blues del Delta. Segue poi uno spazio riservato alla chitarra al femminile con le promettenti Joan Thiele, Milena Piazzoli e Valeria Caputo, e l’affermata folksinger e songwriter Kiana Luna, nata in Giappone da padre giapponese e madre americana, oggi trapiantata alle Hawaii. Quindi è la volta del chitarrista filosofo Chris Proctor, storico dimostratore delle chitarre Taylor. E di Paolo Schianchi, alle prese con un’acustica a triplo manico, rispettivamente di 7 corde semplici, 7 corde doppie e 4 corde da basso, più 12 corde supplementari di risonanza, il tutto collegato a un sofisticato sistema elettroacustico chiamato Octopus®. Per chiudere con il bravissimo chitarrista flamenco Juan Lorenzo, accompagnato da Dario Carbonelli al cajón e dalle ballerine Pilar Carmona ed Elena Presti.
Poche parole per concludere ricordando alcuni fra i tantissimi eventi collaterali che hanno accompagnato la vita del Meeting. In primo luogo il fitto programma di conferenze su argomenti di liuteria, con Kim Breedlove, John Slobod sulle chitarre Martin moderne e pre-war, Martin Seeliger sulle chitarre Lakewood, Andy Lund sulle chitarre Taylor e il giornalista John Thomas, che ha presentato il suo recente libro Kalamazoo Gals: a Story of Extraordinary Women and Gibson’s ‘Banner’ Guitars of WWI (“Le ragazze di Kalamazoo: una storia di donne straordinarie e delle chitarre Gibson ‘Banner’ della  II Guerra Mondiale”). Quindi le presentazioni di nuove pubblicazioni didattiche delle collane curate da Carisch, fingerpicking.net e Centro Studi Fingerstyle. Infine i concerti di benvenuto alla Fortezza Firmafede e nelle strade e piazze del centro storico di Sarzana, con Max Prandi, Milena Piazzoli, Max De Bernardi e Dario Polerani, gli allievi e gli insegnanti del Modern Music Institute Sarzana e della Live Music Academy Sarzana. Alla prossima!

Andrea Carpi

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 7/2013, pp. 24-31

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