12 BIRRE – Un thriller tra i post (5/21)12 BEERS – A thriller in the post (5/21)

5. Il concerto di Milano

Sono sempre stato molto legato a Mike. Non solo mi ha insegnato tutto quello che so fare con la chitarra, ma non ha mai smesso di aiutarmi dal giorno in cui mi sono presentato alla porta di casa sua, a Roma, dopo la mia fuga da casa. Proprio così: ho preso le mie cose, la chitarra e sono scappato via da Messina. È successo l’anno prima del mio debutto a Udine, nel 1979. Avevo 17 anni e un sogno che coltivavo con meticolosa perseveranza, tanto sentito e importante che niente avrebbe potuto impedirmi di realizzarlo.
Qualche mese prima ero riuscito addirittura a convincere mio padre ad accompagnarmi a Londra per incontrare il grande Mike Mud, minacciandolo che lo avrei fatto comunque, anche senza il suo permesso – in effetti non avrei potuto, essendo minorenne, ma la cosa aveva funzionato. Era il periodo in cui mio padre si sforzava di comprendere le mie folli inclinazioni, per altro conclusosi molto in fretta. Ad ogni modo, da quando il rivenditore di dischi proprio sotto casa mia mi aveva fatto conoscere la musica di Mike, mi ero messo in testa che dovevo conoscerlo e così, un piovoso mattino di fine ottobre, avevo suonato per due giorni interi il campanello della sua casa di Fulham, senza che quella maledetta porta – immaginata chissà quante volte lungo tutto il viaggio – si aprisse.
Tra una visita forzata al Tower Bridge e un’altra a Buckingham Palace, mio padre si era convinto che avrei abbandonato la sciocca fissazione per la chitarra, vista la mia evidente delusione, e considerato seriamente un mestiere meno rischioso, come quello del commercialista per esempio, cioè il suo. E invece, una volta tornati in Sicilia, non solo mi ero cocciutamente chiuso in camera a sgobbare su tutte le tablature che riuscivo via via a procurarmi, ma era cominciata una lenta e progressiva fuga da qualsiasi ostacolo al mio sogno, terminata il pomeriggio del 12 gennaio 1979 di fronte alla porta di casa Mud a Roma, dove Mike nel frattempo avevo saputo si era trasferito.
Non sono stati rabbia e rancore i sentimenti scatenanti, perché in effetti ho sempre capito le preoccupazioni e le priorità di mio padre, ma piuttosto un’inevitabile conseguenza a ciò che le persone sono e a quello che sono disposte a fare per difendere la propria unicità. Non ce l’ho mai avuta con lui, era solo una cosa che andava fatta. Naturalmente nessuno a casa mia ha mai capito la mia scelta e neppure tutte le mie successive telefonate sono servite un granché al riguardo.
Tuttavia, nel tempo, si sono lentamente chiariti i nostri ruoli in quella storia e ognuno, poi, li ha conservati con orgoglio.
Riguardo a Mike, da quel giorno, sapute tutte le vicende che mi avevano portato lì, compreso il disastroso viaggio a Londra, mi ha aperto la sua casa e la sua vita, diventando allo stesso tempo il mio insegnante, il mio amico e la mia famiglia. Non che sia mai stata una persona particolarmente saggia e altruista, anzi il suo carattere scorbutico ed egocentrico lo ha sempre preceduto, ma è subito nato un certo feeling tra di noi che poi non si è più spento. Fino a quella notte, almeno.
Scrivendo queste parole – lettera, diario, confessione: non saprei proprio come definire queste pagine – mi sto accorgendo di quanto io non abbia mai capito veramente il dolore di Mike. Rivivendolo attraverso i ricordi, i suoi sguardi, i suoi silenzi, perfino gli episodi violenti di cui è stato protagonista in quei giorni, adesso sembrano avere un altro peso, come se solo ora ne stessi avvertendo la reale portata. E sebbene il ricordo del concerto al Dal Verme di Milano sia legato soprattutto a Camilla e alla notte in cui l’ho conosciuta, non riesco a non provare l’ennesimo smarrimento ripensando a quello che è successo durante lo spettacolo. Una cosa che non avrei mai pensato potesse accadere.
