12 BIRRE – Un thriller tra i post (1/21)12 BEERS – A thriller in the post (1/21)

1. Prologo

Il pub vicino al teatro si chiamava “Crispi’s” e dentro non c’era ancora nessuno. D’altronde non erano che le sette di sera e il gestore aveva alzato le saracinesche solo da qualche minuto. Ettore e Jeff entrarono ridacchiando, sfuggendo al freddo di Arezzo che della neve aveva il profumo ma non ancora la forma. Dentro furono accolti dal caldo secco del riscaldamento e dal silenzio dei tavoli vuoti, in penombra.
«Si può?», domandò Ettore senza aspettare risposta, camminando di fianco a Jeff verso il bancone, entrambi rigidi e con le mani in tasca.
Dopo un attimo privo di rumori di fondo, si aprì la porta con su scritto “privato”, vicino alle porte della toilette, e ne uscì un ragazzone alto e occhialuto, sformato dalla palestra e scurito dalle lampade. Nonostante il gelo di fuori indossava una maglietta a maniche corte, nera e sufficientemente attillata per l’ego di un culturista.
«Buonasera», salutò in tono gentile i suoi primi clienti, affrettandosi col proseguire per anticiparne le intenzioni: «Purtroppo è ancora presto per mangiare».
«No, niente cibo», lo tranquillizzò Ettore, «vogliamo solo bere».
Il palestrato mostrò i denti bianchi e perfetti, un po’ inebetito dall’evidente imbarazzo di chi è sicuro di aver già visto dei volti ma non ricorda dove.
«Naturalmente. Volete sedervi?», chiese facendo finta di niente.
Jeff tolse le mani dalle tasche e le strofinò forte per scaldarle. Con il suo italiano stentato rispose che sarebbero stati in piedi. «Abbiamo fretta», precisò.
Il ragazzone mostrò i palmi aperti. Disse: «Certo». E poi subito: «Cosa bevete?».
«Due bionde medie».
Il gestore non disse altro. Ancora con il pensiero in ricognizione e con gesti veloci lavò due bicchieri, li riempì fino all’orlo e li appoggiò sul bancone, sopra due sottobicchieri di cartone con il marchio della birra stampato sopra. Jeff ne afferrò uno e cercò l’altro con il vetro.
«A stasera», disse abbozzando un brindisi e si scolò mezza bionda d’un fiato.
Ettore lo imitò in tutto, solo che lui quasi la finì, la sua. L’amico inglese sbuffò un sorriso, dando seguito alla risata che avevano trattenuto entrando nel pub, e lo indicò con il mento.
«Come se non avessi già due confezioni da sei lattine nel camerino».
«Quelle sono per scaldare lo spirito», precisò Ettore guardando il bicchiere che teneva ancora a mezz’aria. «Questa è per il corpo».
«Giusto», scherzò Jeff, «allora non perdiamoci in chiacchiere inutili».
Il tempo di un altro silenzio ed entrambi mostrarono i bicchieri già vuoti al tipo dietro al bancone. Non ci fu bisogno di dire altro. Dopo qualche secondo, altre due birre erano pronte sui soprabicchieri sponsorizzati. La scena che seguì fu la stessa di prima. Altro brindisi, altra lunga sorsata.
«Ho le mani che sono due ghiaccioli», balbettò Jeff che ancora non sentiva i benefici né del riscaldamento del pub né della birra.
«Fortunato te che c’hai ancora le mani!», disse Ettore. E aggiunse: «Sarà dura questa sera».
«Vedrai che sarà un gran concerto, mocciosetto! Come sempre».
Fu allora che lo scatto di un’intuizione fece voltare improvvisamente il tipo palestrato verso la colonna al centro del locale, come se finalmente i suoi pensieri avessero messo a fuoco la lontana sagoma di un ricordo.
Ettore e Jeff si girarono spaventati nella stessa direzione, colti così di sorpresa che per poco a Jeff non scivolò il bicchiere di mano. Non ebbero tempo di fare domande al riguardo, perché intuirono subito la spinta e la connessione che avevano animato il gestore, non appena si accorsero dell’evidente manifesto del concerto di quella sera, appeso alla colonna sotto i pacchiani addobbi di Natale.
«Come ho fatto a non riconoscervi subito!», esclamò il palestrato indicando i tre chitarristi fotografati sulla locandina, ancora incredulo per la gaffe.
Ettore e Jeff trattennero una risata compiaciuta, provando a mostrarsi indifferenti, come se la cosa in effetti non avesse gonfiato l’ego di entrambi.
«Però», continuò il tipo, «è già il 22 dicembre!».
«Il tempo vola», scherzò Ettore.
