12 BIRRE – Un thriller tra i post (9/21)12 BEERS – A thriller in the post (9/21)

9. Carmelo

Ettore sistemò la sua Martin D28 davanti al microfono. Si assicurò che il ponte fosse all’altezza della capsula e provò ad arpeggiare sulle corde a vuoto per capirne il suono. Nella cassa spia che aveva di fronte lo avvertì medioso e con la tendenza ad innescare, così lanciò la voce oltre le prime file vuote, verso il tecnico del suono.
«Michele, il suono in spia è un po’ inscatolato».
Dietro al mixer, proprio al centro del teatro, il ragazzo corpulento e dai capelli disordinati manovrò potenziometri e fader finché, anche fuori, le frequenze fastidiose sparirono.
«Così, va meglio?», chiese senza neppure alzare gli occhi dalla console.
«Sì», rispose Ettore, mentre abbozzava arpeggi senza scopo, «ma continua a innescare».
«Sì, lo sento», confermò Michele, lavorando nuovamente sull’equalizzatore. Tolse un po’ di bassi, attento a non sgonfiare troppo la chitarra e, non appena trovò il giusto compromesso, alzò gli occhi e sentenziò: «Ecco, ci siamo».
Ettore arpeggiò un paio di accordi con le orecchie puntate alla spia e ne apprezzò il suono chiaro e deciso che sputò fuori.
«Perfetto», disse soddisfatto, lanciando lo sguardo verso la sagoma silenziosa di suo padre Carmelo, in fondo alla platea. Ancora non riusciva a credere che fosse lì. Stava per venirgli un colpo quando in strada, appena un’ora prima, se l’era visto davanti come una specie di spettro irrequieto e perso tra le vie di Piacenza.
«Voglio parlare con te», gli aveva detto il padre, senza neppure salutarlo.
Ettore invece, confuso e incredulo, non era riuscito a dire niente di opportuno, ancora impegnato a sbollire la rabbia dopo gli arroganti e opportunistici propositi di Leo Draghi. “Ciao papà” erano state le uniche parole che il freddo e la sorpresa gli avevano concesso, nient’altro. Poi, vista l’ora e Mike e Jeff che uscivano dal caffé con le chitarre appese alle mani, spiazzati anche loro dalla scena, avevano preso tutti la strada dell’albergo in cui avrebbero alloggiato quella notte, non lontano da lì, e successivamente del teatro, con passi lunghi per non tardare al soundcheck previsto di lì a poco. Impacciati e ammutoliti, i quattro avevano camminato a coppie fino al Municipale, con Mike e Jeff che proprio non erano riusciti ad evitare occhiate curiose ad Ettore e suo padre per tutto il tempo. Una volta in teatro, dopo il caldo benvenuto di organizzatore e tecnico, ognuno si era calato nel proprio ruolo con un certo sollievo, tra palco e platea, dando inizio al soundcheck senza ulteriori cerimonie.
«Ok», concluse Ettore alzandosi dalla sua postazione, «io ho finito».
Mentre Mike si piazzava al centro delle tre sedie, tra aste e microfoni, lui adagiò la Martin D28 sopra la custodia chiusa e scese dal palco, puntando il padre con passo ed emozioni incerti. Quando gli fu davanti si sedette nella fila prima della sua, sulla poltroncina di fronte, e gli diede le spalle un tempo indefinito, occhi al palco e cuore altrove. Fu suo padre il primo a parlare.
«Ti ho visto in televisione, qualche tempo fa, a Mr. Fantasy», disse con voce bassa e prudente, «non credevo fossi così famoso».
Ad Ettore scappò un sorriso divertito e si girò per guardarlo.
«Così avresti fatto tutti questi chilometri per dirmi che sei orgoglioso di me?», chiese con sarcasmo, «non saresti molto credibile, papà», e pensò che, in effetti, gli sarebbe davvero piaciuto.
Carmelo fissò la mistura di gioia, speranza e delusione che abitava gli occhi del figlio, ma assaporò l’aroma aspro anche della sua, che sentiva in bocca.
«Non sono venuto per litigare», disse sincero.
«Sarebbe un inizio», constatò Ettore, «visto che non abbiamo fatto altro da quando siamo tornati da Londra».
Il ricordo delle infinite discussioni di quel periodo lo infastidì, così come quello dei lunghi pianti in camera sua, chiuso a chiave tra i suoi sogni e in sé stesso. Improvvisamente sentì aprirsi la porta che dava sul suo passato e ne avvertì l’odore cattivo, come quando non si fa aerare a lungo una stanza. Da troppo tempo non ci dava un’occhiata, in effetti, e adesso che era rientrato in quell’anfratto buio ebbe l’immediato istinto di scappare via, il più lontano possibile. Certo era contento di rivedere suo padre, ma anche profondamente a disagio per tutto ciò che quell’incontro rivangava. Fissando il suo viso a lungo, attento a dosare le intenzioni, nell’espressione trattenuta intuì la medesima fatica e per un attimo provò compassione per lui, insieme al desiderio di una tregua.