Dopo l’intervista a Radio Popolare, mentre raggiungevamo l’albergo per occupare le camere, lasciarci le valigie e darci una rinfrescata, Mike non aveva fatto un fiato al volante della sua Peugeot 305. Né il traffico di Milano né il freddo pungente erano riusciti a rubargli una sola parola e neppure durante il soundcheck aveva aperto bocca. La cosa mi era parsa piuttosto strana, visto che solitamente non la smetteva mai di parlare durante le prove, pignolo com’era sul suono. Così, poco prima di entrare in scena, mi sono avvicinato per tentare un piccolo approccio, lanciandogli un’occhiata il più comprensiva e discreta possibile. Lui ha immediatamente ricambiato lo sguardo e a denti stretti ha detto: «Mi sento a pezzi», con uno scoramento che mi è apparso immune da ogni possibile conforto. Sorpreso e disarmato, sono rimasto accanto a Mike immobile e in silenzio per un tempo indefinito, ad ascoltare il vocio impaziente del teatro, quel canto capace di attirare a sé ogni artista in qualsiasi momento e nonostante tutto – come le sirene sugli scogli di Antemoessa – e a cui neppure quella sera nessuno di noi è riuscito ad opporre resistenza. Perfino il mio amico ferito si è sentito attratto, gliel’ho letto negli occhi.
Ed ecco che poco dopo Jeff era già sul palco ad assorbire l’applauso del pubblico eccitato, di fronte al microfono che puntava la sua Franklin, per dare il via al concerto. Sentirlo suonare è sempre stato come inebriarsi di aromi dolciastri e appaganti, i cui gradevoli benefici durano molto più a lungo di un normale retrogusto. Ho sempre avuto questa sensazione ascoltando la sua musica, anche quando giravano i suoi 33 nella mia camera di Messina, una piacevole abbuffata di note calde e saporite che pure quella sera Jeff ha saputo servire con un certo mestiere.
Con questo gusto in bocca e per tutta la durata del suo set, il pubblico lo ha seguito come ipnotizzato lungo i sentieri che ad ogni brano ha aperto, nota dopo nota. La sua guida esperta ha accompagnato ognuna di quelle 1420 anime – compresa la mia – in luoghi diversi e con modi diversi, per poi ricondurla nuovamente in teatro sulla scia dell’ultimo accordo di ogni brano, pronta per ripartire al suono della Franklin verso altre vette.
L’ultimo dei suoi cinque pezzi è stato salutato da uno scroscio di applausi assordante, talmente lungo che mi è sembrato non finire mai. Mentre usciva di scena, come accadeva sempre durante il cambio palco, Jeff mi ha strizzato l’occhio e mi ha detto: «Adesso è fin troppo facile, mocciosetto!», e in un certo senso lo era davvero. Chiunque, infatti, avrebbe potuto suonare dopo di lui, era sufficiente afferrare le redini di un cavallo già domato e condurlo su qualsiasi prateria, senza il pericolo di essere disarcionati. Al tempo stesso, però, era impresa assai difficile – e Jeff lo sapeva bene – per il livello tecnico ed emotivo fin troppo alto che il suo set raggiungeva. Era questa l’eredità contraddittoria che la sua performance mi lasciava ogni volta sul palco, pesante da riscuotere, difficile da gestire, i cui bocconi forzati ingrassavano il mio timore del confronto, con lui e con la gente. Così, prima di salire sul palco, facevo un profondo respiro e restavo in apnea finché i polmoni non cominciavano a bruciare, sospeso sull’applauso del pubblico in attesa, e poi spinto da un incosciente desiderio, più che dal fervore di una scelta, già disinibito dalle 12 lattine che mi scolavo dopo il soundcheck, mi lanciavo verso una battaglia che pareva sempre già persa in partenza.
Anche quella sera sono entrato in scena con la stessa spinta e con lo stesso timore, salutando il Dal Verme e i suo abitanti con un cenno del capo appena abbozzato. Mi sono seduto, ho piazzato la mia Martin D28 davanti al microfono a mezz’aria, troppo stordito per badare al caloroso applauso di benvenuto della gente, e senza pensare ad altro ho cominciato ad arpeggiare le prime note di “Distanze”, teso e impacciato come un principiante alla sua prima uscita.
