12 BIRRE – Un thriller tra i post (8/21)12 BEERS – A thriller in the post (8/21)

8. Il meeting

Mi ero innamorato, non c’era alcun dubbio. Ne ho avuto la lucida conferma al mio risveglio, nella camera d’albergo vuota e silenziosa. Non era certo la prima volta che mi svegliavo da solo e con la piazza del letto accanto ancora calda e sgualcita, la mattina dopo un concerto, è solo che quella volta è stata l’unica in cui mi sono sentito irrimediabilmente incompleto, come un viaggiatore senza meta o un romanziere senza storia. Ricordo perfettamente il senso di smarrimento che ho provato di fronte alla sua assenza, convinto che non l’avrei mai più rivista, mentre le immagini di quella notte non facevano che scorrere nella mia testa, lentamente. Avevamo fatto l’amore senza mai fermarci, avidi, accesi, simili a superstiti o a gli ultimi privilegiati. Mai, con nessun’altra era stato così. E anche se, in effetti, una parte di me – quella più pigra e pragmatica – scherniva i miei slanci convinta che quello non sarebbe stato che l’ennesimo frivolo incontro, per tutto il tempo avevo sperato in un suo abbaglio e nel trionfo della meraviglia. Ma così non era stato.
Quella notte è forse il ricordo più coinvolgente e puro che ho conservato della mia vita precedente, sebbene i quattro anni di professionismo mi abbiano regalato emozioni che difficilmente riuscirei a trascrivere. Ma più che gli applausi e l’illusione del successo, sono i dettagli di quelle poche ore a non essersi mai sbiaditi nella memoria, guerrieri che hanno vinto il tempo, per sempre.
Così le faccende routinarie di quella tarda mattinata sono trascorse davvero lente e pesanti, intontito com’ero dalla sbandata e dai ricordi intensi di Camilla. Poco prima di lasciare l’albergo Mike ha consegnato a me e a Jeff il rispettivo cachet, essendo lui il referente del tour per organizzatori e giornalisti, e poi siamo andati in banca a depositarlo ognuno nel proprio conto, pranzando lungo la strada in una piccola trattoria di San Donato Milanese.
In serata avremmo suonato al Municipale di Piacenza e avevamo l’appuntamento per il soundcheck alle 18:00, attesi dall’organizzatore e dal tecnico del suono. Ma prima, in una caffetteria nei pressi del teatro, un tizio voleva incontrarci per parlarci di un meeting di chitarra acustica che aveva in mente di organizzare a Roma o a Milano. Leo Draghi. Così si chiamava. Era un personaggio piuttosto egocentrico e spocchioso che si atteggiava a manager di tutti i chitarristi più quotati del tempo – Mike e Jeff compresi – solo perché aveva organizzato un paio di concerti qua e là per l’Italia con il solo obiettivo, in verità, di creare consensi ed essere onnipresente, sempre e in ogni caso. Gentile e disponibile a parlarci a quattrocchi, era pronto a infangare chiunque in caso di necessità e a negare poi di averlo fatto, se serviva. Insomma, un buffo politicante che tutti e tre – per cause diverse dal medesimo effetto – avremmo fatto volentieri a meno di incontrare quel pomeriggio. Tuttavia, intenzionati com’eravamo a risparmiarci le prevedibili dinamiche dei suoi voltafaccia, avevamo ugualmente accettato di vederlo al caffé Aiglon, alle 16:00 in punto. Dopo tutto si trattava pur sempre di un possibile ingaggio.
Così da San Donato abbiamo preso la tangenziale e poi l’autostrada, in direzione Piacenza. Per tutto il breve tragitto l’abitacolo della Peugeot 305 bianca è stato disseminato di silenzio e pensieri, assai diversi l’uno dall’altro. Io proprio non riuscivo a non pensare a Camilla. Ero letteralmente bersagliato dai ricordi di quella notte, immagini e suoni che non accennavano a dissolversi neppure se provavo a distrarmi. Il monotono e sfuggente panorama nel finestrino di certo non era un grande aiuto e neppure l’autoradio rotta, che mi negava forse l’unico vero rimedio alla malinconia.