«O hai dimenticato?», chiese mentre Mike, sopra il palco, continuava il suo soundcheck.
Carmelo accese gli occhi di amarezza e rabbia, stuzzicato dai ricordi di colpo rinvigoriti.
«No», rispose secco e deciso, «non ho dimenticato».
Ettore si lasciò scoraggiare dal tono combattivo del padre, pur comprendendone il dolore, e lasciò cadere lo sguardo sulle poltroncine accanto.
«Vedo che ce l’hai ancora con me», disse dispiaciuto.
«Non sono io che sono scappato di casa».
Un improvviso larsen colpì entrambi con il suo fischio stridente e dal palco arrivò la voce seccata di Mike che si lamentava con il tecnico per le frequenze da tagliare. Ettore lanciò un’occhiata istintiva sulla scena, prima di voltarsi nuovamente verso il padre e dirgli:
«Non mi pare che il tempo sia servito a qualcosa».
Carmelo si tolse le mani dalle orecchie, ancora frastornato e sempre più amareggiato.
«Mi spiace, Ettore, io la penso esattamente come prima», ammise, «non è perché adesso sei famoso che ho cambiato idea».
Quante volte, entrambi, avevano respirato quell’aria ostile e cocciuta, che agisce sulla distanza e ne allunga i passi senza controllo. Ettore se la sentì addosso, fastidiosa e opprimente.
«Nessuno ti chiede di fare niente, papà», gli disse.
Il padre sembrò non ascoltarlo, colto dallo slancio delle sue ragione che non riuscì a trattenere, e si lasciò scappare parole inopportune, di cui si pentì quasi subito.
«Quanto credi che possa durare?», chiese.
Ettore si alzò di colpo, come punto sulle chiappe da uno spillo gigante, e scivolò via dalla fila con uno scatto sinuoso. Tutto si sarebbe aspettato da quell’incontro, tranne di ritrovarsi nuovamente lì, in quel punto buio dove ragioni e intenzioni perdono valore e a rimanere è solo l’orgoglio.
«Papà, forse è meglio che te ne ritorni a casa», fece cadere amaro dalle sue labbra e si avviò verso il palco, dandogli nuovamente le spalle.
Carmelo allungò il braccio verso di lui, soffocando in gola il tentativo di fermare la sua ennesima fuga senza dare spettacolo di sé.
«Aspetta», riuscì a dire, «ascoltami».
Uscì dalla fila anche lui e seguì il figlio, raggiungendolo a metà platea. Gli afferrò la spalla e cercò i suoi occhi umidi. Disse:
«Non è per questo che sono venuto».
Ettore lo guardò svogliato, come chi si arrende di fronte ad un evidente sconfitta.
«Lascia stare, papà. Non ha più importanza».
Mentre lo diceva si liberò dalla presa del padre e si spinse a distanza di braccio, dando a intendere che forse era il caso di controllarsi ed evitare qualsiasi scenata, puntato come si sentiva dagli occhi obbliqui di Mike e Jeff sul palco e di organizzatore e tecnico in platea.
«Hai fatto arrabbiare qualcuno?», chiese Carmelo senza più badare all’imbarazzo.
Il figlio lo guardò di sbieco, sorpreso dalla domanda.
«Cosa?».
«Mi hai sentito», insistette il padre, «hai fatto arrabbiare qualcuno?».
Ettore fece un altro passo indietro, incredulo.
«Ma che dici, papà? Stai delirando».
Si voltò e si allontanò di nuovo, questa volta assicurandosi di non essere raggiunto e fermato.
«Vai a casa», ripeté lungo il tragitto che lo condusse sul palco, accanto alla sua chitarra.
Carmelo sentì partire da dentro l’ennesimo senso di abbandono, mentre vedeva il figlio scappare da lui ed inseguire cocciutamente la sua vita. Proprio non riuscì a dosare tono e volume quando, spinto dal timore di perderlo ancora, urlò: «Fermati!», facendo rimbombare la sua voce in tutto il teatro.
La scena, che fino a quel momento era riuscita a restare dentro i confini di una faccenda comunque circoscritta, seppur dai toni accesi, divenne improvvisamente di dominio pubblico, accerchiando tutti i presenti con l’eco dei suoi eccessi. Sul palco, Mike rimase sospeso sull’accordo che stava suonando e l’assenza di suono, che per tutto il tempo aveva fatto da sfondo con le sue variazioni di timbro e volume tipiche di un soundcheck, caricò di maggiore imbarazzo l’intero teatro.
Carmelo fece un passo avanti, sempre più sicuro di sé e delle sue intenzioni.
«In che guaio ti sei cacciato?», chiese autoritario.
Ettore scosse la testa più volte con lo stupore impigliato tra le labbra, ignaro di dove il padre volesse andare a parare. Non capiva le sue parole né riusciva a trovarne di sensate per rispondergli, ma gli mancò completamente il fiato quando sentì chiedergli: «Chi è Camilla?». Non riuscì a crederci. Cercò dietro di sé Mike e Jeff e percepì nei loro occhi lo stesso suo sgomento, solo che nessuno riuscì a dire niente. Storditi a lungo da un interminabile silenzio.