Il primo pezzo di un concerto è senza dubbio il più difficile. Le dita sono dure, il cuore va a mille, il respiro è talmente affannato che la chitarra fatica a rimanere ferma. La concentrazione non trova appigli e naviga senza faro nella notte, pericolosamente in balia delle onde e della pioggia. È da questa tempesta che le mie 12 birre mi hanno sempre salvato, conducendomi ad un nebbioso attracco di confine, a poche bracciate dalla sbronza. Lì riuscivo ogni volta a perdere il senso delle cose e mi ritrovavo improvvisamente da solo, tra la mia chitarra e la mia musica, senza più le aspettative del pubblico in mezzo ad allontanarle l’una dall’altra ed entrambe da me, libero finalmente da tutte le paure e un tutt’uno con lo strumento. Da quel momento diventavo una furia sul palco, un treno di energia che sbuffava musica e ironia, una palla di neve di emozioni che precipitava ad alta velocità e che si ingrossava ad ogni nuovo pezzo. Niente mi avrebbe fermato, in quello stato.
Quella sera, però, c’era anche l’immagine di un Mike vistosamente provato insinuata tra i miei pensieri e verso cui, tra le note, a volte lanciavo intenzioni e occhiate. Per tutto il mio set è rimasto seduto immobile fra le quinte, stretto alla sua Ibanez e con gli occhi fissi nel vuoto. Non l’avevo mai visto così annichilito, distante da tutto e da tutti, come sedato. È stato difficile portare a termine i miei cinque pezzi, mi ci sarebbero volute altre 12 birre per sfuocare il suo dolore assieme al resto, ma probabilmente sarei andato oltre il confine consentito al mio autocontrollo.
Alla fine, sull’ultimo accordo strappato con furia, il pubblico ha fatto esplodere un assordante boato di consenso che mi ha investito quasi con violenza, come se nessuno si fosse accorto della nociva evoluzione dei miei pensieri. Il Dal Verme, per un attimo, mi è sembrata la curva di uno stadio dopo un goal e io il cannoniere invocato a gran nome dai suoi tifosi, un ritorno emotivo, in effetti, al limite del contenibile. Tuttavia, sebbene sensazioni come questa siano nutrimento vitale per ogni artista, non sono riuscito a cibarmene pienamente in quell’occasione, perché un urgente bisogno di uscire di scena ha spinto il mio stoccafisso dietro le quinte, verso la statua di cera di Mike che non accennava minimamente a sciogliersi. Mi ci sono ritrovato davanti, la D28 ancora in mano, accanto a Jeff che come me lo guardava impaziente. Ho detto: «Mike, tocca a te» e Jeff: «Amico, alzati».
Mike finalmente ha alzato gli occhi verso di noi – tristi, furenti, e in un certo senso nuovi, come se avesse appena deciso qualcosa – e senza dire nulla si è alzato in piedi, raggiungendo la sua postazione con pochi passi.
Io e Jeff ne abbiamo seguito la scia sorpresi, lo abbiamo visto sedersi di fronte al microfono, tra gli applausi sbordanti della gente, e dare il via al suo set senza neppure salutare la platea.
Jeff, continuando a guardare l’amico sul palco, ha detto: «Quella donna lo farà impazzire», con un tono privo di intenzioni.
Il ricordo che ho della successiva sequenza è lucido e vivido, nei fatti e nelle emozioni. Mike ha suonato tre pezzi con la sua solita e impeccabile tecnica, ricca di groove e dinamica, come se la sua musica fosse impermeabile al suo improvviso torpore. Il suo blues stava infuocando il teatro nonostante tutto ed io, per un attimo, ho creduto che la forza emotiva del concerto lo stesse risvegliando, finalmente. E invece, all’inizio del quarto brano, dopo appena una manciata di battute, Mike si è fermato di colpo, guardando per la prima volta e a lungo la platea in penombra. Io e Jeff siamo rimasti impietriti e spiazzati di fronte alla scena. Lui si è alzato dalla sedia, lentamente, ed è uscito di scena dalle quinte opposte alle nostre. Abbandonando il concerto.

5. The Concert in Milan

I have always been very close to Mike. Not only did he teach me everything I know about playing the guitar but he also never stopped helping me ever since the day when I turned up at the door of his house in Rome having run away from home. That was exactly what happened: I packed my things, picked up my guitar and ran away from Messina. That was a year before my debut in Udine in 1979. I was 17 years old and the owner of a dream I had been nourishing with meticulous perseverance. It was so important to me and I believed in it so much that nothing could have stood between me and its fruition.