«È la prima volta che degli artisti professionisti vengono nel mio pub, da quando ho aperto di fronte al Petrarca», ammise incredulo il gestore, continuando a guardare il manifesto. Poi scosse la testa e aggiunse: «Immagino che doveva succedere prima o poi».
Ettore e Jeff annuirono, ancora trattenuti, gustandosi a pieno quel momento sospeso di eternità che si apriva ogni volta che qualcuno li riconosceva. Il tipo invece non la finiva più di parlare: era eccitato come un liceale di fronte al divo pop del momento. Una cosa che in effetti non si addiceva né a lui né tanto meno ai due chitarristi di fronte.
«E non credevo che i primi sarebbero stati niente meno che Ettore Silenzio “12 birre” e Jeff Stone».
Jeff sbuffò un sorriso, soffiando su quella bolla di imbarazzo e compiacimento che, anche se piacevole, tendeva a ingrossarsi fino a scoppiare, dopo un po’. Disse fra l’italiano e l’inglese:
«Beh, per noi è un piacere essere qui, amico».
Il ragazzone indicò nuovamente il manifesto.
«E Mike Mud? Dov’è?».
I due chitarristi si guardarono con complicità, provando a non farsi sorprendere dall’espressione che di certo non avrebbe nascosto il momentaccio dell’amico e collega agli occhi di nessuno. Una crisi matrimoniale non è mai cosa facile da affrontare e per un musicista nel bel mezzo di una tournée può diventare davvero una catastrofe. Le difficoltà con la moglie stavano smagrendo Mike nel corpo e nello spirito, rendendo assai complicata ogni serata. E così, ormai da un mese, prima e dopo i concerti si defilava quasi sempre, annullandosi e allontanandosi dal mondo. Soprattutto quella sera che il teatro era solo a un paio d’ore di macchina da casa sua. In tutto il tour non era mai stato così vicino alla moglie, che ormai non vedeva da tempo.
«Si è fatto un giro», balbettò Ettore guardando per terra.
Nonostante il tentativo dei due, però, il ragazzone riuscì a percepire l’eco di disagio nelle parole del chitarrista e non vestì oltre i panni del fan adolescenziale, sentendosi improvvisamente inopportuno. Provò a ridimensionare per un momento il suo slancio, lasciando scivolare dalle labbra solo un semplice: «Peccato!». Poi, dalla stessa porta da dove era sbucato lui prima, si materializzò una ragazza biondo acceso che gli chiese se poteva andare un attimo in cucina.
«Scusatemi», disse, forse più per la sua domanda su Mike che per il momentaneo congedo, e scomparve con la bionda dietro la porta. Ettore e Jeff rimasero fermi ad osservarne il legno scuro per alcuni secondi che parvero lunghissimi.
«Hai visto che sventola?», chiese Ettore per non dare possibilità all’amarezza di attecchire. Jeff lo assecondò.
«Altrochè, 12 birre. Proprio non male!».
Ettore si voltò a guardarlo, tra l’incredulo e il sarcastico, indicando là dove prima c’era il gestore.
«Anche il culturista conosce il mio nome di battaglia. Chi l’avrebbe detto!».
«Visto mocciosetto? La tua fama ti precede!».
«Di certo non più delle vostre chiacchiere».
«Di certo!».
In quel momento nel pub entrò Mike come una furia, quasi staccando la porta del locale. I due amici si voltarono spaventati e lo videro avvicinarsi tremando, gli occhi lucidi e l’espressione disperata e spaventata. Non riuscirono a muoversi o a dire niente, sorpresi, spiazzati, disarmati dalla velocità e dall’inaspettatezza di quella visione, ancora con il bicchiere di birra in mano da finire e il mezzo sorrisetto appeso alle labbra per la battuta di un attimo prima. Quando Mike fu vicino, come uno spettro, parlò a voce bassa, confuso e intimorito.
«È successa una cosa», sospirò.
Ettore non riuscì a dire altro che: «Dio mio, Mike, sei uno straccio!».
Fu Jeff a chiedere: «Cosa è successo?», ma senza aggiungere altro. Sebbene sospettassero entrambi che avesse a che fare con Isabella, ebbero il timore di nominare la moglie, considerato il fuoco devastante che pareva bruciargli gli occhi.
Fu un silenzio lungo, quello che seguì, un tempo carico di supposizioni e congetture. E poi Mike, guardando per terra e consumato da una strana paura, se ne uscì con quella frase: «Dovete aiutarmi, vi prego!», le parole che diedero inizio alla notte che avrebbe cambiato definitivamente le loro vite. Per sempre.

