12 BIRRE – Un thriller tra i post (12/21)12 BEERS – A thriller in the post (12/21)

12. Il concerto di Piacenza

I tre non si dissero una parola fino a poco prima del concerto, quando Mike, rivolto ai due amici in attesa di salire sul palco, ammise la sua colpa e chiese scusa.
«Mi dispiace ragazzi, non so cosa mi sia preso, prima», disse più o meno con le stesse parole e con lo stesso tono con cui aveva provato a rimediare ai medesimi scatti violenti di Parigi e Zurigo, e così come in quei due episodi, né Jeff né Ettore si sentirono di aggiungere altro. Come tre vedette, rimasero immobili fra le quinte ad ascoltare l’organizzatore presentare serata e protagonisti ai mille del Municipale, ognuno nel proprio mondo sospeso.
Non appena un applauso impaziente concluse la lunga presentazione, Jeff uscì da quella bolla di impaccio e si preparò ad entrare in scena, con la sua Franklyn tra le mani. Quando fu sul punto di farlo, guardò i due poco dietro e strinse tra le labbra un mezzo sorriso ironico.
«Sarà un gran concerto», slangò puntando Mike, «sempre che tu non decida di squagliartela, Mud».
Mike sbuffò divertito dal naso, distratto per un attimo dalla ragnatela dei suoi pensieri, e lo vide entrare in scena accolto dalla solita euforia del pubblico. Tuttavia si ritrovò quasi subito impigliato fra i fili vischiosi dei suoi assilli, nuovamente e senza scampo, come una preda inerme. Non riusciva ancora a credere di aver reagito in quel modo prima, indurito, instabile e con l’autocontrollo ormai a brandelli. La sofferta decisione di mollare Isabella non era servita a lenire il suo dolore né a sciogliere la tensione che lo induriva da tempo, anzi, il fatto di non sapere ancora come e quando dirglielo non faceva che accendere ulteriori micce dentro di lui. E se in una di quelle sciagurate esplosioni avesse fatto del male a qualcuno? Di certo non se lo sarebbe mai perdonato. E allora cosa doveva fare? Come poteva uscire da quel vortice che sembrava non avere fine? Forse sarebbe dovuto sparire e basta, non tornare più a casa, senza spiegazioni o altro e lasciarsi curare dal tempo. O forse avrebbe dovuto davvero dire sì a Sabrina, o a qualsiasi altra medesima tentazione, così da chiudere definitivamente quella storia e fornire un reale motivo all’assurda paranoia della moglie, finalmente.
Diede un’occhiata rabbiosa alla scena, a Jeff che piazzava la chitarra davanti al microfono a mezz’aria apparentemente indisposto, annoiato quasi, e trovò un immediato sollievo nel dolce arpeggio delle sue prime note. Il suo viso di colpo si accese di musica, così come il palco e il teatro intero. Un’aria buona, gradevole, invase le quinte e la platea, profumata di erba e sale, di borghi e scogliere. L’accordatura aperta della Franklyn agì con profondità su di lui, battendo con frequenze basse all’altezza del petto e sostenendo il cuore ogni volta che la sesta corda veniva suonata. Simili a dieci corpi sinuosi, vide le dita di Jeff pizzicare e tastare senza sforzo, agili e seducenti, dal primo all’ultimo pezzo, senza sosta alcuna. Come ogni volta con la sua musica, l’amico inglese era riuscito ad aprire un mondo avvolgente a cui fu difficile negare un sospiro di momentanea serenità, uno scenario ricco di immagini suggestive a cui dare seguito, e spettava ad Ettore farlo, di lì a poco.
Mike gli si avvicinò con un passo incerto e ne cercò lo sguardo, sospeso tra realtà e desiderio, mentre Jeff strappava l’ultimo accordo del suo set e un applauso scrosciante che scoperchiò il Municipale. Lo prese per un braccio, coinvolto dalla sua evidente delusione per il disastroso incontro con il padre, e gli parlò in un orecchio.
«Ho rovinato tutto», disse soffocato ancora dai sensi di colpa, «perdonami».
Ettore si girò e sorrise di malinconia, provando a camuffare il suo stordimento.
«No», replicò fluttuando tra i pensieri, «era già tutto rovinato da un pezzo».
Non ci fu tempo per Mike di dire altro, Jeff era già seduto fra le quinte a gustarsi l’eco del suo contributo, eccitato e compiaciuto. Si rivolse allo stoccafisso di Ettore e lo punzecchiò con la sua solita ironia.