Al volante, Jeff tentava goffamente di non lasciarsi coinvolgere dall’apatia collettiva, rompendo il silenzio con colpi di tosse un po’ forzati o tamburellando il volante con le dita, come a seguire il tempo di un brano che suonava solo nella sua testa. Mike, accanto, fingeva di dormire e di non essere affatto provato dalla decisione di lasciare Isabel, di cui Jeff era ancora all’oscuro. Io che ne conoscevo la portata riuscivo facilmente a cogliere il suo affanno e la cosa aggiungeva al mio un ulteriore peso da gestire.
È con questo marasma emotivo che ci siamo presentati all’Aiglon, appena prima delle quattro, appesantiti dalle chitarre e stretti dalla morsa di un freddo sempre più pungente. Dopo il terzo caffé ciascuno e mezz’ora di ritardo, Leo Draghi è apparso dal nulla con l’aria di chi non deve farsi perdonare l’attesa perché ogni cosa gli è concessa.
«I tre moschettieri», salutò allargando le braccia e si è unito a noi, sicuro di sé.
Statura lillipuziana, capelli lunghi nonostante la stempiatura e baffo folto e disordinato, il tipo ha cominciato subito a dir male di tutte le iniziative che fin lì si erano svolte, dal SIM di Milano alla Fiera di Rimini, rincarando la dose per lo più sulla Guitar Convetion di Firenze, forse il raduno più importante dell’epoca, contestandone organizzazione e professionalità e spacciando il meeting che aveva in mente come l’evento che avrebbe annichilito quello e tutti i pochi altri.
Ho notato l’immediato disagio di Mike di fronte all’arroganza di Leo Draghi e alla sua campagna diffamatoria contro la Convention. Lui e Jeff erano stati gli ospiti di rilievo di quel raduno, svoltosi nel bellissimo anfiteatro del Palazzo dei Congressi, evento a cui io avevo partecipato solo come una promettente comparsa, dato il cappello di artista emergente che proprio non riuscivo a togliermi. Tuttavia era davvero difficile contraddire il buffo folletto che non la finiva più di parlare, così siamo stati ad ascoltarlo per più di un’ora senza aprire bocca, tramortiti, sorpresi e impacciati.
Quello che però sembrava essere solo il prologo del suo lungo monologo è stato interrotto da Jeff e dal suo pragmatismo quando aveva cominciato a parlare di fondi e cachet con toni piuttosto vaghi e poco promettenti. Jeff gli appoggiò la mano sul braccio per farlo tacere e con il suo italiano slangato gli ha chiesto: «Ma ce li hai i soldi per mettere su la baracca?».
Leo Draghi, per la prima volta incerto da quando era comparso nella caffetteria, ha tergiversato un po’ sulla difficoltà di trovare degli sponsors, puntando l’attenzione sull’unica necessità di coprire le spese dei chitarristi da cartellone, come noi – ha detto con un sorriso ruffiano. Contava di pagare le spese vive dell’allestimento con l’affitto degli stands della fiera di strumenti musicali che avrebbe accompagnato il meeting, ha spiegato, e il cachet degli artisti dei concerti serali con gli introiti di un paio di sponsors, lasciando ai moltissimi chitarristi emergenti che avrebbero animato il meeting nel pomeriggio la sola soddisfazione di partecipare a un evento così importante e nulla più.
«Fornirò loro una grande vetrina, mi ringrazieranno», ha detto convinto, «inoltre non mancheranno di foraggiare le casse del meeting, vogliosi come saranno di assistere ai concerti serali dei loro divi».
Non c’è niente di più meschino che giocare con i sogni della gente. Questo ricordo di aver pensato guardando Leo Draghi mentre se la rideva tutto soddisfatto per la sua grande idea. Proprio non ce l’ho fatta a tacere, vicino come mi sentivo a tutti quei ragazzi che, illusi dal fuggevole luccichio di un’occasione, sarebbero partiti da chissà dove per ingrassare la pancia e l’ego di quel buffone, così gli ho chiesto deciso:
«Non pensi sia il caso di comprare solo ciò che ti puoi permettere, senza fare il furbo?».
Lui mi ha guardato stupito e risentito, come se avessi dubitato della sua buona fede.