1. Prologue

The pub near the theatre was called “Crispi’s”. It was completely empty but then, it wasn’t even seven o’clock yet and only a few minutes had passed since the barkeeper had opened the doors. Ettore and Jeff chuckled as they came in, escaping from the cold that had filled Arezzo with the smell of snow not yet fallen. Inside, they were welcomed by the dry warmth of the central heating and the silence of empty tables waiting in the half-light.
“Hello?!” called Ettore. Without waiting for an answer, he walked over to the bar with Jeff at his side. Their movements were rigid, backs straight and their hands in their pockets.
A few moments passed in silence before a door next to the toilets, marked with the word “Private”, opened and a large guy with glasses came through. He had muscles that came straight from the gym and a sun-bed tan. Despite the cold outside, he had only a short-sleeved top on. It was black and close-fitting enough to satisfy the ego of the most enthusiastic body-builder.
“Hello,” he said in a polite tone to his first clients of the day, and then hurried to add, should he have guessed their intentions rightly, “Unfortunately, it’s too early to eat yet.”
“That’s ok,” Ettore calmed his fears. “We only wanted a drink.”
The body-builder smiled revealing his perfect white teeth, but his evident awkwardness revealed the embarrassment of someone who knows they have seen a face somewhere before but can’t remember where. “Of course! Would you like to choose a table?” he asked, glossing over his unease.
Jeff took his hands out of his pockets and rubbed them together hard to warm them up. In his broken Italian he replied that they preferred to stand. “We’re in a rush,” he explained.
The young man raised his hands, palms outwards – an Italian sign of acceptance. “Of course.” And then after a pause, “What can I get you?”
“Two Becks please.”
The barman didn’t reply but, with his thoughts still preoccupied with where he had seen them before, deftly washed two glasses, filled them to the brim and placed them on the counter on top of two cardboard beer-mats with the beer’s brand-name printed on them in large letters.
Jeff grabbed one and raised it to meet the other glass in mid-air with a clink. “To tonight!” he said, improvising a toast, and downed half the lager in one breath. Ettore did likewise, all but draining his glass in one go. His English friend snorted a laugh, giving rise to the laughter they had suppressed on entering the pub, and he pointed across the street with his chin. “As if we didn’t already have two six-packs in the dressing room!”
“Those are to warm the spirit,” Ettore clarified studying the glass that he still held in mid-air. “This is for the body!”
“Sure!” joked Jeff. “So let’s not waste time with idle chit-chat.”
A short silence followed and then both of them showed their empty glasses to the guy behind the counter. He understood their gesture immediately and a few seconds later another two beers were standing ready on the sponsored beer mats. The scene that followed was the same as before. Another toast and they downed the lot.
“My hands feel like two ice-cubes,” complained Jeff who had yet to feel the benefit either of the pub’s central heating or of the beers.
“Lucky you! I can’t feel my hands at all!” replied Ettore and added, “This evening’s going to be tough.”
“You’ll see it’ll be a great concert, you little horror! As always.”
It was then that a flash of intuition made the body-builder suddenly turn and look at the central pillar in the pub, as if his thoughts had finally identified the distant silhouette in his memory. Ettore and Jeff turned likewise in the same direction, taken so by surprise that Jeff’s glass nearly slipped from his hands. They had no time to ask questions because they realised at once the reason behind his sudden movement and gestures when they saw the eye-catching poster for that evening’s concert hung on the pillar below the garish Christmas decorations.
“Why didn’t I recognise you earlier!” the body-builder cried, indicating the three guitarists photographed on the poster, amazed that he could have made such a fool of himself. Ettore and Jeff hid a satisfied laugh, feigning indifference as if the mistake hadn’t boosted their egos in the least.
“Crikey!” the guy continued “It’s already 22nd December!”
“Time flies!” replied Ettore.
“It’s the first time professional artists have come to my pub since I opened opposite the Petrarca Theatre,” the barman admitted incredulous as he continued to gaze at the poster. Then with a shake of his head he added, “I suppose it was bound to happen sooner or later.”