9. Carmelo

Ettore positioned his Martin D28 in front of the microphone. He checked that the bridge was at the height of the mic’s capsule and then played some chords randomly to verify the sound. It came back to him from the foldback speaker mediocre and with a tendency to crackle and so he raised his voice above the empty rows towards the sound technician, “Michele, the sound from my monitor is a bit tinny.”
Behind the mixer, right in the middle of the theatre, a robust boy with untidy hair adjusted the potentiometer and fader until the troublesome frequencies front-of-house disappeared. “Is that any better?” he asked without lifting his eyes from the console.
“Yes,” replied Ettore, as he played around with some more chords, “but it’s still fuzzy.”
“Yes, I can hear it,” confirmed Michele, setting to work again on the equaliser. He reduced the bass, careful not to deflate the guitar too much, and as soon as he had found the right compromise, raised his eyes and passed judgement, “Now we’ve got it!”
Ettore plucked another couple of phrases on his guitar, with his ears turned towards the foldback speakers and basked in the clear, decisive sound flowing out of them. “Perfect,” he said with a satisfied smile and then glanced over at the silent shadow of his father, Carmelo, at the back of the stalls. He still couldn’t believe that he was there. He had almost had a heart-attack when he had appeared before him on the street almost an hour ago like some kind of restless ghost who had lost his way in Piacenza.
“I want to talk to you,” his father had said without even greeting him; and Ettore was too confused, incredulous and preoccupied with calming his anger at Leo Draghi’s arrogant and opportunist proposals to manage to say anything useful. “Hi, dad!” were the only words that the cold and his surprise had allowed him to splutter. Nothing else. By then it was getting late and he had seen Mike and Jeff coming out of the café, guitars in hand, a little dazed by what had happened. And so they had all gone quickly to the hotel where they were staying that night and which luckily wasn’t far away, and from there on to the theatre with brisk strides so as not to be late for the soundcheck which was already due. In embarrassed silence, the four of them had walked in a crocodile to the Civic Centre with Mike and Jeff continuously casting surreptitious, curious glances at Ettore and his father. Once inside the theatre, after a warm welcome from the organiser and sound technician, they had each been relieved to take refuge in their own tasks on stage and in the stalls commencing the soundcheck without any further ado.
“Ok,” concluded Ettore getting up from his seat, “I’ve finished.”
While Mike sat down in the middle one of the three chairs amongst the microphones and their stands, Ettore placed his Martin D28 on top of its closed case and got down off the stage, heading towards his father with legs that wavered as much as his emotions. When he was almost level with him, he entered the row of seats and sat down exactly in front of him, remaining with his back to him for what seemed like an eternity, his eyes fixed on the stage and his heart elsewhere. It was his father who finally broke the silence.
“I saw you on television a little while ago. On Mr Fantasy.” His voice was low and cautious. “I didn’t know you were so famous.”
Ettore couldn’t help smiling with pleasure and turned to look at him. “And so you’ve travelled all these miles just to tell me that you’re proud of me?” he asked sarcastically. “I find that hard to believe.” But he couldn’t help thinking that actually it would have pleased him a lot.
Carmelo looked at the mixture of joy, hope and disillusionment that filled his son’s eyes but in his own mouth there was a bitter taste. “I haven’t come here looking for an argument,” he said sincerely.
“That’s a start,” observed Ettore, “seeing as we haven’t done much else since we came back from London.”
His memories of the infinite rows they had had over that period made him sad and angry every time he thought of them, as did those long hours spent crying in his room, locked away with his dreams and only himself for company. Unexpectedly, he felt the door of his past open as onto a stuffy room that had been closed for far too long; a bad smell escaped pervading his senses. Too much time had passed since he had last looked inside and now that he stood once more in that dark ravine, he was overcome by his immediate instinct to flee as far away as possible. Of course he was happy to see his father again, but he was also deeply ill at ease with all the things that this meeting dug up. He studied his father’s face for a long time, measuring his intentions, and for a moment he was overcome with compassion when he saw a mirror image of his own exhaustion in the restrained expression. He wanted them to make it up but instead he said, “Or have you forgotten?”
Mike continued his soundcheck oblivious on stage as the memories Ettore had suddenly aroused caused Carmelo’s eyes to light up with bitterness and anger.
“No,” he replied dryly but firmly, “I haven’t forgotten.”