«Se non hai i soldi per pagare tutti», ho continuato senza badare al suo grugno, «forse dovresti essere meno ingordo e accontentarti di un paio di concerti serali, invece di circuire decine di chitarristi vogliosi di spazio solo per garantirti presenze e introiti».
Leo Draghi mi ha fissato a lungo prima di parlare nuovamente, mentre Mike e Jeff si facevano una risatina compiaciuta sotto i baffi, e quando è successo l’ha fatto con il tono appuntito di chi vuole ferire senza uccidere.
«Ascoltami, 12 birre», ha esordito con saccenteria, «non sono io che decido, ma il mercato».
Mi viene la nausea solo a ricordarle, queste parole.
«Tu dovresti saperlo più di chiunque altro», ha proseguito lui con la stessa intenzione di prima, «visto che solo cinque anni fa saresti venuto di corsa ad un evento del generale, pagando perfino. Adesso non venirmi a dire che dovrei riconoscere il tuo stesso cachet a chitarristi sconosciuti o dal dubbio talento».
«Certo che no», ho risposto senza misurare più il tono, «ma ti offrirebbero comunque un servizio verso il quale potresti mostrare un minimo di rispetto e gratitudine con almeno un buono pasto o la possibilità di assistere gratuitamente ai concerti serali».
Messo un po’ alle corde, Leo Draghi si è rifugiato tra Mike e Jeff, che avevano smesso di sorridere, contando sul loro appoggio in merito.
«Ma sai quanti fondi occorrerebbero?», ha detto con un sorriso strafottente.
«Ecco», ho puntualizzato io con ovvietà, ripetendogli la stessa domanda con cui avevo iniziato, «e quindi non pensi sia il caso di comprare solo ciò che ti puoi permettere, senza fare il furbo?».
Sono state le mie ultime parole a quel tavolo. Mentre mi alzavo e impugnavo la mia custodia, ho guardato i miei amici fermi e in silenzio com’erano stati per tutto il tempo del confronto, senza però incontrare i loro occhi bassi e inspiegabili. Sono uscito dalla caffetteria spinto da un senso di nausea e dall’improvviso ricordo di Camilla, apparsa tra i miei occhi come per soccorrermi e calmarmi. Era la prima volta che prendevo l’iniziativa in una situazione del genere e non riuscivo ad immaginare la reazione di Mike e Jeff al riguardo. Provavo un certo rimorso per averli messi in imbarazzo, ma la strafottenza del piccoletto mi aveva fatto uscire proprio fuori dai gangheri.
Non so esattamente cosa sia successo dopo a quel tavolo e cosa si siano detti di preciso, so solo che in strada, nella stretta dolorosa del freddo improvviso, quasi non ci ho creduto quando l’ho visto dall’altra parte della strada spaesato e spazientito, come se da un bel po’ stesse cercando qualcosa. Sono rimasto immobile e incredulo, assicurandomi più volte di non aver avuto un’allucinazione, fino a che il suo sguardo mi ha intercettato in una delle sue incerte perlustrazioni. Ci siamo guardati a lungo – io su un marciapiede, lui sull’altro – e poi, alla fine, mio padre ha attraversato la strada, venendomi incontro.

8. The Meeting

I had fallen in love; there was no doubt about it. I was lucid and certain about it when I woke up in the silent, empty hotel room. It was certainly not the first time I had woken up alone the morning after a concert to find the other half of the bed still warm and crumpled. But this time was the only time I felt irremediably incomplete, like an aimless traveller with no destination or a novelist without a story. I can still perfectly remember the feeling of loss I felt when faced with her absence, certain I would never see her again, while the images from the previous night continued to flow slowly through my head. We had made love without stopping, greedy, consumed with desire, like the last privileged survivors on a desert island with all the time in the world. It had never been like that with anyone else before. And even if the lazier and more pragmatic part of me mocked my enthusiasm, convinced that it was nothing me than yet another frivolous encounter, throughout everything I had hoped to dazzle her and had held onto my belief that it’s sheer wonder would make it last. But it wasn’t to be.