«Che aspetti, mocciosetto? Va a goderti la tua parte di bottino».
I tre oscillarono in silenzio sopra il frastuono appagato dei mille per un tempo indefinito, lasciando che fosse la scena vuota a contenere la spinta energetica degli applausi. Poi, quando l’attesa divenne imbarazzo, Ettore mosse un passo opportuno verso la sua postazione, ma Mike lo trattenne con forza, avvicinandoglisi nuovamente all’orecchio.
«Se non dovessi farcela, stasera», bisbigliò, «voglio che sia tu a sostituirmi».
Mollò la presa e lasciò che il giovane amico venisse risucchiato dal suo ruolo e dalle circostanze senza opporre alcuna resistenza.
Agitato e sospinto da un incontrollabile marasma emotivo tra pancia e cuore, Ettore sistemò la chitarra davanti al microfono e lasciò che un lungo silenzio si intromettesse tra l’applauso della gente e le prime note del suo set. Chiuse gli occhi sospirando e, con i pensieri puntati su quel pomeriggio e sulla preghiera di Mike, camminò svelto le terre di confine su cui solitamente rinvigoriva volontà e spirito, guidato dall’alcol e dalle sue dodici scosse, una per ogni lattina che si era scolato al pub, ma ne tornò meno ispirato del solito, contratto perfino. Tuttavia riuscì ad arpeggiare le prime note di “Distanze” con il giusto slancio e la cosa gli permise di ritrovare l’intenzione necessaria per darsi alla musica e a nient’altro.
Il suo fu un set intenso e aggressivo. Per tutti i cinque pezzi spinse sulle corde come un dannato, amando e scuotendo la chitarra con infinita gratitudine, perché solo tra le sue braccia sentì di essere davvero a casa. Gli riuscì di non pensare a niente, in fuga dalla realtà e dai suoi crucci per il tempo che gli fu concesso, lasciando sparire tutto il resto dietro di lui. Ebbe occhi solo per le corde, pensieri solo per le mani e cuore solo per le note. Solamente quando lo investì il boato del teatro, sulla scia del suo ultimo accordo, si lasciò raggiungere dal mondo e dai suoi fumi pestilenziali. Alzò gli occhi sulla penombra della platea e ogni volto divenne di colpo quello di suo padre o di Camilla, come se quei fantasmi non stessero aspettando altro che il suo ritorno per braccarlo nuovamente, e – colto dal panico – puntò svelto le quinte, uscendo di scena tra gli applausi.
Ad accoglierlo trovò i due amici così come li aveva lasciati, Jeff seduto in un angolo e Mike in piedi, in attesa. Scambiò con lui un’occhiata complice, il tempo che servì ad entrambi a rinvigorire la promessa che si erano fatti poco prima, e poi lo vide partire verso le luci del palco, piuttosto deciso.
Mentre l’ultimo set prendeva vita dalle note della Ibanez di Mike, Jeff sorrise ad Ettore e lo applaudì compiaciuto con pochi battiti di mani, leggeri e distanti l’uno dall’altro.
«Davvero grande, 12 birre», gli disse con occhi obliqui, «ora attenti che Mud non faccia scherzi».
Ettore ringraziò e annuì con lo stesso cenno del capo e guardò Mike portare a termine il suo primo brano senza affanni. In effetti, anche lui come Jeff aveva il timore di una nuova fuga, e invece, pezzo dopo pezzo, vide l’amico sul palco sicuro, aggrappato alla musica e allo strumento con orgoglio e tenacia. Il suo blues, feroce e incalzante, fu un altro opportuno rimedio a qualsiasi tormento per tutti e scrollò via, con la sua corsa ritmica, gli eccessivi pesi della delusione. Neppure durante i sei brani della jam finale, alla fine del suo set, Ettore avvertì in Mike il minimo cedimento. Quella momentanea lucidità emotiva li fece suonare liberi e nuovamente ispirati fino all’ultima nota, senza fardelli appesi al cuore e tratti in salvo da una musica benedetta.
Al termine del concerto, lungo il corridoio che dava ai camerini, i tre si lasciarono andare ad una risata rigenerante che si sentì fino in platea. Come una squadra alla fine di una partita fangosa e accanita, ripresero fiato forti di una vittoria insperata, eccitati e sopra le righe.
«A quanto pare ti hanno incollato la sedia al culo, stasera», disse Jeff continuando a ridere.
«Sì», rispose Mike sghignazzando, «deve essere stato l’organizzatore».
«Deve aver parlato con quello di Milano», aggiunse Ettore, divertito.