A few months previously I had even managed to persuade my father to take me to London to meet the great Mike Mud. I had threatened to go anyway, with or without his permission, and it had worked even though in actual fact it was an empty threat given that I was a minor. It was at the time of a short-lived phase when my father was trying to understand my eccentric inclinations. In any case, since the day when the record-seller right outside our front door had first introduced me to Mike Mud’s music, I had made up my mind that I had to meet him in person. So that was how on one rainy morning towards the end of October, I stood on his doorstep in Fulham for two whole days incessantly ringing his doorbell without that damned door I had imagined I don’t know how many times on my way there ever opening.
My dad could see I was badly disillusioned and between a mandatory trip to Tower Bridge and another one to Buckingham Palace, he seemed to decide that I would soon grow out of my silly fixation with the guitar and start seriously considering a less risky career and become for example an accountant – just like him. But it wasn’t to be. Once back in Sicily, not only did I stubbornly cocoon myself in my room, bent double over every kind of tablature I could lay my hands on, but I also started a slow but steady fight against any kind of obstacle to my dream. It was a fight that ended on the afternoon of 12th January 1979 on the doorstep of Mud’s house in Rome, where I had learnt in the meantime that Mike had moved to.
The emotional trigger behind my escape had nothing to do with anger or bitterness because in actual fact I had always understood my father’s anxieties and priorities. It was rather an inevitable consequence of what kind of person I was and what I was prepared to do to defend my own uniqueness. I was never angry with my father. It was simply something I just had to do. Of course, no-one in my house has ever understood my choice and all my subsequent telephone calls have managed to do very little to enlighten them. Nevertheless, time has slowly clarified each of our roles in what happened and everybody has preserved theirs with pride.
As far as Mike is concerned, once he had learnt of all my misadventures that had brought me to him, including my disastrous trip to London, he opened his house and his life to me from that day onwards, becoming my teacher, my friend and my family all in one. Not that he was ever a particularly wise or altruistic person. In actual fact, he is grumpy and self-centred, but we immediately got on like a house on fire, and that fire never burnt out. At least, not until that night.
As I write these lines, for want of a better word – I don’t really know what to call them: letter, diary, confession? – I am beginning to realise that up until now, I had never truly understood Mike’s pain. Reliving it through these memories, his looks, his silences, even those scenes of violence he created during those days, all seem to carry a different weight, as if only now I can see them for what they really were. Even if the memory of our concert at Dal Verme in Milan is tied above all to Camilla, being the night on which I met her, I cannot help still feeling bewildered when I think back at what happened during that show. It was something I would never have thought could happen.
After the interview on Radio Folk, on our way to the hotel to check into our rooms, drop off our luggage and freshen up, Mike seemed not even to be breathing behind the steering wheel of the Peugeot 305. Neither the Milan traffic nor the bitter cold had managed to steal one word from his lips and not even during the sound-check did he open his mouth. It had seemed odd to me even at the time, given that his perfectionist nature meant that he usually didn’t stop shouting during rehearsals. And so just before going on stage, I tried to approach him, coming over to where he was sat and throwing him an understanding look as discretely as possible. He immediately returned my look and whispered between his teeth, “I feel a complete wreck.” He was so down-cast that he seemed beyond any possible consolation. Surprised and caught off-guard, I stayed standing stock-still next to him in silence for I don’t know how long, listening to the impatient voices in the theatre as they chanted that song capable of drawing every artist into its spell at any moment despite everything – like the Sirens on the shores of Anthemoessa – and which none of us that night was able to resist. Even my forlorn friend was attracted. I read it in his eyes.
And so in a few moments Jeff was already on stage, out there in front of the microphone pointed towards his Franklin, lapping up the applause from our over-excited public. The concert had begun. Hearing him play has always been like getting high on bitter-sweet but rewarding smells, whose pleasant effects continue to do me good long after a normal aftertaste would have worn off. I have always had this sensation when listening to his music. Even when it came from his 33 rpms playing in my room in Messina, it was a pleasing wave of rich, steamy notes. That night, Jeff served them up once again with his usual skill.
With this taste in their mouths, the audience stood with bated breath for the whole of his set as if hypnotised, following him down paths he opened up with each piece, note by note. His expert guardianship took each one of those 1,420 souls – including me – by the hand and led us to different places down different avenues, bringing us back each time to the theatre in the wake of the final cord, ready to depart once more towards a new destination as his Franklin sounded a fresh tune.