That night is probably my purest and most poignant memory I have treasured from my previous life, notwitshstanding the fact that four years of performing professionally has brought me emotions that I would have difficulty even beginning to describe. But the little details of those few hours that have never faded from my mind are stronger than the applause and illusion of success. They have lasted like soldiers who have won a battle against time forever.
So the routine jobs of that late morning became slow, cumbersome chores that were of no interest to me in my dizzy state of obsession and intense memories of Camilla. Just before leaving the hotel, Mike, who dealt with the organisers and journalists as our representative on tour, gave Jeff and I our respective fees and we went to the bank together to pay them into our separate accounts, stopping to have lunch along the way in a little local restaurant called the San Donato Milanese.
That evening we were due to play at the Civic Centre in Piacenza and we had the soundcheck booked with the organiser and the sound technician for 6pm. But beforehand, a guy wanted to meet us in a café near the theatre to speak about an acoustic guitar event he wanted to organise in Rome and Milan. Leo Draghi was his name. He was a rather conceited, egocentric character who liked to act as if he was the manager of all the most noted guitarists – Mike and Jeff included – simply because he had organised a couple of concerts here and there around Italy, his only intention being to gain public acclaim and be ever present at every event. Polite and courteous, he always had time to talk to us face to face but never thought twice about sullying anyone’s name whenever necessary and then denying having done so. Altogether he was a rum political enthusiast, who each of us – for slightly different reasons stemming from the same distaste – would have willingly done without seeing that afternoon. Nevertheless, with the intention of saving ourselves from the predictable dynamics of his two-faced hypocrisy, we had accepted to meet him at Café Aiglon at 4 o’clock on the dot. After all, weighing up the pros and cons, the purpose of the meeting was a possible engagement for us.
And so we took the ringroad from San Donato and joined the motorway heading for Piacenza. For the whole of the short trip the passenger compartment of the white Peugeot 305 was filled with silence and thoughts of a very different kind for each person involved. I couldn’t think of anything else but Camilla. I was quite literally attacked by my memories of the night before, images and sounds that made no signs of disappearing even when I tried to concentrate on other things. The monotonous, fleeting view from the window was no help at all as neither was the broken car stereo, which denied me what may have proved the only remedy for my melancholy mood.
At the steering wheel, Jeff made awkward attempts not to let himself be sucked into the collective apathy by breaking the silence with nervous little coughs or drumming his fingers on the steering wheel as if he were keeping time to a tune he was playing silently in his head. Mike, next to him, pretended to be asleep and feigned complete ease with his decision to leave Isabel, which Jeff was still in the dark about. Since I knew what was really going on, his anxiety could not escape me and added a further stress to my taut nerves for me to deal with.
With this sense of emotional decay, we arrived at Café Aiglon just before four o’clock, further weighed down by our guitars and the tight grip of the cold that had grown still bitterer. We each had time to drink three coffees before Leo Draghi appeared half an hour later with the air of someone who didn’t need to excuse themselves for keeping people waiting because they assume they already have permission to do so.
“The three musketeers!” He greeted us with his arms widespread and then sat down beside us as self-confident as ever. He was as short as if he were from Lilliput; his hair was long despite his receding hairline and he kept his moustache thick and untidy. No sooner had he sat down, then he began to criticise every event that had taken place up till now, from the S.I.M. in Milan to the Fair at Rimini, upping the dosage to maximum for what was possibly the most important gathering of our time – the Guitar Convention in Florence – disputing the way it had been organised as unprofessional. He then proceded to pass off his own ‘happening’ he had in mind as the event that would overshadow all others.
I immediately noticed Mike’s unease when faced with Leo Draghi’s arrogance and his defamatory campaign against the Florence Convention. He and Jeff had been the guests of honour at that gathering, which had taken place at the exquisite amphitheatre at the Hall of Congresses; I had taken part only as a talented extra due to the label of emerging artist that I didn’t seem able to shake off. Nevertheless it was difficult to contradict this ridiculous elf simply because he never stopped talking for long enough and so we sat listening to him for more than an hour without ever getting a word in edgeways, stunned, surprised and embarrassed. His long spiel would only have been the prologue of an even longer monologue if it hadn’t finally been interrupted by Jeff, whose pragmatism got the better of him when Leo began talking about funds and fees in a rather vague and not very promising tone. Jeff laid his hand on Leo’s arm to shut him up and in his Italian slang asked him directly, “But can you put your money where your mouth is or not?”