Ettore and Jeff nodded in agreement, still keeping their reserve and savouring to the full that moment which waited in eternity and appeared every time someone recognised their faces. But the guy didn’t notice. His flow of talk was unstoppable. He was as excited as a schoolboy who meets his favourite pop star of the moment. It was a situation that actually felt strange both for him and for the two guitarists in his company.
“And I never thought that the first ones would be anything less than Ettore Silenzio “12 Beers” and Jeff Stone.”
Jeff snorted a laugh, blowing away his bubble of embarrassment and smug satisfaction that, although pleasant, tended to swell to the point of bursting after a while. He said to both the Italian man and his English friend, “It’s a pleasure for us to be here, isn’t it?”
The guy pointed to the poster again.
“And Mike Mud? Where is he?”
The two guitarists exchanged glances, trying not to let their faces give away through an unguarded expression the tricky time that their friend and colleague was having. A marriage crisis is never easy to cope with and for a musician in the middle of a tour it can truly become a catastrophe. His difficulties with his wife were making Mike thinner every day, both physically and emotionally. Every performance became more complicated than the last. And so for the past month or so, before and after concerts, he had been sneaking away in self-negation and distancing himself from the world. And that evening he did so more than ever because the theatre was only a couple of hours’ car drive from his house. The tour had never before brought him so close to his wife, who by then he hadn’t seen for some time.
“He’s gone for a walk,” replied Ettore looking at the floor.
Despite both of their efforts, the large guy still picked up the note of unease in the guitarist’s words. His behaviour as an adolescent fan vanished and he suddenly felt tactless. He tried to make up for his brashness and replied with just the simple phrase, “What a shame!”
Just then, from the same door that the guy had come through earlier, a peroxide-blonde girl appeared and asked him if he could come through to the kitchen for a moment.
“Sorry,” he said, perhaps more for his question about Mike than for his temporary absence, and disappeared with the blonde girl behind the door. Ettore and Jeff stood in silence, eyes fixed on the dark wood for what seemed like ages, although it was actually only a few seconds.
“What a stir we made!” remarked Ettore so as to lift their spirits. Jeff picked up the lead.
“You said it! 12 Beers! Not bad!”
Ettore turned to look at him with an expression between surprise and sarcasm. He indicated in the direction of where the barman had been. “Even the body-builder knows my nom de guerre. Who would’ve guessed it!”
“You see, you little horror! Your fame is greater than you think!”
“If much less than your chit-chat – that’s for sure!”
“Sure!”
It was at that moment that Mike entered the pub in a rage, almost pulling the door off its hinges. The two friends turned round, startled, and saw him trembling as he approached, his eyes wide, his expression desperate and frightened. They weren’t able to move or say anything. Taken off guard, surprised and disarmed by the speed and unexpectedness of that vision, they stood with their unfinished beers still in their hand and their half-smiles still hanging on their lips from the jokes of a few moments ago. When Mike was close to them, ghost-like, he spoke in a low voice, confused and afraid.
“Something’s up,” he whispered.
Ettore wasn’t able to say anything other than, “My God, Mike! You look a wreck!”
It was Jeff who asked, “What’s happened?” but nothing more. Even though they both suspected that it had something to do with Isabella, they were afraid to mention his wife’s name in the light of the devastating fire that seemed to burn in his eyes.
A long silence followed. It was a silence full of suppositions and conjectures. And then Mike, with his eyes on the floor and consumed by a strange fear, said the words, “You must help me! I beg you!” These words marked the beginning of the night that was to change their lives irrevocably. Forever.

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  1. perrycoloso Reply

    non si può avere sul prossimo capitolo?!?

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