Even though he understood his pain, Ettore allowed himself to be discouraged by his father’s aggressive tone and he lowered his gaze to the empty seat next to him. “I see you’re still mad at me,” he said, clearly upset.
“It wasn’t me who ran away from home.”
A sudden high-pitched Larson effect struck both of them with its shrill squeal. Moments afterwards, they heard Mike’s cross voice having a go at the technician for the frequencies which needed cutting. Ettore instinctively looked round at what was going on before turning back to his father and commenting, “It would seem that time hasn’t done very much for us.”
Carmelo took his hands away from his ears, which were still ringing, in an even worse mood. “I’m sorry Ettore. My thoughts on the matter are still the same as before,” he admitted. “I haven’t changed my mind simply because you’ve become famous.”
How many times had they both breathed-in that hostile, stubborn air that widened the gap between them and took them even further away from each other against their will? Ettore felt himself stifling in its heavy grip now. “No-one’s asking you to do anything, you know, dad,” he said.
But his father seemed not to hear him. He was caught up in his own sense of righteousness that got the better of him and led him to say things he immediately repented. “How long do you think this is going to last?” he asked.
Ettore jumped to his feet as if pricked by a giant pin and slid out of the row of seats with one smooth twist. He had been prepared for anything during this meeting but not for this – to find himself back there again, in that dark alleyway where reasons and intentions lost their value and pride was the only thing that counted.
“Dad, I think it’s best that you go back home.” He let the words fall bitterly from his lips and then turned his back on him again as he walked slowly down the aisle towards the stage.
Carmelo held out his arms towards him, his attempt to stop yet another flight choked in his throat amidst his fear of making a scene of himself. “Wait,” he managed to say. “Listen to me.” He too got up from the row of seats where he had been sat and made to follow his son, catching up with him half way down the stalls. He grabbed him by the shoulder and saw his son’s eyes filled with tears. “I didn’t come here for this.”
Ettore’s expression as he looked up at him was blank, like that of one who has surrendered in the face of an unavoidable defeat. “Just leave things be, dad. It doesn’t matter anyway.” As he spoke, he freed himself from his father’s grasp and pushed him to an arm’s length away. His message was clear – it was best his father got a grip of himself and avoided making a scene. He felt himself observed by the prying eyes of Mike and Jeff on the stage as well as the organiser and technician in the stalls.
“Have you made someone angry?” continued Carmelo, throwing his embarrassment to the wind.
His son looked at him askance, surprised by the question. “What?”
“You heard me,” insisted his father, “have you made someone angry?”
Ettore took a step backwards incredulous. “What are you talking about, dad? Have you gone crazy?” With that, he turned around and walked away again, this time taking care that his father didn’t catch up with him and stop him. “Go home.” He repeated as he walked down the aisle towards the stage and passed in front of his guitar.
Carmelo felt a well-known feeling of abandonment well up inside him yet again as he watched his son fleeing from him in order to stubbornly continue with his life. He was able to check neither the tone nor volume of his voice as his fear of losing his son once more burst out of him in a loud shout, “Stop him!” His voice echoed around the whole theatre.
Until that moment, despite their raised voices, what had passed between them had managed to stay within certain set limits of privacy. But as this shout enveloped everybody present with the echo of his lost temper, the affair suddenly became public domain. On stage, Mike froze in the middle of a chord and the varying timbre and volume of his notes, the typical sounds of a soundcheck, which had formed a curtain of background noise throughout, suddenly ceased. This abrupt silence made the whole situation even more embarrassing.
Carmelo took a step forward, surer of himself now and more confident in his intentions.
“What mess have you got yourself into?” he asked authoritatively.
Ettore shook his head several times, his amazement tangled up in his open lips, at a loss to what his father was getting at. He could make neither head nor tail of his words and nor could he think of any meaningful reply. But he held his breath for a moment when he heard himself being asked, “Who’s Camilla?” He couldn’t believe what was going on. He sought out Mike and Jeff behind him and saw the same confusion in their eyes. But no-one managed to say anything. They were all stunned into a long silence.

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  1. Andrea Carpi Reply

    Oh, cacchio, e adesso?

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