In quel momento, in fondo al corridoio, si materializzò una figura dalla folta chioma riccioluta che richiamò l’attenzione dei tre con la sua presenza silenziosa. Non appena lo vide, Ettore lo riconobbe subito.
«Moschettieri», ordinò ironico, con i resti della risata ancora tra i denti, «c’è Claudio, il tecnico di Radio Popolare».
Il ragazzo salutò con la mano e si avvicinò timidamente.
«Ciao ragazzi», esordì con voce incerta, non appena li raggiunse, «mi dispiace disturbarvi».
Jeff gli diede una decisa pacca sulla spalla.
«Nessun disturbo, amico», dichiarò sincero e impettito, supponendo fosse lì per i complimenti di rito, «piaciuto il concerto?».
«In effetti, sì», ammise lui con un sorriso, «ancora di più di quello di Milano».
«Grazie», disse Mike ancora sotto l’effetto dell’euforia, «c’è anche Paolo?».
Claudio cambiò espressione e abbassò per un attimo lo sguardo.
«No, non è venuto», balbettò imbarazzato, «in realtà sono venuto proprio a causa sua».
«A causa sua?», gli fece eco Ettore.
«Beh, sì. Un po’ me ne vergogno, ma ho preferito venire ad informarvi».
«Informarci di cosa?», chiese Mike serio.
L’aria improvvisamente cambiò registro. Il tono e l’atteggiamento del ragazzo lasciavano intuire notizie poco piacevoli, così i tre gli si strinsero attorno impazienti, un po’ preoccupati da ciò che stava per dire.
«Ieri notte ho lavorato fino a tardi all’editing del vostro concerto al Dal Verme, perché stasera volevo portarvi la registrazione», disse mostrando le cassette che aveva in mano.
«È vero», ricordò Ettore indicandole, «la radio lo ha trasmesso in diretta».
«Sì e così ho dormito in studio. A volte mi capita».
Claudio lasciò che un po’ di silenzio si insinuasse tra le sue parole, prima di spifferare tutto.
«Quando Paolo stamattina è arrivato», rivelò, «ha creduto di essere solo e così l’ho sentito parlare al telefono».
Jeff sgranò gli occhi, sorpreso e divertito.
«Hai origliato?», chiese trattenendo una risata.
Mike non ci badò e chiese:
«Con chi?».
«Non lo so», rispose Claudio, «ma parlava di adescare tre chitarristi e io ho pensato subito a voi».
Mike si lasciò sopraffare dall’improvviso dolore dell’ipotesi più assurda, a cui non esitò a dare credito, nonostante tutto.
«No, non posso credere che l’abbia fatto!», esclamò amaro.
Jeff ed Ettore gli lanciarono un’occhiata incuriosita, chiedendo uno: «Cosa?», l’altro: «Chi?», entrambi allarmati dalle eventualità.
Mike risparmiò a tutti le congetture velocemente covate sui legami che intrecciavano l’adolescenza di Paolo a quella della moglie e formulò la sua teoria con tono incredulo e scocciato.
«Credo che le ragazze di stanotte siano state un gentile omaggio di Isabel, aiutata dal DJ nel tentativo di cogliermi in flagrante».
Ad Ettore mancò il fiato, colpito allo stomaco dalla rivelazione e al cuore dal nuovo e conseguente ruolo che Camilla assumeva in quella storia, di certo inaspettato, e che derise i suoi sentimenti. Fino ad umiliarli.

12. The Concert in Piacenza

The three of them didn’t say a word to each other until just before the concert. Then Mike turned to his two friends as they waited to go up on stage and apologised, admitting he was to blame.
“I’m sorry lads, I don’t know what came over me earlier.” Both his tone and his choice of words were more or less the same as he had used when he had tried to make it up to them after his violent outbursts in Paris and Zurich. And just as had happened before, neither Jeff nor Ettore felt able to make any further comment. They waited motionless in the wings, each of them in their own suspended world, as the organisers presented the evening and its stars to the audience of thousands in the Civic Theatre.
No sooner than the audience’s applause had impatiently ended the long presentation, then Jeff emerged from his bubble of embarrassment and got ready to make his entrance, his Franklyn in his hands. As he walked out, he looked back at the other two behind him with an ironic half-smile on his lips. “It will be a great concert,” he winked at Mike, “just as long as you don’t decide to sneak off, Mud.”