The last of his five pieces was greeted with a round of deafening applause that was so long I thought it would never end. As he came off stage, as always happened between acts, Jeff winked at me and said, “Now it’s just too easy for you, you little horror!” and in a way he was right. Anyone could have played after him. All you had to do was grip the reins of a horse that had already been broken in and lead it to any kind of field without danger of being thrown off. However, at the same time, it was quite a difficult challenge, as well Jeff knew, to match the extraordinarily high technical and emotional standards that his act had set. This was the contradictory heritage that his performance handed down to me each time I went on stage. Difficult to manage, its force-fed mouthfuls fattened up my fear of comparison, both with him and with the audience. And so before stepping out on stage, I filled my lungs to bursting and held my breath until I could feel them burning, suspended in the midst of the waiting audience’s applause. Then, spurred on by a desire that was more unconscious than the guided determination of choice, uninhibited as I was from the 12 cans I had downed following the sound-check, I threw myself into a battle that always seemed lost from the outset.
That evening was no different. I came on stage with the same thrust and the same fear as always, greeting the Dal Verme and its throng with a barely perceptible nod of my head. I sat down. I positioned my Martin D28 in front of the microphone in mid-air, too much in a daze to take heed of the warm cheer of welcome from the crowd, and without a thought for anything else I began to pluck the first notes of ‘Distances’, tense and clumsy like a beginner at his first concert.
The first piece played in a concert is without doubt the most difficult. Your fingers are stiff. Your heart beats hard. You are breathing so hard that its tough to keep the guitar still. Your concentration can’t find a hold and sails in the night without a lighthouse, dangerously at the mercy of the waves and the rain. It was to save me from this tempest that I always felt the need of those 12 beers that took me to a misty harbour that marked my limit only a few steps away from absolute drunkenness. Every time I got there, I managed to lose my perception of things and find myself unexpectedly alone with my guitar and my music, the audience’s expectations no longer between us creating a distance between my music and me. I was finally free from my fears and one with my instrument.
From that moment on, I went berserk on stage, a train of energy that let off music and irony, a snowball of emotions that precipitated at high speed, growing bigger with every new piece. Nothing could stop me when I was in that state.
However, that evening there was the image of Mike, visibly worn thin, which crept into my thoughts and who my eyes strayed to with good intentions between the notes. For the whole of my performance, he stayed sitting where I had left him, immobile in the wings, hugging his Ibanez to his chest and gazing into nothingness. I had never seen him so void and empty, distant from everything and everyone as if sedated. It was difficult to get through my five pieces. I would have needed yet another 12 beers to drown out his pain but they would also have taken me beyond the border set by my self-control.
At the end, as the last cord rang out with passion, the public let out a deafening roar of approval that was so violent it almost knocked me out. No-one had noticed the poisonous turn of my thoughts. For a moment, the Dal Verme seemed to be part of a stadium just after a goal had been scored and I was the great striker whose name rang out amongst my fans. It was such a great emotional come-back that it was barely containable. Nevertheless, while these kinds of sensations offer life-giving nourishment to every artist, I wasn’t able to feast on it as I would have liked to on that occasion because an urgent need to get off the stage pushed my stunned body back to the wings towards the statue of wax that was Mike and showed no signs of melting. He was right in front of me, his D28 still in his hand. Jeff was next to him and like me looked at him urgently, impatiently. I said, “Mike, it’s your turn.” And Jeff, “Friend, you gotta get up.”
Mike finally raised his eyes towards us – sad, furious, and somehow new as if he had just decided something. Without saying a word, he stood up and in a few paces took his place on stage. Jeff and I followed his movements surprised. We watched as he sat down in front of the microphone in the midst of a roaring applause and began his performance without even greeting his audience. Jeff continued to stare hypnotised at his friend on stage. He said out loud to no-one in particular, “That woman will make him go crazy.”
My memory of what happened next is lucid and vivid. I remember the emotions I felt as well as the scene I saw. Mike played three pieces with his usual, impeccable technique, dynamic and rich with grooves, as if the music were resistant to his sudden stupor. His blues set the theatre alight despite his mood and for a moment I truly believed that the emotional force of the concert was finally re-awakening him. But no! At the beginning of the fourth piece, after only a handful of notes, Mike suddenly stopped, just like that. He looked out over his half-lit audience for the first time. Jeff and I stood watching, too stunned to move at what we saw. Slowly, he got up from the chair and walked out into the wings opposite. He abandoned the concert.

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