For the first time since his appearance in the café, Leo Draghi seemed unsure of himself and started rambling on vaguely about the difficulty of finding sponsors, placing the emphasis on the fact that in any case it was only necessary to cover the expenses of the big-name guitarists, such as ourselves – he added with a sleazy smile. He was banking on paying the upfront production costs out of the rent gained from the stands at the musical instrument fair, which was to take place alongside the concert. The fees for the headlining artists playing in the evening were to be covered by contributions from a pair of sponsors, leaving the numerous emerging guitarists, who were to animate the afternoon events, with the sole satisfaction of having taken part in such an important event, and nothing more.
“I’m providing them with a big showcase opportunity. They’ll thank me,” he said convinced, “and what’s more they’ll be sure to boost my ticket sales as they are bound not to miss the evening concerts of their heroes.”
There is nothing more sickening than playing games with people’s dreams. This is how I felt as I watched Leo Draghi laughing in smug satisfaction at his own great idea. I wasn’t able to bite my tongue any longer; I felt far too close to those boys who would be ready to come from who knows where, eluded by the fleeting glittering lights of an opportunity, only to fatten up the stomach and ego of this trickster. I turned to him with a decided tone,“Don’t you think that one should buy only what one can afford, without playing the trickster?”
He looked at me with shock and resentment as if I had doubted his good faith.
“If you don’t have the money to pay everyone,” I continued without paying any heed to his furrowing brow, “maybe you should be less greedy and content yourself with a couple of evening concerts instead of rounding up dozens of young guitarists who are eager for opportunities simply to guarantee the size of your public and your profit.”
Leo Draghi looked at me steadily for a long time before speaking again, while Mike and Jeff hid their smug smiles in their beards. But when he did so, it was with the sharp tone of one who wants to drive a knife home. “Listen to me, 12 beers,” he began patronisingly, “it’s not me who decides but the market.”
I feel sick just remembering these words.
“You of all people ought to know,” he continued with the same sharp tone, “given that only five years ago you would have come running to this kind of event. You’d have even paid to take part! Now don’t come telling me that I should offer the same amount I pay you to unknown guitarists of doubtful talent.”
“Of course not,” I replied without trying to hide the bitterness in my tone, “but they are in any case offering you a service, which you could at least show a minimum of respect and gratitude for by having the decency to offer them a good meal and free entrance to the evening concerts.”
Feeling himself cornered, Leo Draghi turned to Mike and Jeff, confident that they would take his side. The pair stopped smiling and looked at him questioningly in silence. It was Leo who spoke. “You realise how much money that would take, don’t you?”
“There you go!” I gloated, spelling out the obvious by repeating the same question I had started with. “And so don’t you think it would be better to buy only what you can afford, without playing the trickster?”
With these last words, I stood up from the table. As I grabbed my guitar case, I looked at my friends, who continued sitting motionless and silent as they had been during the whole exchange; but I couldn’t meet their gaze, which was inexplicably lowered towards the floor. I left the café with a sick feeling in my stomach and memories of Camilla suddenly appearing before my eyes as if to come to my aid and calm me. It was the first time I had taken the initiative in a situation of this kind and I had no idea what Mike’s and Jeff’s reactions were going to be. I felt sorry in a way that I had put them in such an embarrassing position, but the couldn’t-care-less attitude of that puffed-up little guy had sent me right out of my mind.
I don’t know exactly what happened afterwards around that table nor precisely what was said, I only know that out on the street, in the painful embrace of the sudden cold, I couldn’t believe my eyes when I saw him on the other side of the road, disorientated and anxious, as if he had been looking for something for some time. I stood motionless in disbelief, pinching myself to make sure that it wasn’t a hallucination, until his gaze crossed mine in one of its uncertain, searching forages. We looked at each other for a long time – I on one side of the road and he on the other – and then, at last, my father crossed the street and came to greet me.

...sull'Autore

Related Posts

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.