Mike snorted a laugh, momentarily distracted from the cobwebs of his thoughts, and watched as Jeff walked out on stage welcomed by the public’s usual euphoria. Nevertheless, he found himself almost at once hopelessly tangled up once more in the sticky threads of his nagging thoughts. He was their defenceless prey. He couldn’t come round to accepting that he had behaved as he had done earlier, hardened, unstable and with his self-control in shreds. His harrowing decision to leave Isabella had not helped soothe his pain nor lessen the tension that had racked his nerves for so long. In actual fact, not knowing when or how to break the news to her did nothing other than light further fuses inside him. And if he were to actually hurt someone during one of these wretched explosions? He would certainly never forgive himself. But what could he do about it? How could he get himself out of this seemingly infinite vortex he was in? Maybe he should just disappear and have done with it, simply not go back home ever again, saving himself from explanations and all the rest and leaving time to heal the wounds. Or maybe he should have said ‘yes’ to Sabrina or to any of the other temptations that had come his way and by so doing close this chapter of his life forever and finally offer his wife a real motive for her absurd paranoia.
He gave an angry look at the scene before him, at Jeff who was positioning his guitar in mid-air in front of the microphone, seemingly disinterested, almost bored. But his first sweet notes immediately soothed him. His face lit up immediately with the music while the stage and the theatre came to life. A lovely, comforting atmosphere filled the wings and the stalls with the smell of grass and salt, villages and rocky beaches. The Franklyn’s open-tuning reached deep inside him, its low frequencies vibrating at the height of his chest and the sixth chord sustaining his heart every time it was struck. He watched Jeff’s ten agile fingers like ten sinuous bodies effortlessly picking and tapping the strings seductively, from the first piece to the last, without ever stopping. As always, his English friend had managed to open up a world with his music that kept you in its grip and momentarily created a sigh of serenity through its rich scenery of evocative images, which Ettore was soon going to complete.
Mike came up to the latter with hesitant steps and sought to catch his eye, suspended between reality and desire, while Jeff rang out the last chords of his set and a thunderous applause brought the roof down in the theatre. Mike took Ettore by the arm, moved by his clear disappointment at his disastrous meeting with his father, and whispered in his ear.
“I’ve ruined everything,” he said, stifled by his guilty conscience. “Forgive me.”
Ettore turned and smiled gloomily as he tried to camouflage his daze.
“No you didn’t,” he replied lost in his thoughts, “it was already ruined a long time before.”
There wasn’t time for Mike to say anything else. Jeff was already seated in the wings, excited and satisfied, savouring the aftermath of his contribution. He turned to Ettore who was still standing stock-still and teased him with his usual sarcasm.
“Well, what are you waiting for, you little horror?! Go on and gloat in your part of the booty.”
The three of them wavered in silence above the din of thousands of satisfied people for as long as they could, leaving the empty stage to capture the rush of energy from the applause. Then, just as the wait was becoming embarrassing, Ettore made to take up his position on stage but Mike held him back in his strong grip and whispered in his ear once more.
“If I’m not up to it this evening, I want you to take my place.”
He let go of his grip and allowed his young friend to be sucked into his role on stage. Despite the circumstances, Ettore showed no resistance.
Agitated and driven on by an uncontrollable emotional grip that tightened around his stomach and heart, Ettore positioned his guitar in front of the microphone and allowed a long silence to fall between the public’s applause and the first notes of his set. He closed his eyes and sighed and with his thoughts full of the afternoon’s events and his prayers directed at Mike, he briskly crossed the borderland where he usually strengthened his will and spirit, led by alcohol and the twelve shocks he gave himself from each of the cans he had downed in the pub. But today he returned tense and less inspired than usual. Even so, he managed to play the first notes of “Distances” with the right impetus and this helped him recover the inspiration he needed to dedicate himself solely to his music and block out everything else.
His set was intense and aggressive. He plucked his chords like a condemned man for all of his five pieces, loving and jiggling his guitar with infinite gratitude, because he only felt truly at home when he was holding it in his arms. He managed not to think of anything else, escaping reality and his troubles for the whole time that was conceded to him, leaving everything to disappear behind him. He had eyes only for his guitar strings, thoughts only for his hands and a heart only for his notes. Only when he collided with the theatre’s roar in the wake of his last chord, did he allow the world and its pestilent smoke to catch up with him. He raised his eyes towards the half-shadow of the stalls and suddenly every face seemed to be his father’s or Camilla’s, as if these ghosts were waiting for nothing other than his return to stalk him down again. He panicked and ran off-stage into the wings in the midst of his applause.
He found his two friends waiting for him just as he had left them. Jeff was sitting in a corner and Mike was on his feet waiting. He caught his eye and gave him a look of complicity for as long as was necessary for both of them to strengthen the promise they had made shortly before and then he watched him go out into the spotlights with determined steps.
As the last set of the evening began to come to life with the notes from Mike’s Ibanez, Jeff smiled at Ettore and gave him a satisfied applause, clapping his hands lightly and slowly.
“You did really well, 12 beers,” he said looking out onto the stage, “now be careful that Mud doesn’t play any tricks.”
Ettore thanked him and nodded his head, watching as Mike concluded his first piece without any hiccups. In actual fact, he was just as afraid as Jeff that Mike might run off again, but he looked on as his friend played confidently on stage, piece after piece, keeping a grip on his music as well as his instrument with pride and determination. His fierce and urgent blues were a welcome cure for everybody’s stress of every kind and his rhythmic beat brushed away the excessive weight of disappointment. Not even during the six pieces of his final jam at the end of his set, did Ettore notice any kind of weakening on Mike’s part. This momentary emotional lucidity allowed him to play freely and with fresh inspiration right down to the very last note. He rescued his blessed music from the burdens weighing down his heart.
At the end of the concert, in the corridor that led to the dressing rooms, the three of them let out a regenerating laugh that could be heard even up in the stalls. Like a team at the end of a fierce, muddy match, they caught their breath after an unexpected victory, excited and full of themselves.
“It would seem they glued your bum to the chair this evening,” said Jeff continuing to laugh.
“Yes,” replied Mike guffawing, “it must have been the organiser.”
“He must have spoken to the one in Milan,” added Ettore, smiling.
Just then, a figure appeared at the end of the corridor. He had a head of thick curly hair. His silent presence immediately caught the attention of all three of them but it was Ettore who recognised him as soon as he saw him.
“Musketeers,” he cried playfully, with the remains of his laughter still on his breath, “there’s Claudio, the technician from Radio Folk.”
The boy greeted them with a wave of his hand and approached them shyly.
“Hi, guys,” he began cautiously, as soon as he had reached them, “I’m sorry to bother you.”
Jeff patted him warmly on the back. “You aren’t bothering us, friend,” he said sincerely and from the heart, supposing that he had come to tell them well done, “Did you like the concert?”
“Actually, yes, I did,” he admitted with a smile. “Even more than the one in Milan.”
“Thanks,” said Mike, still under the effects of his euphoria. “Is Paolo still here?”
Claudio’s expression changed and he lowered his gaze for a moment.
“No, he didn’t come,” he stammered embarrassed. “In actual fact, I came because of something to do with him.”
“To do with him?” Ettore echoed his words.
“Well, yes. I am a bit embarrassed about it actually but I decided I’d rather tell you about it.”
“Tell us about what?” asked Mike seriously.
The atmosphere suddenly changed. The tone and behaviour of the boy clearly indicated that his news was not pleasant. The three of them closed in around him impatiently, a little anxious about what he was about to say.
“Last night, I was working until late editing your concert in Dal Verme, because this evening I wanted to be able to bring you the recording,” he said, showing them the tape he had in his hand.
“It’s true,” remembered Ettore pointing at it, “the radio broadcasted it live.”
“Yes, and so I slept in the studio. Every so often I do.”
Claudio allowed a moment’s silence to creep in between his words before blurting it all out.
“When Paolo arrived this morning,” he explained, “he thought he was alone and so I heard him speaking on the phone.”
Jeff opened his eyes wide, surprised and amused.
“You eavesdropped?” he asked, holding back a laugh.
Mike took no notice and asked, “Who was he talking to?”
“I don’t know,” replied Claudio, “but he spoke of setting a bait for three guitarists in some way and I immediately thought of you.”
Mike let himself be overwhelmed by the sudden pain of the hypothesis that sprang to his mind, which despite being completely absurd was equally believable.
“No, I can’t believe that she would do such a thing!” he exclaimed bitterly.
Jeff and Ettore looked at him with raised eyebrows, one of them asking “what?” and the other “who?”, both of them startled at the various possible answers.
Mike saved everyone from the conjectures, which quickly sprang to mind concerning the ties that bound his wife’s adolescence with that of Paolo’s, and explained his own theory in an incredulous and angry tone.
“I think last night’s girls were a kind present from Isabel, helped by the DJ, in an attempt to catch me red-handed.”
Ettore caught his breath, struck in the stomach by the revelation and in the heart by the new role that Camilla consequently took on in his story. It was completely unexpected and made a mockery of his feelings. He felt utterly humiliated.

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